by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Articoli con tag “film

ZEITGEIST – Tutto il mondo è un palcosenico


Philip Glass & Uakti – Japura River


Metropolis – Fritz Lang


Don Chisciotte tra musica, letteratura e cinema


Andy Warhol – The Kiss – Cortometraggio (1963)


Jack Kerouac – Sulla strada

C’è sempre qualcosa di più, un po’ più in là… non finisce mai. (Jack Kerouac)

“La prima volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che io e mia moglie ci separammo. Avevo appena superato una seria malattia della quale non mi prenderò la briga di parlare, sennonché ebbe qualcosa a che fare con la triste e penosa rottura e con la sensazione da parte mia che tutto fosse morto. Con l’arrivo di Dean Moriartry ebbe inizio quella parte della mia vita che si potrebbe chiamare la mia vita lungo la strada. Prima di allora avevo sempre sognato di andare nel West per vedere il continente, sempre facendo piani vaghi e senza mai partire. Dean è il tipo perfetto per un viaggio perché nacque letteralmente sulla strada, quando i suoi genitori passarono da Salt Lake City, nel 1926, in un vecchio macinino, diretti a Los Angeles. Le prime notizie su di lui mi furono date da Chad King, che mi aveva fatto vedere alcune sue lettere scritte in un riformatorio del New Mexico. Mi interessai enormemente a quelle lettere perché chiedevano a Chad in modo così ingenuo e dolce di insegnargli ogni cosa su Nietzsche e tutti i meravigliosi argomenti intellettuali che Chad conosceva. A un certo punto Carlo e io parlammo delle lettere e ci chiedemmo se avremmo mai conosciuto quello strano Dean Moriarty. Tutto ciò accadeva molto tempo fa, quando Dean non era ancora quello che è oggi, ma solo un giovane carcerato avvolto di mistero. Poi arrivò la notizia che Dean era uscito dal riformatorio e stava venendo a New York per la prima volta; si diceva che avesse appena sposato una ragazza di nome Marylou. Un giorno stavo bighellonando per la Città Universitaria e Chad e Tim Grey mi dissero che Dean abitava in un appartamento senza acqua calda corrente nell’East Harlem, la Harlem spagnola. Dean era arrivato a New York la notte precedente per la prima volta con Marylou, la sua bella e vivace pollastrella…” (da “Sulla strada- Jack Kerouac)

 


Geni della comicità: Stan Laurel & Oliver Hardy – La Scala Musicale

 


Il delta di Venere – Anaïs Nin & Henry Miller

“Sdraiato sul letto, Pierre si ricordò di una donna di cinquant’anni, un’ amica di sua madre, che aveva conosciuto quando lui ne aveva solo diciassette. Era eccentrica e ostinata e continuava a vestirsi secondo la moda di dieci anni prima, vale a dire indossando un numero imprecisato di sottovesti, bustini stretti, mutandoni lunghi tutti pizzi, e vestiti con la gonna arricciata e ampie scollature nelle quali Pierre poteva intravedere l’avvallamento tra i seni, una linea scura e indistinta che svaniva tra pizzi e trine. Era una bella donna, con una folta capigliatura rossa e una delicata peluria sulla pelle. Le orecchie erano piccole e delicate, le mani paffute. La bocca era particolarmente attraente: naturalmente rossa, piena e grande, con piccoli denti regolari, che metteva sempre in mostra, pronti a mordere qualcosa.  Una volta venne a trovare sua madre in una giornata molto piovosa, mentre i servitori erano fuori. Scrollò l’ombrellino delicato, si tolse l’ampio cappello, e sciolse il velo. Mentre se ne stava ancora in piedi, col vestito nero tutto zuppo, incominciò a starnutire. La madre di Pierre era a letto con l’influenza, e gridò all’amica dalla camera: “Cara, togliti pure i vestiti se sono bagnati, e Pierre te li farà asciugare davanti al fuoco. C’è un paravento in salotto. Ti puoi svestire lì e Pierre ti darà uno dei miei kimono. Pierre si diede da fare di buona lena. Prese uno dei kimono della madre e aprì il paravento. Nel caminetto in salotto scoppiettava un bel fuoco. La stanza era calda e profumava di narcisi, che riempivano ogni vaso, di legna da ardere e del profumo di sandalo dell’ospite. Da dietro il paravento la donna porse il vestito a Pierre. Era ancora bagnato e aveva il profumo del suo corpo. Pierre lo tenne fra le braccia e lo annusò, inebriato, prima di deporlo su una sedia tavanti al fuoco. Poi la donna gli porse una sottogonna grande e ricca, con l’orlo fradicio e sporco di fango. Pierre l’annusò con piacere prima di mettere anche questa davanti al fuoco. Nel frattempo la donna parlava e sorrideva, rideva senza preoccupazione, inconsapevole dell’eccitazione del ragazzo. Gli lanciò un’altra sottoveste, più leggera, calda e muschiosa. Poi, con una risatina timida, gli gettò le sue mutande lunghe, orlate di pizzo. Improvvisamente Pierre si rese conto che non erano bagnate, e che gliele aveva tirate solo perché lo voleva e che ora la donna era quasi nuda dietro il paravento e sapeva che lui era consapevole del suo corpo. Quando lei lo guardò da sopra il paravento, Pierre vide le sue spalle rotonde e piene, morbide e lucide, come cuscini. La donna rise e gli gridò:”Dammi i kimono adesso.” – “Non sono bagnate le sue calze?” le chiese Pierre. – “Si, eccome. Me le sto togliendo”, e si piegò. Pierre l’immaginò mentre si slacciava le giarrettiere e arrotolava le calze. Si chiese com’erano le sue gambe e i suoi piedi. Non riuscì più a trattenersi e diede un colpo al paravento. Lo schermo cadde davanti alla donna e la rivelò nella posa che Pierre si era aspettato. Era piegata e stava arrotolando le calze nere. Tutto il suo corpo aveva il colore dorato e l’incarnato delicato del suo viso. La vita era lunga, i seni grandi, ma sodi. La donna non si lasciò turbare dalla caduta del paraventi. Disse: “Guarda cos’ho combinato togliendomi le calze. Passami il kimono.” Pierre si avvicinò, guardandola, la prima donna nuda che avesse mai visto, tanto simile ai quadri che aveva esaminato al museo. Lei sorrise. Poi si coprì come se niente fosse e si avvicinò al fuoco, allungando le mani verso la fonte di calore. Pierre era del tutto snervato. Il suo corpo bruciava e tuttavia non sapeva bene cosa fare. La donna non badava troppo a stringersi il kimono addosso, occupata com’era a scaldarsi. Pierre sedette ai suoi piedi e la guardò sorridente, a viso aperto. Gli occhi di lei sembravano invitarlo. Egli le si avvicinò, sempre in ginocchio. Improvvisamente lei si aprì il kimono, gli prese la testa fra le mani e gliela appoggiò al pube perché potesse toccarlo con la bocca. I riccioli del pelo pubico toccarono le labbra di Pierre facendolo impazzire. In quel preciso momento la voce di sua madre chiamò dalla lontana camera da letto: “Pierre, Pierre!”

 


Luigi Pirandello – La Giara – I Fratelli Taviani – La Giara (da Kaos)

Racconto, commedia, in italiano, in siciliano, “La giara” rappresenta una delle vette creative di Luigi Pirandello. Non appesantito dalle dicotomie riscontrabilissime nella produzione del siciliano – flusso/forma, maschera/volto, tempo/durata, comicità/umorismo – il racconto si snoda in una progressione di colpi di scena godibilissimi fino allo scioglimento finale, all’apoteosi. Vicino ai canoni del verismo (addirittura i fratelli Taviani, nell’episodio omonimo del film “Kaos”, fanno convergere nella rappresentazione brani della novella “La roba” di Verga), “La giara” sa essere completo racconto, felice rappresentazione di caratteri e di paesaggi. Da un punto di vista narrativo, non ideologico, è quanto di meglio Pirandello abbia scritto. La comicità di questo racconto, il cui motivo fu ripreso da Pirandello in una commedia in un atto, dallo stesso titolo, è inesauribile.


Mahābhārata

Il Mahābhārata ([mɐɦaːˈbʱaːrɐtɐ]; sanscrito: महाभारत, “La grande storia dei figli di Bharata”), a volte chiamato semplicemente Bhārata, è uno dei più grandi poemi epici della mitologia indù, insieme al Rāmāyaṇa, oltre ad uno dei testi sacri più importanti della religione indù. Nella maggiore edizione pervenuta ai giorni nostri, il Mahābhārata consta di circa 110.000 strofe (corrispondenti a quattro volte la Bibbia, o a sette volte Iliade e Odissea messe insieme), divise in 18 libri (parva) più un’appendice, l’Harivaṃśa, che ne fanno l’opera più imponente non solo della letteratura indiana, ma dell’intera letteratura mondiale.Si narra che il poema sia opera del saggio Vyāsa, che include sé stesso tra i più importanti personaggi dinastici del racconto. La prima parte del Mahābhārata dichiara che fu il Deva Gaṇeśa, su richiesta di Vyāsa, a scrivere il poema sotto la sua dettatura; Gaṇeśa acconsentì, ma solo alla condizione che Vyāsa recitasse il poema ininterrottamente, senza alcuna pausa. Il saggio, allora, pose a propria volta una ulteriore condizione: Gaṇeśa avrebbe non solo dovuto scrivere, ma comprendere tutto ciò che udiva ancor prima di scriverlo. In questo modo Vyāsa avrebbe potuto riprendersi un poco dal suo continuo parlare, semplicemente recitando un verso difficile da capire. A questa situazione fa riferimento anche una delle storie che spiegano il modo in cui si ruppe la zanna sinistra di Gaṇeśa (elemento essenziale della sua iconografia): nella foga della scrittura il suo pennino si ruppe, ed egli si spezzò una zanna affinché la trascrizione potesse andare avanti senza interruzioni, così da permettergli di mantenere la parola data. Si ritiene che il Mahābhārata derivi da un originale lavoro molto più breve, chiamato Jaya (Vittoria). La collocazione temporale degli eventi qui descritti non è chiara: alcune persone li collocano con una certa sicurezza nell’India Vedica, attorno al 1400 a.C. Gli studiosi hanno analizzato gli eventi astronomici descritti nel Mahābhārata (ad esempio, le eclissi) datando i fatti al 1478 a.C. circa, o in alternativa al 3100 a.C. In ogni caso, è importante ricordare che la ricerca di una datazione esatta degli avvenimenti descritti nel Mahābhārata è di importanza secondaria rispetto all’imponente contenuto filosofico, etico e culturale dell’opera, e alla sua posizione all’interno della letteratura sanscrita classica. Come la maggior parte della letteratura indiana antica, anche il Mahābhārata veniva trasmesso oralmente, di generazione in generazione. Questo ha reso particolarmente facile l’interpolazione di storie ed episodi addizionali all’interno del testo; si parla anche di variazioni locali, sviluppatesi in regioni diverse. Comunque, nella maggior parte dei casi le modifiche sono consistite in ulteriori aggiunte, e non in alterazioni della storia originale.


Paolo e Francesca da Rimini – Dante Alighieri

Con pochi versi famosi Dante ha delineato efficacemente la situazione riminese e malatestiana all’aprirsi del Trecento: “E Il Mastin vecchio e Il nuovo da Verucchio, che fecer di Montagna il mal governo, là dove soglion fan d’i denti succhio” (Inferno, XXVII, 40-57). Come è ben noto il Mastin vecchio è Malatesta da Verucchio, il Mastin nuovo è suo figlio Malatestino dall’occhio e Montagna è il vecchio Parcitadi, di antica nobiltà riminese, capo dei ghibellini locali, fatto prigioniero e trucidato nel 1295. Malatestino dall’occhio (così chiamato perché orbo) viene definito “tiranno fello” da Dante, che lo ricorda come “quel traditor che vede pur con l’uno” e gli attribuisce l’uccisione di Iacopo del Cassero e di Agnolello da Carignano, due maggiorenti fanesi (Inferno, XXVIII, 76-90). Questo delitto spianò la strada al possesso malatestiano di Fano e di buona parte delle Marche. La vita dei componenti delle famiglie malatestiane era completamente assoggettata alla politica; la sola “ragion di stato”, dunque, regolava anche i matrimoni (da cui dipendevano alleanze e accrescimenti di ricchezza e di potere) che spesso, naturalmente, fallivano. Per i maschi della famiglia non era un problema: per essi infatti l’infedeltà era contemplata quasi come una regola; le amanti – più o meno ufficiali – erano rispettate e si organizzavano una loro corte, mentre i figlioli bastardi venivano considerati una potenziale ricchezza della famiglia e spesso venivano legittimati: anche Galeotto Roberto, Sigismondo e Domenico Malatesta, per esempio, erano figli bastardi (di Pandolfo III). Ma la questione era molto diversa per le femmine. Tutti ricorderanno il caso di Francesca. È sempre Dante, e solo lui, a parlarci dell’ amore dei due cognati Paolo il bello e Francesca da Polenta, e del suo tragico epilogo per mano del marito tradito, Gianciotto (Giovanni “ciotto”, cioè sciancato), nel V canto dell’Inferno. Gianciotto e Paolo erano fratelli, e figli di quel Malatesta che Dante aveva chiamato “Mastin vecchio”. Il matrimonio fra Gianciotto e Francesca faceva parte di un piano ben preordinato di parentele fra i Polentani e i Malatesti inteso a rafforzare il dominio malatestiano in Romagna. La tragedia, se veramente accaduta, è da collocare fra il 1283 e il 1284 a Rimini, nelle case malatestiane (ma il luogo del tradimento e del delitto è rivendicato anche da Pesaro, Gradara e Santarcangelo). Quello di Francesca da Rimini non fu l’unico incidente sentimentale occorso alle donne malatestiane, che in parecchi casi si dimostrarono ribelli ai comportamenti pretesi dalla politica familiare (e dalla morale corrente): basterà appena ricordare il celebre caso di Parisina Malatesta, fatta decapitare a Ferrara nel 1425 dal marito Nicolò d’Este perché divenuta l’amante del figliastro Ugo; o quello della prima moglie di Andrea Malatesta, Rengarda Alidosi, ripudiata perché infedele e uccisa dai fratelli nel 1401.


Espressione femminile: Frida Khalo

Frida Kahlo è stata una donna straordinaria, non fu un caso che suscitò il cuore del pittore Rivera e il rivoluzionario Leon Trotsky, così come il cuore di alcune donne. “E’ la prima volta nella storia dell’arte che una donna esprime con totale sincerità, scarnificata e, potremmo dire, tranquillamente feroce, i fatti e particolari che riguardano esclusivamente la donna. La sua sincerità, che si potrebbe definire insieme molto tenera e crudele, la portò a dare di certi fatti la testimonianza più indiscutibile e sicura; é perciò che dipinse la sua stessa nascita, il suo allattamento, la sua crescita dentro la sua famiglia e le sue terribili sofferenze, e di ogni cosa senza permettersi mai la minima esagerazione né divergenza dai fatti precisi, mantenendosi realista e profonda, come lo é sempre il popolo messicano nella sua arte, compresi i casi in cui generalizza fatti e sentimenti, arrivando alla loro espressione cosmogonica.” (Diego Rivera)


Anna Magnani, una voce umana


Orson Welles – Don Chisciotte


William S. Burroughs & David Cronenberg: Il pasto nudo

“Teppisti adolescenti invadono le strade di tutte le nazioni al ritmo di rock and roll. Irrompono nel Louvre e scagliano acido in faccia a Monna Lisa. Aprono zoo, manicomi, prigioni, fanno scoppiare le condutture principali dell’acqua con martelli pneumatici, […entrano precipitosamente negli ospedali in grembiule bianco, carichi di seghe, accette e scalpelli lunghi un metro, somministrando iniezioni con le pompe delle biciclette mentre i turisti prendono d’assalto le frontiere, chiedendo asilo con inflessibile autorità per sfuggire alle “incresciose condizioni di vita della Repubblica di Terralibera”, mentre la Camera di Commercio si sforza invano di arginare la debacle. “Restate calmi per favore. È solo un branco di pazzi scappati da una gabbia di pazzi.”

Una miriade di personaggi che compiono le azioni più inaudite: una sola persona che cammina in un tunnel vittima del rimbombo dei suoi passi!!! carne sesso morte, mente nebbia scimmia…questi gli ingredienti principali il tutto condito con paranoie e divagazioni repentine una luce cercata ma continuamente sporcata dal fango e dalla merda di vicoli sudici, ma lui è dappertutto e in nessun luogo… è sulla sedia e fissa il pavimento, nell’ astinenza del mattino. un libro che annichilirà ogni vostra reminescenza romantica per far posto ad un cinismo surreale unico nel suo genere perché questo libro è la versione più geniale del classico “diario”, bill queste esperienze le ha vissute, nella sua mente o più verosimilmente nei suoi incubi, nei dormiveglia, nell’ assenza di luce,…..nel buio di un tunnel senza fine.