by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Articoli con tag “psicologia

TheCoevas on Events Tour 2011, Mercoledì 13 Luglio presso “Mondo Fitness”, h 18,30

Annunci

Peter Gabriel – David Bowie – Heroes


Apollineo e dionisiaco

Nietzsche mostra di interpretare la civiltà greca non tradizionalmente sulla base della calma grandezza e della nobile semplicità, così come aveva predicato il padre putativo del neoclassicismo,Winckelmann; e tale suo approccio nei confronti della Grecità si rivela nell’ambito dell’interpretazione del fenomeno tragico, che per Nietzsche è il più emblematico nella prospettiva della cultura greca, da lui definito come un qualcosa che agli occhi degli Ateniesi assumeva il significato di una festa eccezionale e lungamente attesa.

Secondo Nietzsche, l’animo dell’ateniese che assisteva alla tragedia aveva in sé qualcosa di quell’elemento originario da cui la tragedia era scaturita, ossia la componente dionisiaca. Essa viene interpretata come una forza metafisica originaria della Natura, come un impulso primaverile, che porta con sé il gioco con l’ebbrezza e la soppressione del principium individuationis; il risultato è dunque un saldo legame tra uomo e uomo, e anche tra uomo e Natura, la cui forza plasmante fa sì che ogni individuo partecipi dell’Uno-Tutto e diventi esso stesso opera d’arte.

Il dramma attico appare dunque come un culto naturalistico che, presso i popoli dell’Asia aveva il senso del più crudo scatenamento di bassi istinti, configurandosi come vera esperienza orgiastica e animalesca, in grado di spezzare nel contingente tutti i vincoli sociali, ma che nell’arte greca assume uno sviluppo differente mediante l’interazione dell’artista apollineo.

L’apollineo nel merito della tragedia greca incarna la componente formale-razionale; egli è il dio del sogno e l’arte apollinea è il gioco con il sogno, è il momento della rappresentazione della realtà e come tale implica una sorta di limitazione misurata, una forma di libertà dagli impulsi più selvaggi, portando con sé quella saggezza e quella calma peculiarmente ascrivibili alla sua solarità e alla sua essenza di dio plastico: con tali caratteristiche Apollo interviene dunque sul suo oppositore con il suo intelligente senso della misura, in maniera tale che esso non si accorga di andare in giro semiprigioniero.

È l’impronta del dio di Delfi a serrare nelle catene della bellezza l’istinto dirompente della divinità dell’ebbrezza. L’estasi dello stato dionisiaco determinerebbe una momentanea fuga dal mondo della realtà consueta che, riemergendo nuovamente alla coscienza, verrebbe sentita come nausea.

Nella consapevolezza del risveglio dall’ebbrezza si vedrebbe, secondo Nietzsche, tutto l’orrore e l’assurdità dell’esistenza umana, verso la quale si nutrirebbe disgusto.

In tale contesto si chiarisce dunque il fine precipuo dell’apollineo, la cui intenzione non è quella di reprimere o soggiogare l’istanza dionisiaca, bensì di sublimarla trasformando le sensazioni di nausea e orrore per l’assurdità dell’esistenza umana in rappresentazioni con cui sia possibile convivere; il sublime diventa infatti la rappresentazione dell’orrore, mentre il comico si configura come liberazione artistica del disgusto per il carattere assurdo della vita umana.

La tragedia greca è dunque un gioco con l’ebbrezza, ma non l’essere completamente divorati da essa, e se è allora che nell’attore si riconosce l’uomo dionisiaco, è pur vero che esso viene riconosciuto come uomo dionisiaco messo in scena; è in merito a ciò dunque che Nietzsche coglie il fine più alto della cultura apollinea nell’esigenza etica della misura.

Il grande merito riconosciuto da Nietzsche al dramma attico è quello di far convivere l’uomo con la chiara consapevolezza della nullità della sua esistenza, mostrata così come essa è, ma all’interno di una sorta di specchio trasfigurante.


Can – Mushroom


Jefferson Airplane -White Rabbit: una delle atmosfere di Coeva

Una pillola ti rende più largo
Un’altra pillola ti rende più stretto
E un’altra che ti da tua madre
Non fa niente di niente
Vai e chiedi ad Alice
Di quando si sente alta dieci piedi

E se vai a rincorrere conigli
E sai che stai per perdere
Raccontagli del camion di pipe ad acqua
Che ti ha chiamato
Chiedi ad Alice
Di quando era solo piccola

Quando l’uomo sulla scacchiera
Si alza e ti dice dove devi andare
E hai appena mangiato alcune specie di funghi
E la tua mente lavora piano
Vai e chiedi ad Alice
Penso che lei lo sappia

Quando logica ed equilibrio
Sono cadute in una morte leggera
Il guerriero bianco parla al contrario
E la regina rossa é uscita di testa
Ricorda quello che ha detto il topolino:
nutri la tua mente
nutri la tua mente!


Constantinos Kavafis

E se non puoi la vita che desideri

cerca almeno questo

per quanto sta in te: non sciuparla

nel troppo commercio con la gente

con troppe parole in un viavai frenetico.

 

Non la svilire portandola in giro

in balìa del quotidiano

gioco balordo degli incontri

e degli inviti,

fino a farne una stucchevole estranea.

 

Constantinos Kavafis

È uno dei più grandi poeti moderni. Era nato nel 1863 ad Alessandria d’Egitto “in una casa della via Cherif”, come scrisse in un appunto autobiografico.

La sua famiglia era greca e quando Constantinos era un bambino si trasferì in Inghilterra. Nel 1869 morì il padre e dopo alcuni anni di viaggi tra la Francia, Constantinopoli (l’odierna Istanbul) e la Grecia, Constantinos e l’amatissima madre fecero ritorno nella vivace città egiziana.

In Europa, in campo poetico, dominavano i decadenti francesi, in Egitto vi era la grandissima e mirabile tradizione della poesia araba e per ragioni familiari Constantinos era vicino anche alla poesia ellenica di Omero, Saffo, Alceo, Anacreonte.

Impiegato per tutta la vita in un ufficio del ministero dei lavori pubblici d’Egitto, coltivò quasi segretamente il suo amore per la poesia.

In vita editò solo due raccolte, esili numericamente, nel 1904 e nel 1910.

Spesso donava le sue poesie agli amici, a volte le raccoglieva in gruppi che rilegava lui stesso o le incollava su quaderni.

Morì nel 1933, il giorno del suo compleanno: il 29 aprile. Un caso o un destino che è capitato ad altri, tra cui Raffaello Sanzio e Ingrid Bergman, e in cui il suo traduttore, Nelo Risi, vide quasi un simbolo.

Nel ’35 una casa editrice di Alessandria pubblicò la sua opera omnia: 150 liriche.

In Italia dal 1919 erano state pubblicate poche poesie su riviste specialistiche: aveva parlato di lui il pessimo Marinetti e tempo dopo Ungaretti, Montale, Caproni.

I temi principali della poesia di Constantinos sono il ricordo, la nostalgia, la vita che sfugge, l’amore omosessuale, l’ironia, il disincanto, la morte, la compassione.

Al centro delle sue poesie vi sono sempre uomini e donne con i loro sentimenti, i loro dilemmi, la loro umana pietà.


La profezia degli Inka

Gli Inka fissano 7 livelli per lo sviluppo psico-spirituale che giace latente nel nostro ‘seme Inka’. I primi tre sono una sorta di infanzia e adolescenza spirituale, in cui si entra in sintonia con la famiglia e l’ambiente naturale circostante. Al quarto livello (a cui si viene tradizionalmente iniziati in un’antica grotta del Perù) si compiono i primi passi per diventare un vero adulto il cui campo energetico è in grado di risuonare dell’intero campo dell’energia vivente, di Madre Terra e dei suoi abitanti. È il livello in cui ogni essere umano diventa tuo fratello o tua sorella perché si è figli della stessa madre, Pachamama  e dello stesso padre, Inti-Taita, Padre Sole. I successivi tre livelli delineano il dispiegarsi del completo potenziale dell’umanità, fino al settimo livello nel quale un umano può acquisire pienamente l’energia creativa, manifestare l’equivalente di dio sulla terra e risuonare del campo di energia dell’intero universo.

Prendi il nettare della Natura L’iniziato al quarto livello assume la responsabilità di diventare un partecipante attivo non solo nella creazione della sua stessa vita, ma anche nel rivelarsi della profezia Inka, che richiede, appunto, partecipazione attiva. La saggezza del quarto livello è basata sul fatto che nell’universo pieno di vita non ci siano cose come energia  negativa o positiva, ci sono solo energie relativamente più pesanti, hoocha, e più sottili, sami, Sami, in lingua Quechua, significa nettare. È letteralmente un cibo spirituale che noi, in quanto umani dotati di libera volontà, possiamo scegliere di creare e di canalizzare, oppure no. La natura produce sami. Pensa a come, istintivamente, quando siamo un po’ giù, vogliamo scire a fare una passeggiata. Solo noi umani produciamo hoocha. Ma in quanto generatori di energie pesanti siamo equipaggiati per dirigere l’energia vivente e ‘mangiare e digerire’ o trasformare hoocha.

Al livello successivo, il quinto,  la condivisione del sami, il nettare che è una sorta di compost spirituale, il respiro comune con gli alberi e le piante, apre le porte alla cosmologia spirituale.  Questa è basata su preziose informazioni, autentici salva vita, per il mondo di oggi.


Niente è più vicino alla mente che la mente stessa


Ricette afrodisiache (parte I)

Salse ed altri fluidi essenziali

Le mani rivelano le nostre

Intenzioni: accarezzano,

consolano, puniscono, lavorano

Una buona mano nel preparare

Una salsa equivale a una mano

Esperta nel fare massaggi.

E’ un attributo prezioso e raro.

Le salse sensuali, quelle che

L’amante custodisce in segreto

Insieme ai tocchi più intimi e

Arditi, richiedono fantasia.

 

SALSA IN TRE MINUTI

 La fretta non si addice alla cucina e all’amore, ma a volte non c’è tempo per ripassare tutto il Kamasutra. Questa salsa veloce si accompagna perfettamente con carne di maiale, prosciutto, braciole o lonza. La combinazione di ingredienti sembra frutto di follia ma ti assicuro che viene buonissima.

Ingredienti

½ cucchiaino di senape

½ tazza di yogurt naturale

1 cucchiaio di succo di

pompelmo o di limone

1 cucchiaio di conserva d’albicocche

1 bicchierino di vodka

Preparazione

Stempera la senape nello yogurt. Unisci la conserva e la vodka. Mescola bene. Più facile di così si muore!


In attesa della Partenogenesi

Forte, coraggiosa e raggiante nel suo splendore, Atena incarna non soltanto il prototipo dell’efficienza, della messa in opera e dell’azione, ma, soprattutto, sembra capace di gridare l’esigenza del femminile di essere libero, capace di difendersi e di lottare per raggiungere i propri obiettivi.

Il mito di Atena propone un’immagine spettacolare della nascita di questa dea: sarebbe venuta alla luce direttamente dalla testa di Zeus e avendo già le sembianze di una donna. In alcune versioni la sua nascita assomiglia a una sorta di parto cesareo: poiché Zeus durante le ‘doglie’ soffriva di un’ atroce emicrania, fu aiutato da Efesto, Dio del Fuoco, che lo colpì alla testa con un’ascia a doppio taglio, aprendo la via per la fuoriuscita di Atena (Bolen,1984).

Forse in virtù di questa nascita così plateale – avvenuta senza alcun intervento da parte del maschile – Atena si ritenne sempre figlia di un unico genitore, Zeus…

Atena nasce già adulta e ciò non può che proporci un’immagine di indipendenza e di libertà. L’indipendenza implica anche l’autonomia, una delle dimensioni più difficili da conquistare… Simbolo della lotta femminile e della sua stupefacente tenacia e resistenza rispetto alle prevaricazioni del maschile, Atena rappresenta il prototipo della donna che non intende lasciarci soggiogare dall’uomo.

Lei era la dea della saggezza ma, al contempo, rappresentava un’immagine molto misteriosa… Misterioso è tutto ciò che ci sfugge, che non riusciamo ad afferrare, che sembra sottrarsi a ogni altra interpretazione. Soprattutto quando si tratta dei rapporti con l’altro sesso, si può avere l’impressione di non riuscire ad afferrare la verità dell’altro. Per antonomasia, il mistero viene collegato all’immagine del femminile, più che del maschile, e ciò probabilmente in funzione del fatto che è sempre molto difficile ‘afferrare’ l’altro, soprattutto quando si tratta di una donna… ma al di là del pensare comune…l’incontro con l’altro rappresenta sempre un momento piuttosto difficile, perché si ha la sensazione che qualcosa ci sfugge… Molto spesso l’Altro è visto come un nemico, come qualcosa che se dovesse penetrare all’interno della nostra dimensione psicologica, la distruggerebbe…voler prescindere dal rapporto con l’altro sesso significa in realtà pensare di poter fare a meno della dimensione emotiva, di una dimensione che in questi ultimi anni sembra davvero essere entrata in crisi…la nostra vita di esseri umani è legata alla relazionalità, alla dimensione del rapporto: nel momento in cui si dovesse avvertire il desiderio di prescindere completamente dalle relazioni interpersonali, questa necessità indicherebbe la presenza di difficoltà molto serie e profonde. Atena è l’unica dea fornita di corazza…fu Reich il primo a parlare di ‘corazza caratteriale’ – particolare atteggiamento psicologico che la persona assume proprio per evitare i rapporti, i contatti significativi. Ma perché certe persone scelgono di indossare una corazza? La corazza serve a proteggere la persona dal rapporto, ma se si avverte il bisogno di protezione, evidentemente esiste anche la paura di qualche cosa, la sensazione di essere minacciati. In questo caso si ha paura dell’Altro, e l’Altro ci fa paura perché è in grado di portarci altrove, di metterci in difficoltà, di destabilizzarci sino al punto di farci perdere le coordinate della nostra esistenza…continua (A.Carotenuto)


Missili: Hors-D’oeuvre

Sulla guerra come intervento di chirurgia estetica. L’UBU La Russa, eco deformante, discorre di interventi militari  adeguando contenuti bellici alla cultura e ai gusti del pubblico ai quali essi sono destinati ascrivendo così il popolo italiano a categoria di spettacolo. Con concetti da punturine vitaminiche o all’acido Jaluronico, missili colpiranno obiettivi mirati, localizzati. Merdre! Non veri e propri bombardamenti, non una vera e propria guerra, non s’entra propriamente in guerra, non ammazziamo propriamente tutti o quasi ma forse pochi, così da non sembrare…Ma ci hanno preso propriamente per mentecatti. Oh Nume qualsiasi scampaci e liberaci dai vari Ubuculi con tutta l’autorità che deriva dall’essere stupidi.


I porci governativi (un nuovo linguaggio)

Ciorgeni accalliti con prestazze incornurite melmavasi

nella curdizognola feniosa

Dirimpicco aureotempoli sdliti

S’ampiroccavan perduti

Aspergici miofalli

Giambutamente postici

Gli ertoli onissergici

S’aggarbiavan nella nottura

Erpegando obliti.

Contempori e grascosi

Non pernavan altro che arruzzafar dinespoli

E i putri omiseri

Lastrevano insanosi.

(Maria Pia Carlucci)


Fëdor Michajlovich Dostoevskij, L’Idiota

La pietà è la cosa che più preme, forse l’unica legge dell’esistenza umana.

Dostoevskij, L’idiota

L’arte di Dostoevskij ha esercitato un’enorme influenza sulla letteratura moderna. I suoi romanzi, densi di significato e di suggestioni, si articolano sulla complessa tumultuosità dell’ordito narrativo, in un intrecciarsi di vicende umane che determina un intenso clima drammatico, unito ad un dinamico svolgersi delle azioni e dei dialoghi. Il tema dominante dei principali romanzi è religioso-filosofico, svolto mediante un processo di analisi psicologica straordinariamente penetrante. Dio, l’uomo, il peccato e il male rappresentano i punti focali dell’analisi dostoevskijana, ed i personaggi, tesi alla redenzione attraverso l’esperienza sofferta, si protendono idealisticamente verso l’affermazione della carità e della bontà, sostanziata di umiltà religiosa. In questo senso, secondo Dostoevskij, il peccatore è spesso toccato dalla grazia, meritata attraverso la sofferenza. Il realismo della sua arte lo porta ad analizzare i temi in modo estremamente problematico, descrivendo il caos nel quale l’individuo si dibatte nella tormentata alternativa tra i sommi principi del bene e del male, causa prima della contraddittorietà umana. L’Idiota, pubblicato nel 1869, rappresenta magistralmente il tema dell’esistenza di Dio, analizzato attraverso l’indagine sul concetto di pietà, personificata in un uomo totalmente buono, e nelle reazioni che tale sentimento suscita in chi ne è oggetto. Le vicende, narrate con ritmo talmente dinamico da essere quasi estenuante, si articolano attorno alla figura del principe Myskin, la cui bontà e umiltà determina negli altri improvvise e sconvolgenti auto-rivelazioni. In realtà, nella figura dell’ “idiota”, la cui idiozia consiste in una fede assoluta negli altri unita all’assoluta impotenza della volontà, e fondata in una ancor più assoluta inesperienza di vita, Dostoevskij intendeva simboleggiare la saggezza cristiana nella sua essenza più pura. Spiritualmente opposto di Myskin, è Rogožin, compagno di viaggio del principe in Russia, al quale confida la passione violenta suscitata in lui da Nastasja Filippovna, figura attorno alla quale si agita un groviglio di passioni e di sentimenti. Nastasja, rimasta orfana a tenera età, educata per carità e diventata amante dell’uomo che si era preso cura di lei, quasi per doverosa quanto disgustosa restituzione del beneficio ricevuto, nasconde nell’animo, naturalmente generoso, una avversione per il mondo maschile. Ella diventa l’oggetto del contendere tra il sensuale Rogožin e l’arrivista Ganja, interessato a lei per la dote assegnatale da un suo vecchio protettore. Myskin, arrivato a Pietroburgo, sente ancora parlare della sconosciuta Nastasja, venendo al corrente dei piani del segretario del generale presso cui risiede, l’arrivista Ganja appunto. Attratto irresistibilmente verso la giovane, Myskin, uscito appena da una malattia che gli aveva oscurato la mente, e intimamente convinto della intrinseca bontà di ogni essere umano, si getta sconsideratamente nei torbidi e intricati avvenimenti che ruotano attorno a Nastasja, la quale a sua volta è attratta sia da Myskin, del quale riconosce la superiorità spirituale, sia da Rogožin, nonostante il risentimento provocatole dalla sua sfrenata sensualità. La sera in cui Nastasja avrebbe dovuto decidere se accettare la corte del segretario Ganja, il principe Myskin si presenta, non invitato, in casa della giovane. All’arrivo dell’ubriaco Rogožin, che getta sul tavolo una cospicua somma per “ripagare” Ganja della dote che avrebbe perso con Nastasja e portare con sé la ragazza come sua amante, Myskin si fa coinvolgere nella mischia proclamandosi difensore della giovane, e offrendosi di sposarla per sottrarla al mercato umiliante. Nastasja, commossa, non può però accettare questa soluzione dettata dalla pietà e troppo pericolosa per il principe, e fugge con Rogožin. Tra i protagonisti si instaura una situazione angosciosamente priva di soluzione, dove il bene e il male, l’amore e l’odio si affollano confusi. A complicare ulteriormente il quadro si profila l’amore della figlia del generale presso cui Myskin vive, Aglae, per il principe, un amore dissimulato per orgoglio ma alimentato da un’affezionata ammirazione. Myskin sembra corrispondere, ma esaspera la femminilità della giovane figlia del generale a causa della sua incapacità di superare l’affetto universale che lo lega a tutti gli uomini, a favore del naturale istinto sessuale. Il romanzo finisce tragicamente con l’uccisione della bella Nastasja da parte di Rogožin, e con la caduta definitiva del principe nella follia, un ritorno finale allo stato di purezza dell’infanzia come rifiuto del male del mondo, unico moto di autodifesa del protagonista, incapace di vivere in una società malata e crudele. In questo senso è possibile accumunare la figura del principe a quella di Don Chisciotte, costretto a rientrare nel suo stato di follia per non venire contaminato dalla bestialità del mondo. La veglia che segue, trascorsa fraternamente dall’assassino e dal principe accanto al cadavere di Nastasja, stende un velo di pacatezza sulla tumultuosa vicenda. La pietà, e il suo auspicabile trionfo nel caos delle azioni e delle pulsioni umane, è probabilmente la chiave di lettura non solo di quest’opera, ma di tutta la produzione letteraria di Dostoevskij, partendo dalla figura del principe Raskolnikov in Delitto e castigo, e sviluppata nei Demoni. Nell’Idiota, l’autore dà corpo a questo sentimento rappresentandolo con una figura che ne rispecchia appieno il senso, arrivando a rasentare la santità. La pietà però, secondo la visione realistica e vagamente disillusa dell’autore, non trionfa, ma viene rappresentata nel suo dramma e nel suo finale sgominio: contro di essa si levano, infatti, le pulsioni dei protagonisti, l’antagonismo degli affetti e dei sentimenti morali, entro cui si agitano, egualmente vivi, il bene e il male, l’odio e l’amore. La ricerca etica, e l’incapacità della sua affermazione, è il motore che dà il via a tutte le azioni del romanzo: Ganja è convinto di mostrarsi coraggioso sposando Nastasja e risolvendo così una situazione ambigua, ma è contaminato dall’arrivismo che la donna disprezza; Rogožin insorge sinceramente contro quell’espediente offrendo a Nastasja la sfrenata lealtà dei suoi sensi, ma dalla quale sarà travolto, arrivando al delitto; Nastasja, infine, pur riconoscendo la superiorità spirituale del principe, non può seguirlo, dubitando innanzitutto di se stessa e della sua capacità di superare il risentimento che prova verso il genere maschile. A tutto ciò il principe dovrebbe opporre la forza della sua bontà, che però resta fatalmente inattiva. La continua commozione per le miserie altrui e l’assoluta mancanza di amore di sé non si traduce mai in azione, e il principe, sempre pronto a sacrificarsi per gli altri, in realtà non si sacrifica mai. Il lettore, a volte, dubita che la sua bontà derivi da un sentimento profondo e che debba imputarsi alle conseguenze della malattia su una mente per natura debole. Il limite di Myskin è anche il limite dell’autore, che nell’Idiota, così come nelle altre sue opere maggiori, imposta con potenza un problema etico, senza però arrivare ad una soluzione univoca.


Newspaper

Ho sfogliato i giornali questa mattina:

altro ozono che scompare.

Quello sguardo che riconosco sempre.

La carta è ossigeno che manca.

Le lettere scorrono sul foglio.

Quella dannata roba.

E’ meglio saperlo

che le parole restano sul foglio

(Maurizio Verdiani da Blahin’ Fermenti Editrice 1993)


“Making Mask” Corso realizzazione maschere – Prof. Agostino Dessì – Via Faenza, 72 Firenze

Mask Course

Five Days – Mask Making Worshop
Including theory and hands-on construction of antique, papier mâchè art. Taught in English.
By Prof. Agostino Dessì and his daughter Alice.

The course cover the following subjects:
– Hands on costruction in chalk of a model of mask to student’s liking.
– Plaster negative of mask.
– Papier – Make print.
– Finishing, cutting, affixing laces.
– Colouring, gliding, aplication of gold or silver leaf.
– Colouring wich acrilics, coating or antiquing.

(5 LESSONS IN 1 WEEK FOR A TOTAL OF 20 HOURS, INCLUDING ALL THE MATERIALS. THIS COURSE IS OPEN TO ANYBODY WHO IS INTERESTED IN AN ENTHUSIAST OF THIS TYPE OF ART)

Professor Agostino Dessì as been creating and producing mask in Florence since 1973. His work and art continue to provide unique creation also used for the theatre, plays, films, festivals, show and the Venice Carnaval.

ALICE ATELIER
Via Faenza, 72r – 50123, Florence – Italy
Tel/Fax. 00 39 055 287370
Mobile. 00 39 347 4829303
E- Mail. agostinodessi@gmail.com
Web. http://www.alicemasks.com