by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Articoli con tag “televisione

Can – Mushroom


TheCoevas on Events Tour 2011: Martedi’ 14 Giugno 2011 ore 18,00


ZEITGEIST – Tutto il mondo è un palcosenico


Artisti sottostimati 2 Le Orme – Amico di ieri


Il Tempo

<<Il tempo è ciò che accade quando non accade nient’altro>>

(Richard Feynman, premio Nobel per la fisica 1965)

Il tempo è la rappresentazione del presente barcollando tra passato, ricordo e futuro, mai afferrabile.

L’idea del tempo può essere accostata a quella di infinito. Lo stesso atto del contare dà un esempio di tempo/infinito. In quanto all’Universo, l’uomo non sa se esso sia ‘infinito’ o meno.

Penelope incarna il tempo come lo ha descritto Nietzsche, ma anche Pirandello, ovvero nel suo fare e disfare la tela rimandava sempre la scelta… Questo è anche il tempo: il fluido che si lascia attraversare dall’imprevisto.

( Rivista Nuovo Happiness)

Margherita Hack: “Il cielo è il mio orologio

Sant’Agostino diceva che tutti sanno che cos’è il tempo, ma nessuno sa definirlo. Ed è così. Sembra qualcosa di chiaro (tutti abbiamo una concezione del ritardo e della fretta) ma in realtà non lo è. Si è infatti sempre pensato che vi fosse un tempo oggettivo, ma con Einstein tutto è cambiato: è stato introdotto il concetto di spazio-tempo. Quindi ci sono quattro coordinate da considerare, tre spaziali (latitudine, longitudine e altezza sul livello del mare) e una temporale (l’istante in cui avviene l’evento). Però con delle differenze: nello spazio si può andare avanti e indietro, in alto e in basso, il tempo va solo in avanti e si può guardare indietro solo guardando le galassie.

Per riassumere, lo spazio-tempo definisce appunto il fatto che ogni avvenimento avviene in un dato luogo e a un dato istante, ma in realtà è qualcosa di astratto.


TheCoevas on Events Tour 2011: Libreria Notebook all’Auditorium Parco della Musica Roma Giovedì 19 Maggio ore 17 In anteprima verrà presentato il Manifesto del Coevismo


Missili: Hors-D’oeuvre

Sulla guerra come intervento di chirurgia estetica. L’UBU La Russa, eco deformante, discorre di interventi militari  adeguando contenuti bellici alla cultura e ai gusti del pubblico ai quali essi sono destinati ascrivendo così il popolo italiano a categoria di spettacolo. Con concetti da punturine vitaminiche o all’acido Jaluronico, missili colpiranno obiettivi mirati, localizzati. Merdre! Non veri e propri bombardamenti, non una vera e propria guerra, non s’entra propriamente in guerra, non ammazziamo propriamente tutti o quasi ma forse pochi, così da non sembrare…Ma ci hanno preso propriamente per mentecatti. Oh Nume qualsiasi scampaci e liberaci dai vari Ubuculi con tutta l’autorità che deriva dall’essere stupidi.


“Making Mask” Corso realizzazione maschere – Prof. Agostino Dessì – Via Faenza, 72 Firenze

Mask Course

Five Days – Mask Making Worshop
Including theory and hands-on construction of antique, papier mâchè art. Taught in English.
By Prof. Agostino Dessì and his daughter Alice.

The course cover the following subjects:
– Hands on costruction in chalk of a model of mask to student’s liking.
– Plaster negative of mask.
– Papier – Make print.
– Finishing, cutting, affixing laces.
– Colouring, gliding, aplication of gold or silver leaf.
– Colouring wich acrilics, coating or antiquing.

(5 LESSONS IN 1 WEEK FOR A TOTAL OF 20 HOURS, INCLUDING ALL THE MATERIALS. THIS COURSE IS OPEN TO ANYBODY WHO IS INTERESTED IN AN ENTHUSIAST OF THIS TYPE OF ART)

Professor Agostino Dessì as been creating and producing mask in Florence since 1973. His work and art continue to provide unique creation also used for the theatre, plays, films, festivals, show and the Venice Carnaval.

ALICE ATELIER
Via Faenza, 72r – 50123, Florence – Italy
Tel/Fax. 00 39 055 287370
Mobile. 00 39 347 4829303
E- Mail. agostinodessi@gmail.com
Web. http://www.alicemasks.com


Ray Bradbury

Ray Bradbury nasce nel 1920 a Waukegan, lllinois. Suo padre è un operaio elettrico, sua madre una casalinga di origine svedese. Lo scrittore trascorre i primi anni nel Midwest, le cui atmosfere provinciali rimarranno per sempre impresse nella sua memoria. Ma nel 1934 il padre, disoccupato come tanti altri all’epoca della Grande Depressione, decide di trasferirsi a Los Angeles per trovare lavoro. A contatto con l’ambiente californiano Bradbury scopre il mondo degli appassionati di fantascienza e stringe amicizia con Forrest J. Ackerman, Ray Harryhausen, Henrv Kuttner ed Henrv Hasse. La passione per la letteratura fantastica, però, non è nuova in lui: fin da ragazzo Bradbury è un entusiasta dì “Weird Tales” e delle altre riviste popolari del settore, su cui un giorno esordirà. Nel 1939 redige una sua rivistina di fantascienza, “Futuria Fantasia”. Pubblica il primo racconto alla fine del 1941, su “Super Science Stories”: è scritto in collaborazione con Henrv Hasse e si intitola “Pendulum”. Nel 1942 esce, su “Weird Tales”, “The Candle” (il cui finale si deve a Henry Kuttner). Negli anni quaranta Bradbury conosce Leigh Brackett, scrittrice di gialli, fantascienza e sceneggiature cinematografiche (ha scritto, per Howard Hawks, il copione di Il grande sonno). A lei Bradbury sottopone i suoi primi racconti “mistery”, che, pubblicati su riviste quali “Dime Mysterv Magazine”, “Detective Tales” e “New Detective Magazine”, verranno a lungo dimenticati e ristampati solo negli anni ottanta. E’ negli anni quaranta, su riviste come “Thrilling Wonder Stories” e “Planet Stories”, che cominciano ad apparire i coloriti e poetici racconti di fantascienza, fra cui “Il gelo e la fiamma”, “Lorelei delle nebbie di porpora” (in collaborazione con Leigh Brackett) e soprattutto “Il picnic d’un milione d’anni”, primo mattone delle future Cronache marziane. Queste ultime, lungi dall’essere un romanzo concepito autonomamente, sono formate dal “montaggio” di una serie di storie collegate tra loro e che hanno come sfondo il tentativo di colonizzare il pianeta Marte. Quando, nel 1950, Bradbury preparerà l’edizione in volume, aggiungerà qualche nuovo capitolo e del materiale connettivo, fornendo all’opera la necessaria coesione (che del resto è già evidente nel contenuto emozionale e simbolico del libro). Nel 1947 i migliori racconti neri di Bradbury (quelli che andava pubblicando su “Weird Tales” e che hanno una forte componente macabra, a volte ossessiva) appaiono nell’antologia della Arkham House Dark Carnival; di li a qualche anno saranno ristampati (ma non tutti) nella nuova antologia Paese d’ottobre (1955). Nel 1950 escono in volume le Crorache marzianegesto notevole per i tempi ma che indica la stima accordata a Bradbury in ambienti molto lontani da quelli delle sue amate riviste di fantascienza; e in seguito questa immagine si rinforzerà, facendo di lui il più popolare autore fantastico del dopoguerra anche presso chi abitualmente non s’interessa di questo filone. Il successo delle Cronache marziane è strepitoso e nel 1973 ne esce una versione leggermente ampliata. Bradbury, intanto, diventa collaboratore delle più prestigiose riviste americane e pubblica una serie di racconti che verranno raccolti nelle successive antologie: Il gioco dei pianeti, 1951, che ancora attinge al materiale degli anni quaranta ma nella quale nasce il mito dell’Uomo Illustrato; Le auree mele del sole (1953), La fine del principio (1958), fino alle più recenti Il meglio di Ray Bradbury e Molto dopo mezzanotte. In inglese l’antologia più completa si intitola The Stories of Ray Bradbury e presenta un centinaio di racconti in due volumi. Benché non sempre a suo agio nella dimensione del romanzo, Bradbury ha dato almeno un grande esito in questo campo con Fahrenheit 451 (uscito nel 1951 sulla rivista “Galaxy” e nel 1953 in volume). Il successivo L’estate incantata (1957) è ottenuto, come le Cronache marziane, dalla fusione di racconti apparsi tra il 1950-57. Nel 1962 esce Il popolo dell’autunno, un libro piuttosto frammentario ma dalle forti emozioni. Del 1986 è Morte a Venice, un ambizioso romanzo giallo che ricostruisce il clima della California anni quaranta in cui Bradbury ha esordito come scrittore. Sebbene a partire dalla fine degli anni cinquanta la produzione narrativa di Bradbury si sia rarefatta, la sua attività è continuata alacremente in campo cinematografico, teatrale e poetico. Per John Huston ha scritto la sceneggiatura del celebre Moby Dick con Gregory Peck; in teatro ha adattato parecchi dei suoi racconti e anche episodi delle Cronache marziane. Bradbury è una figura chiave della letteratura fantastica del dopoguerra e – nelle sue opere migliori – uno degli autori veramente capaci di impressionare un pubblico universale. Ha scritto racconti polizieschi, fantastici, di fantascienza e “d’atmosfera” (come si potrebbero definire gran parte dei suoi esiti letterari realistici, ma, in definitiva, Bradbury non è mai realista nel senso comune del termine e i suoi racconti tendono ad avere un contenuto simbolico che fa pensare alle storie meravigliose di Hawthorne, sia pur con meno problemi). Nel campo del poliziesco – ma sarebbe più esatto dire del suspense – i racconti degli anni quaranta raccolti in Omicidi d’annata sono ineguali per scrittura e inventiva, ma denotano il particolare gusto di Bradbury per la parola, che viene vista, a volte anche ingenuamente, come un Arcano capace di dispensare suggestioni e allusioni portentose. I primi racconti di suspense mostrano tutto l’interesse di Bradbury per il nero, il macabro e le situazioni estreme, ma non con la stessa forza dei racconti fantastici scritti negli stessi anni e raccolti in Dark Carnival ePaese d’ottobre. E qui che si rivela per la prima volta l’autentica originalità dello scrittore, con narrazioni che si scostano dalla tradizionale atmosfera della “ghost story” e mettono in scena paure molto convincenti dal punto di vista psicologico, trasfigurazioni di incubi che risalgono spesso all’animo infantile. I racconti di fantascienza sono avventurosi e ricchi di immagini evocative, ma l’invenzione più felice di Bradbury è senz’altro quella delle Cronache marziane, una delle opere più originali in questo campo. L’intuizione di genio sta nel proiettare su Marte (ma consapevolmente, non inconsciamente come avevano fatto gran parte degli autori romantici fino a quel momento) malinconie, emozioni e scenari tipicamente terrestri, in modo da trasfigurarli alla luce del pianeta rosso. Così, quando i primi astronauti di Bradbury scendono sul mondo delle dune trovano una perfetta riproduzione delle loro cittadine del Midwest, rivedono le ombre dei loro morti, si lasciano ingannare dalla trappola dei sentimenti astutamente intessuta dai marziani, esseri antichissimi capaci di assumere l’aspetto che vogliono. Il Marte di Bradbury è una delle creazioni più belle della fantascienza e le Cronache marziane una delle poche opere capaci di assimilare i miti della narrativa popolare del nostro secolo alle preoccupazioni e agli standard della narrativa tout-court. In Fahrenheit 451 Bradbury esplora, con grande sensibilità, il terreno dell’utopia negativa, cioè il genere nel quale l’autore non dipinge uno stato perfetto ma anzi un regno d’incubo e terrore. Nel caso di Fahrenheit 451(il cui titolo, apparentemente enigmatico, vuole solo indicare la temperatura alla quale brucia la carta, secondo la scala in uso nei paesi anglosassoni) si tratta di uno stato talmente autoritario che sente il bisogno di mettere i libri al rogo. Aldous Huxley, il celebre autore del Mondo nuovo, commentò che si trattava di una delle opere più visionarie che avesse mai letto, ma da allora, purtroppo, la profezia di Bradbury si è avverata in più parti del mondo. Montag, il protagonista, è un pompiere che ha l’incarico non già di spegnere incendi ma di attizzarli a spese dei libri e della carta stampata. Dal romanzo è stato tratto un celebre film diretto da François Truffaut, la migliore trasposizione cinematografica di un’opera di Bradbury. I racconti contenuti in Il gioco dei pianeti, Paese d’ottobre, Le auree mele del sole La fine del principio sono generalmente considerati i migliori di Bradbury. I romanzi a episodi L’estate incantata e Il popolodell’autunno mettono in luce, il primo, il grande amore dello scrittore per il lato solare dell’infanzia, il secondo per quello oscuro. Il romanzo Morte a Venice è fortemente autobiografico ma il suo interesse è inferiore alle opere sin qui citate. A partire dalla metà degli anni cinquanta Bradbury è stato considerato il più “letterario” tra gli autori americani di fantascienza, a riprova della grande fortuna riscossa dalle sue opere e della originalità riconosciuta alle sue idee e al suo modo di raccontare evocativo. In realtà Bradbury non è l’unico prosatore brillante partorito da questo genere, ma è quello che ha saputo meglio adoperare immagini e assunti della fantascienza ai fini di un’opera che non si conclude all’interno di essa e anzi rimanda a una secolare tradizione letteraria americana. Tradizione che muove dalle origini stesse di quella letteratura (con le storie meravigliose di Charles Brockden Brown e Washington Irving) per arrivare al genio di Hawthorne e al romantico ma modernissimo Poe. Questo non significa certamente che in Bradbury siano direttamente presenti elementi o tematiche già affrontati da quegli scrirtori (a parte, forse, il motivo della morte, lungamente esorcizzato da Bradbury e proprio per questo presente in gran parte della sua narrativa); ma vuoI dire che in lui vi è un lavorio simbolico, un uso del fantastico come mezzo di ricreazione del reale e una volontà di affrontare il meraviglioso che non perdono di vista le sue implicazioni psicologiche. Se Bradbury è, a volte, fin troppo cosciente delle sue possibilità dal punto di vista verbale e sintattico, va però riconosciuto che le immagini più folgoranti ed evocative gli nascono dall’inconscio, spontanee e sorprendenti come gemme. Bradbury è essenzialmente un narratore dell’inconscio, per cui le sue opere migliori sono quelle in cui sfrutta sapientemente queste doti visionarie; le meno riuscite (e le più tarde) sono quelle in cui egli sembra capitalizzare su questa facoltà, rielaborando freddamente o smisuratamente spunti non più freschi di sogno. Ma, come si diceva, la sua grande capacità di scrittore è stata quella di rendersi conto che le invenzioni della fantascienza popolare possedevano una carica fantastica tale da potersi trasformare in simbolo, in parametro su cui misurare le angosce e le aspettative del profondo. Bradbury narratore della provincia, del Midwest, di miracoli tipicamente americani e Bradbury creatore di immagini tenebrose, cruente o semplicemente enigmatiche come quelle dei sogni: due facce di uno scrittore che, per entrambi i versi, è molto vicino al suo paese e a un certo tipo di sensibilità narrativa moderna. A proposito di accumulazione inconscia dei materiali, ci si potrebbe chiedere da dove provenga l’immagine del pompiere Montag e del suo lanciafiamme che brucia i libri. Forse Bradbury vede effettivamente, nel fuoco, un elemento purificatore, forse nei libri c’è il ricordo di una trasgressione che bisogna esorcizzare; ma se anche così fosse, Bradbury crede nella Fenice della fantasia, nella salamandra che di fuoco vive e si nutre per rinascere sempre. L’immagine degli uomini-libro che imparano a memoria un determinato testo e lo tramandano – con la quale si chiude Fahrenheit 451 – è una delle più belle e riuscite di Bradbury, perché in sostanza è un’immagine della fantasia.



Philip Glass & Uakti – Japura River


Stella acida: Grateful Dead – Dark star

Dark star crashes
pouring its light
into ashes

Reason tatters
the forces tear loose
from the axis

Searchlight casting
for faults in the
clouds of delusion

shall we go,
you and I
While we can?
Through
the transitive nightfall
of diamonds

Mirror shatters
in formless reflections
of matter

Glass hand dissolving
to ice petal flowers
revolving

Lady in velvet
recedes
in the nights of goodbye

Shall we go,
you and I
While we can?
Through
the transitive nightfall
of diamonds


Il desiderio si avvicina: Salvador Dalì


Metropolis – Fritz Lang


Dario Fo: l’ultimo buffone – La fame dello Zanni


Don Chisciotte tra musica, letteratura e cinema


L’urlo dei migranti: Immigrant song- Led Zeppelin

We come from the land of the ice and snow, (Noi veniamo dalla terra del ghiaccio e della neve) From the midnight sun where the hot springs blow. (Dal sole di mezzanotte dove sgorgano le fonti calde) The hammer of the gods will drive our ships to new lands, (Il martello degli Dei guiderà le nostre navi su nuove terre) To fight the horde, singing and crying: Valhalla, I am coming! (per combattere le orde, cantando e piangendo: Valhalla, sto arrivando!) On we sweep with threshing oar, Our only goal will be the western shore. (avanziamo battendo i remi, Il nostro unico obiettivo sarà la riva occidentale) We come from the land of the ice and snow, (noi veniamo dalla terra del ghiaccio e della neve) From the midnight sun where the hot springs blow. (Dal sole di mezzanotte dove sgorgano le fonti calde) How soft your fields so green, can whisper tales of gore, (Quanto dolcemente i vostri prati verdi, possono sussurrare racconti di sangue) Of how we calmed the tides of war. We are your overlords (di come abbiamo calmato le ondate di guerra) On we sweep with threshing oar, Our only goal will be the western shore. (avanziamo battendo i remi, Il nostro unico obiettivo sarà la riva occidentale) So now you’d better stop and rebuild all your ruins, (Così ora dovreste fermarvi e ricostruire tutte le vostre rovine) For peace and trust can win the day despite of all your losing. (Per la pace e la fiducia di poter vincere a dispetto della vostra sconfitta)


Apostolo della video-arte: Nam June Paik (Global groove)

Nam June Paik (Seul, 1932 – Miami, 2006) artista statunitense di origine sudcoreana. Ha lavorato in diversi ambiti artistici, ma il suo nome è soprattutto legato alla videoarte, di cui è uno dei pionieri. Compie i suoi studi di estetica, arte e musica a Tokyo dove si laurea con una tesi su Arnold Schönberg. Tra il 1958 e 1963 partecipa alle manifestazioni Fluxus a Düsseldorf, è in contatto con artisti come John Cage, Wolf Vostell. Partecipa ad una mostra considerata oggi la prima esposizione di video arte, dal titolo Exposition of Music – Electronic television (Wuppertal, 1963) dove si mescolano musica elettronica e immagine elettronica. Paik studia il disturbo e impara a provocarlo distorcendo l’immagine elettronica: le sue prime elaborazioni sono infatti televisori con immagini modificate. Poi sperimenta la ripresa e la rielaborazione di registrazioni con la telecamera. Nel 1965 utilizza il primo modello di telecamera portatile della Sony per riprendere il traffico caotico nel giorno della visita di Papa Paolo VI a New York, e per farne un’opera video (Café Gogo, Blecker Street), mostrata la stessa sera al Greenwich Village, opera sancita da molti come il primo video d’arte della storia.Tale opera, nata dalla rappresentazione tipica di un qualsiasi giorno (il traffico di una metropoli) e di un evento storico, “è un vero ready made video”, cioè “un evento-trovato e artisticizzato”.Rappresenta le possibilità del video di: 1. riprendere prima le strade vuote 2. riprendere le strade con il Papa e tutta la gente al seguito = doppia ripresa dello stesso posto. 3. riproporlo la sera agli amici = testimoniare la freschezza del video, della presa diretta della videocamera e della non necessità (che invece ha il cinema) del montaggio, che riduce il cinema a storia. Inizia a produrre videoinstallazioni con televisori modificati, da opere più minimaliste come Moon is the Oldest TV (1965) ad opere più monumentali e fantasmagoriche come Tadaikson (The More The Better), la torre di 1003 monitor realizzata in occasione dei Giochi Olimpici di Seoul (1988). L’ultima mostra di Paik è stata Moving Time.


Nobile semplicità, quieta grandezza: Laocoonte

Antico gruppo scultoreo in marmo (Musei Vaticani), che rappresenta il sacerdote Laocoonte e i due figli stritolati a morte dai serpenti, così puniti da Poseidone per aver avvisato i troiani della pericolosità del cavallo di legno donato dai greci; l’episodio è narrato da Virgilio nell’Eneide, II 199-231. Solitamente l’opera è datata II o I secolo a.C. oppure I secolo d.C., anche se si è discusso a lungo sul fatto che si tratti di un’opera originale ellenistica o di una copia romana. Plinio dichiara che la statua era collocata nel palazzo romano dell’imperatore Tito e sostiene che fu scolpita da Agesandros, Polydoros e Athenodoros di Rodi, descrivendola come “un’opera che deve essere preferita a tutte quelle prodotte dalla pittura e dalla scultura”. Questo elogio risuonò a lungo dopo la scomparsa del gruppo scultoreo, e nel 1506 la sua spettacolare scoperta in una vigna di Roma produsse un’impressione travolgente, soprattutto su Michelangelo, che corse immediatamente a vederla. La sua influenza liberatoria nella rappresentazione delle emozioni continuò a essere importante per la scultura barocca, e sino al XIX secolo fu ritenuta (insieme all’ Apollo del Belvedere e al Torso del Belvedere) come una delle più splendide opere dell’antichità (tanto che nel 1530 circa Tiziano ironizzò su tale adorazione creando una xilografia dove le figure umane erano trasformate in scimmie). L’opera acquistò un nuovo significato estetico grazie a Winckelmann, che la interpretò come un supremo simbolo della dignità morale dell’eroe tragico e come l’esempio più completo di quella “nobile semplicità e quieta grandezza” che lui riteneva l’essenza stessa dell’arte greca nonché la chiave della vera bellezza. Nel 1766 Lessing scelse Laocoonte come titolo del libro nel quale confutava le teorie di Winckelmann. La statua del Laocoonte fu uno dei grandi trofei che Napoleone portò via dall’Italia e rimase a Parigi dal 1798 al 1815. Fu restaurata molte volte dal suo ritrovamento, ma negli anni Cinquanta del Novecento fu eseguito un restauro radicale che ricollocò l’originale braccio destro del sacerdote nella posizione corretta, dietro la testa. Anche se non è più considerata come uno dei supremi capolavori mondiali, non è discesa nella stima generale quanto altre opere in marmo un tempo riverite; continua ad avere un grande potere sull’immaginazione collettiva e viene descritta in quasi tutte le storie generali dell’arte.


Andy Warhol – The Kiss – Cortometraggio (1963)


Jack Kerouac – Sulla strada

C’è sempre qualcosa di più, un po’ più in là… non finisce mai. (Jack Kerouac)

“La prima volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che io e mia moglie ci separammo. Avevo appena superato una seria malattia della quale non mi prenderò la briga di parlare, sennonché ebbe qualcosa a che fare con la triste e penosa rottura e con la sensazione da parte mia che tutto fosse morto. Con l’arrivo di Dean Moriartry ebbe inizio quella parte della mia vita che si potrebbe chiamare la mia vita lungo la strada. Prima di allora avevo sempre sognato di andare nel West per vedere il continente, sempre facendo piani vaghi e senza mai partire. Dean è il tipo perfetto per un viaggio perché nacque letteralmente sulla strada, quando i suoi genitori passarono da Salt Lake City, nel 1926, in un vecchio macinino, diretti a Los Angeles. Le prime notizie su di lui mi furono date da Chad King, che mi aveva fatto vedere alcune sue lettere scritte in un riformatorio del New Mexico. Mi interessai enormemente a quelle lettere perché chiedevano a Chad in modo così ingenuo e dolce di insegnargli ogni cosa su Nietzsche e tutti i meravigliosi argomenti intellettuali che Chad conosceva. A un certo punto Carlo e io parlammo delle lettere e ci chiedemmo se avremmo mai conosciuto quello strano Dean Moriarty. Tutto ciò accadeva molto tempo fa, quando Dean non era ancora quello che è oggi, ma solo un giovane carcerato avvolto di mistero. Poi arrivò la notizia che Dean era uscito dal riformatorio e stava venendo a New York per la prima volta; si diceva che avesse appena sposato una ragazza di nome Marylou. Un giorno stavo bighellonando per la Città Universitaria e Chad e Tim Grey mi dissero che Dean abitava in un appartamento senza acqua calda corrente nell’East Harlem, la Harlem spagnola. Dean era arrivato a New York la notte precedente per la prima volta con Marylou, la sua bella e vivace pollastrella…” (da “Sulla strada- Jack Kerouac)

 


La Fattoria degli animali-Orwell incontra Esopo e Pink Floyd

Qualunque cosa cammini su due zampe è un nemico. Qualunque cosa cammini su quattro zampe o abbia le ali è un amico. Nessun animale deve indossare vestiti. Nessun animale deve dormire in un letto. Nessun animale deve bere alcol. Nessun animale deve uccidere un altro animale. Tutti gli animali sono uguali. Nessun animale deve dormire in un letto. (con le lenzuola)Nessun animale deve bere alcol. (in eccesso)Nessun animale deve uccidere un altro animale. (senza motivo)Tutti gli animali sono uguali. (ma alcuni sono più uguali degli altri) Gli animali da fuori guardavano il maiale e poi l’uomo, poi l’uomo e ancora il maiale: ma era ormai impossibile dire chi era l’uno e chi l’altro.

La lepre un giorno si vantava con gli altri animali: “Nessuno può battermi in velocità” diceva “Sfido chiunque a correre come me”. La tartaruga, con la sua solita calma, disse: “Accetto la sfida”.”Questa e’ buona!” esclamò la lepre; e scoppiò a ridere. “Non vantarti prima di aver vinto” replicò la tartaruga, “vuoi fare questa gara?” Così fu stabilito un percorso e dato il via. La lepre partì come un fulmine: quasi non si vedeva più, tanto era già lontana. Poi si fermò, e per mostrare il suo disprezzo verso la tartaruga si sdraiò a fare un sonnellino. La tartaruga intanto camminava con fatica, un passo dopo l’altro, e quando la lepre si svegliò, la vide vicina al traguardo. Allora si mise a correre con tutte le sue forze, ma ormai era troppo tardi per vincere la gara. La tartaruga sorridendo disse: “Non serve correre, bisogna partire in tempo.”


Sfere – Arnaldo Pomodoro


Munch, Cèzanne, Balla – Stretti legami


Pittura in movimento – Maurizio Verdiani (“Table in motion” emulsione acrilica in vetro e plexiglass 1990)