by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

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William Turner

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Delacroix


Tiziano


Camille Pissarro


Leonardo da Vinci


Azione creativa: Andrea Mantegna

Andrea Mantegna (Isola di Carturo, 1431 Mantova, 13 settembre 1506) è stato un pittore e incisore veneziano. L’irreprensibile, come lo chiamavano alcuni suoi contemporanei, si formò nella bottega padovana dello Squarcione, dove maturò il gusto per la citazione archeologica; venne a contatto con le novità dei toscani di passaggio in città: Fra Filippo Lippi, Paolo Uccello, Andrea del Castagno e soprattutto Donatello. Mantegna si distinse per la perfetta impaginazione prospettica, il gusto per il disegno nettamente delineato e per la forma monumentale delle figure.


TheCoevas on Events Tour 2011, Mercoledì 13 Luglio presso “Mondo Fitness”, h 18,30


Publio Virgilio Marone

“O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume.”
(Dante, Inferno, Canto I, 81-83)

Virgilio prima di scrivere la sua opera più famosa, l’Eneide,  ebbe modo di affermarsi attraverso opere precedenti, che non sono ispirate direttamente ai luoghi dell’Agro Romano, come invece è per l’Eneide.

Tuttavia, le Bucoliche e le Georgiche opere d’ispirazione agreste, per alcuni critici, soprattutto la seconda opera, di valore artistico pari se non superiore all’Eneide,  sono un possibile naturale complemento di un Parco Letterario che nasce in un territorio storicamente definito dalle caratteristiche naturali dell’Agro o Campagna romana, appunto! Questa dimensione naturale, agricola del territorio pur nelle sue trasformazioni profonde che ha subito nel ‘900 potrà essere certamente fonte d’ispirazione per diverse attività del Parco Letterario® Virgilio.

L’Eneide resta l’opera più famosa di Virgilio, è certamente, con i suoi riferimenti diretti al territorio del Parco Letterario® a Pomezia, il principale punto di riferimento, la guida letteraria per il progetto e di questa ne segue un breve approfondimento.

L’Eneide, definita il poema nazionale del popolo romano, fu scritta da Virgilio nel clima esaltante dei primordi dell’impero su pressante invito di Augusto. Il predominante tema eroico si risolve in un’affermazione dei più nobili valori dell’umanità, ripensati in un momento di sicura fiducia, ma con lucida consapevolezza dei drammi e dei lutti che portato a tanta altezza. Pertanto l’Eneide, scritta come epopea nazionale di Roma, poté, al tempo stesso, essere letta come il poema dell’umanità nella sua ascesa faticosa più alti destini.
Alla materia dell’opera, attinta da diverse fonti ed elaborata con una lucida fantasia che cerca un sostegno nella documentazione scrupolosa, Virgilio dà una forma originale, ma personalissima, che è frutto di una raffinata tecnica stilistica e di una tormentosa ricerca della dizione esatta e convincentemente espressiva. Il mondo del poeta, in cui si riflettono le sofferenze, le fatiche, le illusioni e le passioni dell’umana vicenda, prende in esso concretezza, ordine e splendore.

Nel secolo II I’Eneide rimase il poema della maggiore e inappellabile autorità in fatto grammaticale e linguistico. I secoli III, IV e V ne segnano la più grande fortuna in senso retorico e formale, poiché anche quando la vita letteraria si limitò alla pura esercitazione stilistica. Virgilio fece testo, trasmettendo attraverso l’imitazione esteriore qualche germe lirico e qualche risonanza del suo più sostanziale contenuto; e sebbene il suo primo trionfo sia celebrato dal gusto della più decadente latinità, tuttavia quest’attività scolastica ha avuto il merito di stabilire in modo definitivo, la coscienza del genio virgiliano. Ne furono apologisti ed esegeti Elio Donato, Servio Donato, Microbio, Fulgenzio, che ne accompagnarono la lettura per tutto il Medioevo, fino al Rinascimento, quando i testi virgiliani cominciarono ad essere sottoposti al rigore della critica.
Fra il V e VI secolo, su ispirazione di Fulgenzio, l’Eneide subisce una interpretazione allegorica e morale, che trasporta il poema in un piano astratto e universalistico, agevolando così la penetrazione di Virgilio negli ambienti ecclesiastici e ortodossi. L’Opera è intesa come una complessa metafora della vita umana: del resto anche in Dante ci sono residui di questa valutazione, e lo stesso Tetrarca, che insisteva sui valori poetici del poema, non ne escludeva ì sensi anagogici ed eterocliti.

“L’incontro di Dante con Virgilio, all’uscita dalla “selva oscura” così come la sua elezione a guida nel viaggio attraverso l’Inferno e lungo le sette cornici del Purgatorio “non ha soltanto un significato simbolico, nel contesto religioso e morale del poema, ma anche un preciso avvertimento letterario, preceduto ed accompagnato dal ripudio di un altro poeta, Ovidio, e della poesia d’amore, in un più ampio ed ambizioso progetto di rinascenza culturale” (G. Petrocchi, Il I canto dell’Inferno, in Nuove Letture dantesche, 1966)

“Tu se’ … ‘l mio autore” (Inf. I, 85) dice Dante. Virgilio è l'”auctor”, il modello sicuro, la memoria, insieme personale e storica, colui che testimonia e conferma a Dante, con l’Eneide, la natura provvidenziale ed universale dell’Impero Romano, che prepara ed accompagna la redenzione spirituale operata da Cristo.Nel Cinquecento l’Eneide ispirò i poemi cavallereschi: Ariosto si ricordò di Eurialo e Niso per l’episodio di Cloridano e Medoro dell’Orlando furioso e Tasso, che con la Gerusalemme liberata voleva creare il poema epico cristiano, assunse come modello il poema virgiliano.

Proprio nel Cinquecento viene prodotta la “famosa” traduzione in italiano di Annibal Caro che simboleggia e testimonia attraverso la sua duratura attenzione nei secoli, tra illustri uomini di cultura come tra anonimi scrittori o innumerevoli studenti, praticamente fino ad oggi, il costante valore storico ed artistico dell’opera di Virgilio.


Peter Gabriel – David Bowie – Heroes


Joy Division – A means to an end


Dicono di noi: Mercuzionline


Jefferson Airplane -White Rabbit: una delle atmosfere di Coeva

Una pillola ti rende più largo
Un’altra pillola ti rende più stretto
E un’altra che ti da tua madre
Non fa niente di niente
Vai e chiedi ad Alice
Di quando si sente alta dieci piedi

E se vai a rincorrere conigli
E sai che stai per perdere
Raccontagli del camion di pipe ad acqua
Che ti ha chiamato
Chiedi ad Alice
Di quando era solo piccola

Quando l’uomo sulla scacchiera
Si alza e ti dice dove devi andare
E hai appena mangiato alcune specie di funghi
E la tua mente lavora piano
Vai e chiedi ad Alice
Penso che lei lo sappia

Quando logica ed equilibrio
Sono cadute in una morte leggera
Il guerriero bianco parla al contrario
E la regina rossa é uscita di testa
Ricorda quello che ha detto il topolino:
nutri la tua mente
nutri la tua mente!


De nova insula Utopia

Utopia è presentata da Thomas More strutturata sotto forma di resoconto di una lunga conversazione che ha avuto luogo ad Anversa fra l’autore, il suo ospite Pieter Gilles e Raffaele Itlodeo, personaggio di fantasia, presentato come un navigatore portoghese compagno di Amerigo Vespucci. L’opera è divisa in due libri: il primo contiene un’accesa polemica contro gli ordinamenti politici europei, soprattutto quelli inglesi. Viene contestato soprattutto il fatto di punire il furto con la morte, in quanto la pena appare sproporzionata rispetto alla gravità del delitto e per questo motivo ingiusta; è inoltre illegittima, perché contraria al precetto di non uccidere, assurda, perché incita il ladro a uccidere il derubato e infine inefficace in quanto non va a incidere sulle cause che conducono al furto. Nell’analisi di Itlodeo vagabondaggio, furto e omicidio sono diretta conseguenza delle enclosures, che hanno cacciato dalla loro terra i contadini riducendoli alla miseria; più in generale essi sono il frutto perverso della divisione fra ricchi e poveri, del divario sociale che contrappone lavoratori in miseria e ricchi oziosi. Itlodeo propone vari rimedi, di carattere “riformistico” che rappresentano però soluzioni provvisorie, come mitigare la pena e attuare riforme nella politica economica dello Stato, riducendo l’impiego di denaro nell’espansionismo bellico o prefissando per legge l’ammontare, che deve in ogni caso essere modesto, delle tasse. La soluzione del problema, tuttavia, deve essere radicale e consiste nell’ordinamento economico fondato sulla comunione dei beni, il solo che può assicurare un regime politico fondato sulla giustizia e sulla prosperità: è il vecchio insegnamento di Platone che, dice Itlodeo, ha trovato attuazione a Utopia, l’isola da lui scoperta nel corso dei suoi viaggi. Questo fatto, ovviamente, consente di superare le obiezioni all’ideale platonico avanzate già da Aristotele; e dunque, via dalla corrotta Europa (e soprattutto dall’Inghilterra) verso l’isola fortunata, che, con le sue strutture e i suoi ordinamenti, è la protagonista del secondo libro.

L’isola di Utopia comprende cinquantaquattro città molto simili tra loro, ciascuna delle quali è circondata da un territorio piuttosto esteso dove vivono, in case attrezzate di tutto punto per le attività agricole, famiglie di contadini formate da quaranta adulti e due schiavi. Ogni anno, venti di questi contadini rientrano in città e vengono rimpiazzati da altrettanti cittadini, cosicché ciascuno abbia la possibilità di imparare a coltivare i campi sotto la guida di persone già esperte. Tutta la produzione agricola confluisce in magazzini pubblici, in città; dalla città i contadini vengono riforniti di tutto ciò che serve loro. In città i mestieri che vengono svolti sono pochi, perché poche sono le esigenze degli abitanti, dato che la produzione economica deve soddisfare le necessità e non alimentare bisogni artificiali. Tutti devono svolgere un lavoro manuale, tranne i magistrati e quelli che, con una procedura piuttosto complessa, vengono destinati agli studi; tuttavia il lavoro non impegna più di sei ore al giorno, poiché proprio la generalizzazione dell’obbligo del lavoro consente la drastica riduzione dell’impegno orario di ciascuno e insieme la possibilità di disporre di beni in abbondanza. Questa struttura economica rende effettivamente praticabile il comunismo e attuabile lo scopo ultimo di questo tipo di società, e cioè che il maggior tempo possibile sia sottratto all’impegno materiale per essere dedicato alla libertà e alla cultura di tutti. Il comunismo è la chiave di volta dell’opera di More, perché consente di progettare una società veramente diversa e nuova rispetto a quelle della storia passata e presente; negli abitanti di Utopia, infatti, non può in nessun modo allignare il vizio della superbia, che come un «serpente infernale impedisce all’uomo di imboccare la strada che lo conduce ad una vita migliore». Essi sono rimasti in uno stato d’innocenza nativa e la società altro non è che l’organizzazione politica di una vita edenica. Gli Utopiani pertanto praticano un’etica moderatamente epicurea, incentrata sulla ricerca della felicità attraverso il soddisfacimento del piacere onesto e buono, verso cui li spinge la stessa virtù che, in quanto tale, consiste nel vivere secondo natura e seguendo la sua guida, come fa l’uomo che obbedisce alla ragione. Per conservare l’innocenza occorre però l’educazione, che dev’essere pervasiva e salda; e se qualcuno viola le regole, deve essere punito. Provvede a ciò, prima d’ogni altra organizzazione, la famiglia monogamica, basilare cellula sociale preposta alla riproduzione, alla produzione dei beni materiali, all’ordinato sviluppo dell’esistenza dei suoi membri. La donna si sposa a diciotto anni e l’uomo a ventidue, dopo aver conservato la castità; il matrimonio è destinato a durare per tutta la vita, attraverso la pratica della fedeltà coniugale, ma è previsto il divorzio in caso di adulterio o di incompatibilità di carattere. Il valore fondamentale, all’interno della famiglia, è quello dell’obbedienza: il capo è il maschio più anziano, al quale tutti obbediscono; i giovani vengono educati a proseguire il lavoro del padre e chi vuole scegliere un lavoro diverso può farlo, ma in questo caso viene “trapiantato, mediante adozione, in una famiglia che pratichi il lavoro che gli è più gradito”. More vuole, infatti, che il cittadino cresca nell’ordine non soltanto attraverso l’obbedienza, ma anche mediante l’uniforme ripetizione quotidiana dei gesti che tutti i membri della famiglia compiono. Questa capillare educazione alla disciplina continua nella Sifograntia, un insieme di trenta famiglia che vivono nella stessa strada e si radunano per consumare i pasti in comune; in queste riunioni i vecchi ammaestrano i giovani con discorsi, letture e discussioni. La formazione prosegue poi con l’istruzione, che è pubblica e generale, e con studi particolari secondo le propensioni di ciascuno. Religione e sacerdozio coronano la costruzione dell’edificio sociale di Utopia. More sottolinea più volte il carattere razionale della fede in Dio, nell’immortalità dell’anima, nel premio e castigo ultraterreni, enfatizza la tolleranza religiosa voluta dal fondatore Utopo e ormai accettata per consolidato costume; sottolinea la continuità esistente fra il credo religioso degli isolani e il cristianesimo fatto loro conoscere da Itlodeo; l’ateismo è trattato con grande diffidenza, come sintomo di una psiche malata, per cui l’ateo è un soggetto moralmente e politicamente inaffidabile. I sacerdoti sono pochissimi, di specchiata santità di vita, eletti con voto popolare segreto, sono eleggibili anche le donne, purché vedove di età avanzata. Essi hanno compiti di carattere religioso e morale, anche se non di carattere politico; ammoniscono e rimproverano, (la punizione delle colpe è affidata invece al capo supremo) e provvedono all’educazione dei giovani attraverso la pratica di retti costumi. Quella praticata ad Utopia è una religione civile, strettamente collegata alla morale e alla politica, che contribuisce in modo determinante al mantenimento e alla difesa delle istituzioni.

La parte più debole della costruzione ideologica di More è quella dedicata all’organizzazione politica vera e propria. C’è una magistratura di primo livello, la filarchia; chi la ricopre, cioè il filarco, viene eletto annualmente da ogni sifograntia e controlla l’esecuzione dei lavori del suo gruppo; i filarchi designano poi un magistrato supremo, eletto a vita, chiamato ademo, scegliendolo fra quattro candidati proposti dal popolo. A capo di dieci filarchi viene posto un protofilarco; i venti protofilarchi, insieme all’ademo, e ad altri due filarchi che si avvicendano ad ogni seduta, formano il Senato della città, che si riunisce ogni tre giorni e prende quasi tutte le decisioni; nei casi più gravi, si convoca l’assemblea popolare. Ogni città infine invia ogni anno nella capitale Amauroto tre rappresentanti per discutere le questioni che riguardano tutta l’isola. Le leggi non hanno il compito di dare ordini, ma piuttosto quello di ricordare ai cittadini i loro doveri, che essi già conoscono per averli assorbiti fin dall’infanzia mediante l’educazione. Proprio per questo, gli Utopiani non hanno bisogno di tante leggi: la normativa è sintetica e chiara, non suscettibile di interpretazioni diverse. Dietro la sommarietà delle indicazioni che fornisce, si intravvede la profonda diffidenza di More nei confronti del potere politico: in quanto luogo dove viene elaborato il comando, per forza di cose espone chi vi aspira e chi lo esercita al vizio della superbia e dell’ambizione, che dovrebbe essere del tutto estraneo all’abitante di Utopia.

 Considerando Utopia nel suo complesso ci troviamo di fronte alla descrizione della città ideale contenuta nel resoconto di un viaggio immaginario, scritta in un dottissimo latino, con abbondanza di neologismi costruiti per lo più con la combinazione di termini greci uniti fra di loro nel segno costante della negazione (Utopia, Anidro, Ademo). Il testo non è certo destinato ad un largo pubblico, ma solo ai pochi umanisti del tempo e testimonia anche la cauta presa di distanza dell’autore rispetto alla realizzabilità del suo progetto. More, all’epoca, era ben addentro ai meccanismi della vita politica dell’Inghilterra dei Tudor e, se ne denuncia i mali, è pur sempre testimone consapevole della sua forza: egli è dunque insieme utopista e realista, perché sente il dovere di prospettare, in nome della giustizia e della ragione, un mondo migliore e nello stesso tempo si rende lucidamente conto della cogenza storica e della attuale immutabilità delle situazioni politiche esistenti.


Il Tempo

<<Il tempo è ciò che accade quando non accade nient’altro>>

(Richard Feynman, premio Nobel per la fisica 1965)

Il tempo è la rappresentazione del presente barcollando tra passato, ricordo e futuro, mai afferrabile.

L’idea del tempo può essere accostata a quella di infinito. Lo stesso atto del contare dà un esempio di tempo/infinito. In quanto all’Universo, l’uomo non sa se esso sia ‘infinito’ o meno.

Penelope incarna il tempo come lo ha descritto Nietzsche, ma anche Pirandello, ovvero nel suo fare e disfare la tela rimandava sempre la scelta… Questo è anche il tempo: il fluido che si lascia attraversare dall’imprevisto.

( Rivista Nuovo Happiness)

Margherita Hack: “Il cielo è il mio orologio

Sant’Agostino diceva che tutti sanno che cos’è il tempo, ma nessuno sa definirlo. Ed è così. Sembra qualcosa di chiaro (tutti abbiamo una concezione del ritardo e della fretta) ma in realtà non lo è. Si è infatti sempre pensato che vi fosse un tempo oggettivo, ma con Einstein tutto è cambiato: è stato introdotto il concetto di spazio-tempo. Quindi ci sono quattro coordinate da considerare, tre spaziali (latitudine, longitudine e altezza sul livello del mare) e una temporale (l’istante in cui avviene l’evento). Però con delle differenze: nello spazio si può andare avanti e indietro, in alto e in basso, il tempo va solo in avanti e si può guardare indietro solo guardando le galassie.

Per riassumere, lo spazio-tempo definisce appunto il fatto che ogni avvenimento avviene in un dato luogo e a un dato istante, ma in realtà è qualcosa di astratto.


La profezia degli Inka

Gli Inka fissano 7 livelli per lo sviluppo psico-spirituale che giace latente nel nostro ‘seme Inka’. I primi tre sono una sorta di infanzia e adolescenza spirituale, in cui si entra in sintonia con la famiglia e l’ambiente naturale circostante. Al quarto livello (a cui si viene tradizionalmente iniziati in un’antica grotta del Perù) si compiono i primi passi per diventare un vero adulto il cui campo energetico è in grado di risuonare dell’intero campo dell’energia vivente, di Madre Terra e dei suoi abitanti. È il livello in cui ogni essere umano diventa tuo fratello o tua sorella perché si è figli della stessa madre, Pachamama  e dello stesso padre, Inti-Taita, Padre Sole. I successivi tre livelli delineano il dispiegarsi del completo potenziale dell’umanità, fino al settimo livello nel quale un umano può acquisire pienamente l’energia creativa, manifestare l’equivalente di dio sulla terra e risuonare del campo di energia dell’intero universo.

Prendi il nettare della Natura L’iniziato al quarto livello assume la responsabilità di diventare un partecipante attivo non solo nella creazione della sua stessa vita, ma anche nel rivelarsi della profezia Inka, che richiede, appunto, partecipazione attiva. La saggezza del quarto livello è basata sul fatto che nell’universo pieno di vita non ci siano cose come energia  negativa o positiva, ci sono solo energie relativamente più pesanti, hoocha, e più sottili, sami, Sami, in lingua Quechua, significa nettare. È letteralmente un cibo spirituale che noi, in quanto umani dotati di libera volontà, possiamo scegliere di creare e di canalizzare, oppure no. La natura produce sami. Pensa a come, istintivamente, quando siamo un po’ giù, vogliamo scire a fare una passeggiata. Solo noi umani produciamo hoocha. Ma in quanto generatori di energie pesanti siamo equipaggiati per dirigere l’energia vivente e ‘mangiare e digerire’ o trasformare hoocha.

Al livello successivo, il quinto,  la condivisione del sami, il nettare che è una sorta di compost spirituale, il respiro comune con gli alberi e le piante, apre le porte alla cosmologia spirituale.  Questa è basata su preziose informazioni, autentici salva vita, per il mondo di oggi.