by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Articoli con tag “fotografia

The Mondriaan Cube

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2001 odissea nello spazio


Man Ray


Botticelli


Raffaello Sanzio


Venere di Milo & Inno al Sole – Gregorio Paniagua


Stella acida: Grateful Dead – Dark star

Dark star crashes
pouring its light
into ashes

Reason tatters
the forces tear loose
from the axis

Searchlight casting
for faults in the
clouds of delusion

shall we go,
you and I
While we can?
Through
the transitive nightfall
of diamonds

Mirror shatters
in formless reflections
of matter

Glass hand dissolving
to ice petal flowers
revolving

Lady in velvet
recedes
in the nights of goodbye

Shall we go,
you and I
While we can?
Through
the transitive nightfall
of diamonds


Il desiderio si avvicina: Salvador Dalì


Sarcofago degli sposi – Arte Etrusca

Sarcofago degli Sposi, scultura in terracotta rinvenuta nella necropoli di Cerveteri, databile al VI°sec. A.C. e conservato nel Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma.


Metropolis – Fritz Lang


Apostolo della video-arte: Nam June Paik (Global groove)

Nam June Paik (Seul, 1932 – Miami, 2006) artista statunitense di origine sudcoreana. Ha lavorato in diversi ambiti artistici, ma il suo nome è soprattutto legato alla videoarte, di cui è uno dei pionieri. Compie i suoi studi di estetica, arte e musica a Tokyo dove si laurea con una tesi su Arnold Schönberg. Tra il 1958 e 1963 partecipa alle manifestazioni Fluxus a Düsseldorf, è in contatto con artisti come John Cage, Wolf Vostell. Partecipa ad una mostra considerata oggi la prima esposizione di video arte, dal titolo Exposition of Music – Electronic television (Wuppertal, 1963) dove si mescolano musica elettronica e immagine elettronica. Paik studia il disturbo e impara a provocarlo distorcendo l’immagine elettronica: le sue prime elaborazioni sono infatti televisori con immagini modificate. Poi sperimenta la ripresa e la rielaborazione di registrazioni con la telecamera. Nel 1965 utilizza il primo modello di telecamera portatile della Sony per riprendere il traffico caotico nel giorno della visita di Papa Paolo VI a New York, e per farne un’opera video (Café Gogo, Blecker Street), mostrata la stessa sera al Greenwich Village, opera sancita da molti come il primo video d’arte della storia.Tale opera, nata dalla rappresentazione tipica di un qualsiasi giorno (il traffico di una metropoli) e di un evento storico, “è un vero ready made video”, cioè “un evento-trovato e artisticizzato”.Rappresenta le possibilità del video di: 1. riprendere prima le strade vuote 2. riprendere le strade con il Papa e tutta la gente al seguito = doppia ripresa dello stesso posto. 3. riproporlo la sera agli amici = testimoniare la freschezza del video, della presa diretta della videocamera e della non necessità (che invece ha il cinema) del montaggio, che riduce il cinema a storia. Inizia a produrre videoinstallazioni con televisori modificati, da opere più minimaliste come Moon is the Oldest TV (1965) ad opere più monumentali e fantasmagoriche come Tadaikson (The More The Better), la torre di 1003 monitor realizzata in occasione dei Giochi Olimpici di Seoul (1988). L’ultima mostra di Paik è stata Moving Time.


Nobile semplicità, quieta grandezza: Laocoonte

Antico gruppo scultoreo in marmo (Musei Vaticani), che rappresenta il sacerdote Laocoonte e i due figli stritolati a morte dai serpenti, così puniti da Poseidone per aver avvisato i troiani della pericolosità del cavallo di legno donato dai greci; l’episodio è narrato da Virgilio nell’Eneide, II 199-231. Solitamente l’opera è datata II o I secolo a.C. oppure I secolo d.C., anche se si è discusso a lungo sul fatto che si tratti di un’opera originale ellenistica o di una copia romana. Plinio dichiara che la statua era collocata nel palazzo romano dell’imperatore Tito e sostiene che fu scolpita da Agesandros, Polydoros e Athenodoros di Rodi, descrivendola come “un’opera che deve essere preferita a tutte quelle prodotte dalla pittura e dalla scultura”. Questo elogio risuonò a lungo dopo la scomparsa del gruppo scultoreo, e nel 1506 la sua spettacolare scoperta in una vigna di Roma produsse un’impressione travolgente, soprattutto su Michelangelo, che corse immediatamente a vederla. La sua influenza liberatoria nella rappresentazione delle emozioni continuò a essere importante per la scultura barocca, e sino al XIX secolo fu ritenuta (insieme all’ Apollo del Belvedere e al Torso del Belvedere) come una delle più splendide opere dell’antichità (tanto che nel 1530 circa Tiziano ironizzò su tale adorazione creando una xilografia dove le figure umane erano trasformate in scimmie). L’opera acquistò un nuovo significato estetico grazie a Winckelmann, che la interpretò come un supremo simbolo della dignità morale dell’eroe tragico e come l’esempio più completo di quella “nobile semplicità e quieta grandezza” che lui riteneva l’essenza stessa dell’arte greca nonché la chiave della vera bellezza. Nel 1766 Lessing scelse Laocoonte come titolo del libro nel quale confutava le teorie di Winckelmann. La statua del Laocoonte fu uno dei grandi trofei che Napoleone portò via dall’Italia e rimase a Parigi dal 1798 al 1815. Fu restaurata molte volte dal suo ritrovamento, ma negli anni Cinquanta del Novecento fu eseguito un restauro radicale che ricollocò l’originale braccio destro del sacerdote nella posizione corretta, dietro la testa. Anche se non è più considerata come uno dei supremi capolavori mondiali, non è discesa nella stima generale quanto altre opere in marmo un tempo riverite; continua ad avere un grande potere sull’immaginazione collettiva e viene descritta in quasi tutte le storie generali dell’arte.


Andy Warhol – The Kiss – Cortometraggio (1963)


Tamara de Lempicka e Gabriele D’annunzio

Tamara de Lempicka nasce il 16 maggio del 1898 a Varsavia. Nel 1911 compie un importante viaggio in Italia insieme alla nonna materna, durante il quale scopre la sua passione per l’arte.
Nel 1914, disobbedendo alla volontà dei genitori, interrompe gli studi e si trasferisce a San Pietroburgo, presso la zia Stefa Jansen.
Durante una festa Tamara conosce il giovane avvocato Tadeusz Lempicki e se ne innamora.
I due si sposano nel 1916, poco prima dello scoppio della rivoluzione russa. L’anno seguente il marito è arrestato per la sua militanza nelle file controrivoluzionarie, ma grazie alle relazioni della moglie viene presto liberato. I due si trasferiscono a Copenaghen, dove già si trovano i genitori di Tamara, e da lì giungono a Parigi.
Nel 1920, poco dopo la nascita della figlia Kizette, Tamara decide di dedicarsi alla pittura e inizia a frequentare l’Académie de la Grande Chaumière, poi prende lezioni da Maurice Denis e André Lhote. Nel 1922 partecipa al Salon d’Automne. Dopo questa sua prima apparizione, la pittrice continua a esporre a Parigi fino alla seconda metà degli anni Trenta.
Negli anni seguenti, divenuta pittrice di successo, intensifica la sua partecipazione a mostre ed esposizioni parigine. Nel 1928 divorzia dal marito e ben presto si lega al barone Kuffner, che sposerà nel 1933. In seguito a una profonda crisi esistenziale, l’artista comincia a dipingere soggetti di contenuto pietistico e umanitario.

Nell’estate del 1939 i coniugi Kuffner partono per New York, dove Tamara organizza una personale alla galleria di Paul Reinhardt. Nonostante i suoi numerosi impegni umanitari, la pittrice continua ad allestire mostre a New York, Los Angeles e San Francisco. Dopo un lungo periodo di silenzio, nel 1957 presenta le sue nuove opere a Roma alla Galleria Sagittarius. L’artista realizza in questi anni una serie di composizioni astratte, cui fanno seguito dei dipinti a spatola che non incontrano il consenso della critica. La mostra, allestita nel 1962, alla Galleria Jolas di New York è un fallimento. Dopo la morte del marito, avvenuta nel novembre di quell’anno, Tamara lascia New York e si trasferisce a Houston, dove vive la figlia Kizette. Nel 1969 torna a Parigi e riprende a dipingere.
Una grande mostra antologica, organizzata presso la Galerie du Luxembourg (1972), riporta al successo l’anziana pittrice. Nel 1978 Tamara si trasferisce in Messico, a Cuernavaca, dove muore il 18 marzo 1980.
Secondo le sue volontà testamentarie, le sue ceneri vengono sparse.

Tamara de Lempicka e D’Annunzio

L’avventura con D’annunzio, significava per lei, l’inizio del successo e del passaggio alla ‘dolce vita’.
L’intenzione del Vate era quella di aggiungere Tamara alla lunga fila delle sue amanti, ma per Tamara, era solo un’occasione per farsi pubblicità: un ritratto del grande D’Annunzio eseguito da lei, le avrebbe portato enormi benefici in campo artistico ed avrebbe accresciuto la sua fama. Il Vate sembrava pazzamente innamorato di lei e questo la lusingava.
Dall’esame della corrispondenza epistolare, si evince che fu proprio Tamara a proporre al poeta un primo incontro:
“Venerdì. Caro maestro e amico ( come spero ed intensamente desidero), sono appena arrivata a Firenze!!! Perché proprio Firenze? Per lavorare, per studiare i cartoni del Pontormo, per purificarmi al contatto della vostra arte sublime! Quanto mi rattrista non poter esprimere le mie idee.
Sarei così felice di poter parlare con voi, di confidarvi i miei pensieri!
“Credo che voi siate l’unica persona che tutto può capire e che non mi definirebbe pazza, voi, che avete visto tutto, che avete vissuto tutto, che avete provato di tutto. Per Natale ritorno a Parigi. Passo per Milano dove conto di trattenermi per due giorni. Volete che passi anche da voi (in senso buono s’intende)? Io ne sarei così felice! Voi no? Vi invio, caro fratello, tutti i miei pensieri, quelli buoni e quelli cattivi, quelli scurrili e quelli che mi fanno soffrire. Tamara de Lempicka.”

 

D’Annunzio non se lo fa ripetere due volte: “venite al Vittoriale, troverete qui riunite le Muse dell’Arte, della Musica e della Letteratura”.
Quando Tamara arriva al Vittoriale, tutta la casa viene messa in subbuglio. Il Vate ha deciso di fare le cose in grande e, per l’arrivo di Tamara, fa sparare un paio di cannonate a salve dall’incrociatore ‘Puglia’ che si trova ‘alla fonda’ nel parco della villa, accompagnando ogni sparo con l’augurio sonoro ‘Alla Polonia indipendente! Alla vostra arte! Alla vostra bellezza!”
Tamara non è disposta a cedergli e fa la leziosa.
Il Vate si irrita, non essendo abituato ad essere respinto e l’apostrofa con parole crudeli: “Voi non siete una signora, ma nient’altro che una cocotte, una cocotte molto accorta, lo ammetto. Solo la cortesia mi impedisce di farvi mettere alla porta dalla più umile delle mie serve. Eppure io rimarrò un signore fino alla fine, lo faccio per vostro marito, che d’altra parte posso solo compatire per avere avuto in sorte una donna come voi. Pranzerò con voi per ritirarmi molto presto: alle dieci e mezzo aspetto la visita di una giovane amica che passerà la notte con me”.
Passarono insieme altre giornate simili finché la bella polacca non rivelò le sue vere intenzioni: il ritratto, ‘Può darsi che non vogliate toccare quest’argomento perché non conoscete i miei prezzi’. A quel punto, il poeta si irritò e la cacciò fuori di casa; ‘come avete detto, Madame? Se credete di poter parlare in questo modo con Gabriele D’Annunzio vi sbagliate. Addio!’
Qualche giorno dopo, D’Annunzio, pentito, le inviò una pergamena, con una poesia, dedicata a lei, “La donna d’oro” ed un portagioie con un anello di argento massiccio, sormontato da un gigantesco topazio.
Tamara fu molto dispiaciuta di non aver eseguito quel ritratto, ma col 1927, la sua carriera subì una grossa impennata e non ebbe più bisogno delle raccomandazioni del Vate.
Ma il suo topazio lo portò fino alla fine.

 

 


Sfere – Arnaldo Pomodoro