by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

De nova insula Utopia

Utopia è presentata da Thomas More strutturata sotto forma di resoconto di una lunga conversazione che ha avuto luogo ad Anversa fra l’autore, il suo ospite Pieter Gilles e Raffaele Itlodeo, personaggio di fantasia, presentato come un navigatore portoghese compagno di Amerigo Vespucci. L’opera è divisa in due libri: il primo contiene un’accesa polemica contro gli ordinamenti politici europei, soprattutto quelli inglesi. Viene contestato soprattutto il fatto di punire il furto con la morte, in quanto la pena appare sproporzionata rispetto alla gravità del delitto e per questo motivo ingiusta; è inoltre illegittima, perché contraria al precetto di non uccidere, assurda, perché incita il ladro a uccidere il derubato e infine inefficace in quanto non va a incidere sulle cause che conducono al furto. Nell’analisi di Itlodeo vagabondaggio, furto e omicidio sono diretta conseguenza delle enclosures, che hanno cacciato dalla loro terra i contadini riducendoli alla miseria; più in generale essi sono il frutto perverso della divisione fra ricchi e poveri, del divario sociale che contrappone lavoratori in miseria e ricchi oziosi. Itlodeo propone vari rimedi, di carattere “riformistico” che rappresentano però soluzioni provvisorie, come mitigare la pena e attuare riforme nella politica economica dello Stato, riducendo l’impiego di denaro nell’espansionismo bellico o prefissando per legge l’ammontare, che deve in ogni caso essere modesto, delle tasse. La soluzione del problema, tuttavia, deve essere radicale e consiste nell’ordinamento economico fondato sulla comunione dei beni, il solo che può assicurare un regime politico fondato sulla giustizia e sulla prosperità: è il vecchio insegnamento di Platone che, dice Itlodeo, ha trovato attuazione a Utopia, l’isola da lui scoperta nel corso dei suoi viaggi. Questo fatto, ovviamente, consente di superare le obiezioni all’ideale platonico avanzate già da Aristotele; e dunque, via dalla corrotta Europa (e soprattutto dall’Inghilterra) verso l’isola fortunata, che, con le sue strutture e i suoi ordinamenti, è la protagonista del secondo libro.

L’isola di Utopia comprende cinquantaquattro città molto simili tra loro, ciascuna delle quali è circondata da un territorio piuttosto esteso dove vivono, in case attrezzate di tutto punto per le attività agricole, famiglie di contadini formate da quaranta adulti e due schiavi. Ogni anno, venti di questi contadini rientrano in città e vengono rimpiazzati da altrettanti cittadini, cosicché ciascuno abbia la possibilità di imparare a coltivare i campi sotto la guida di persone già esperte. Tutta la produzione agricola confluisce in magazzini pubblici, in città; dalla città i contadini vengono riforniti di tutto ciò che serve loro. In città i mestieri che vengono svolti sono pochi, perché poche sono le esigenze degli abitanti, dato che la produzione economica deve soddisfare le necessità e non alimentare bisogni artificiali. Tutti devono svolgere un lavoro manuale, tranne i magistrati e quelli che, con una procedura piuttosto complessa, vengono destinati agli studi; tuttavia il lavoro non impegna più di sei ore al giorno, poiché proprio la generalizzazione dell’obbligo del lavoro consente la drastica riduzione dell’impegno orario di ciascuno e insieme la possibilità di disporre di beni in abbondanza. Questa struttura economica rende effettivamente praticabile il comunismo e attuabile lo scopo ultimo di questo tipo di società, e cioè che il maggior tempo possibile sia sottratto all’impegno materiale per essere dedicato alla libertà e alla cultura di tutti. Il comunismo è la chiave di volta dell’opera di More, perché consente di progettare una società veramente diversa e nuova rispetto a quelle della storia passata e presente; negli abitanti di Utopia, infatti, non può in nessun modo allignare il vizio della superbia, che come un «serpente infernale impedisce all’uomo di imboccare la strada che lo conduce ad una vita migliore». Essi sono rimasti in uno stato d’innocenza nativa e la società altro non è che l’organizzazione politica di una vita edenica. Gli Utopiani pertanto praticano un’etica moderatamente epicurea, incentrata sulla ricerca della felicità attraverso il soddisfacimento del piacere onesto e buono, verso cui li spinge la stessa virtù che, in quanto tale, consiste nel vivere secondo natura e seguendo la sua guida, come fa l’uomo che obbedisce alla ragione. Per conservare l’innocenza occorre però l’educazione, che dev’essere pervasiva e salda; e se qualcuno viola le regole, deve essere punito. Provvede a ciò, prima d’ogni altra organizzazione, la famiglia monogamica, basilare cellula sociale preposta alla riproduzione, alla produzione dei beni materiali, all’ordinato sviluppo dell’esistenza dei suoi membri. La donna si sposa a diciotto anni e l’uomo a ventidue, dopo aver conservato la castità; il matrimonio è destinato a durare per tutta la vita, attraverso la pratica della fedeltà coniugale, ma è previsto il divorzio in caso di adulterio o di incompatibilità di carattere. Il valore fondamentale, all’interno della famiglia, è quello dell’obbedienza: il capo è il maschio più anziano, al quale tutti obbediscono; i giovani vengono educati a proseguire il lavoro del padre e chi vuole scegliere un lavoro diverso può farlo, ma in questo caso viene “trapiantato, mediante adozione, in una famiglia che pratichi il lavoro che gli è più gradito”. More vuole, infatti, che il cittadino cresca nell’ordine non soltanto attraverso l’obbedienza, ma anche mediante l’uniforme ripetizione quotidiana dei gesti che tutti i membri della famiglia compiono. Questa capillare educazione alla disciplina continua nella Sifograntia, un insieme di trenta famiglia che vivono nella stessa strada e si radunano per consumare i pasti in comune; in queste riunioni i vecchi ammaestrano i giovani con discorsi, letture e discussioni. La formazione prosegue poi con l’istruzione, che è pubblica e generale, e con studi particolari secondo le propensioni di ciascuno. Religione e sacerdozio coronano la costruzione dell’edificio sociale di Utopia. More sottolinea più volte il carattere razionale della fede in Dio, nell’immortalità dell’anima, nel premio e castigo ultraterreni, enfatizza la tolleranza religiosa voluta dal fondatore Utopo e ormai accettata per consolidato costume; sottolinea la continuità esistente fra il credo religioso degli isolani e il cristianesimo fatto loro conoscere da Itlodeo; l’ateismo è trattato con grande diffidenza, come sintomo di una psiche malata, per cui l’ateo è un soggetto moralmente e politicamente inaffidabile. I sacerdoti sono pochissimi, di specchiata santità di vita, eletti con voto popolare segreto, sono eleggibili anche le donne, purché vedove di età avanzata. Essi hanno compiti di carattere religioso e morale, anche se non di carattere politico; ammoniscono e rimproverano, (la punizione delle colpe è affidata invece al capo supremo) e provvedono all’educazione dei giovani attraverso la pratica di retti costumi. Quella praticata ad Utopia è una religione civile, strettamente collegata alla morale e alla politica, che contribuisce in modo determinante al mantenimento e alla difesa delle istituzioni.

La parte più debole della costruzione ideologica di More è quella dedicata all’organizzazione politica vera e propria. C’è una magistratura di primo livello, la filarchia; chi la ricopre, cioè il filarco, viene eletto annualmente da ogni sifograntia e controlla l’esecuzione dei lavori del suo gruppo; i filarchi designano poi un magistrato supremo, eletto a vita, chiamato ademo, scegliendolo fra quattro candidati proposti dal popolo. A capo di dieci filarchi viene posto un protofilarco; i venti protofilarchi, insieme all’ademo, e ad altri due filarchi che si avvicendano ad ogni seduta, formano il Senato della città, che si riunisce ogni tre giorni e prende quasi tutte le decisioni; nei casi più gravi, si convoca l’assemblea popolare. Ogni città infine invia ogni anno nella capitale Amauroto tre rappresentanti per discutere le questioni che riguardano tutta l’isola. Le leggi non hanno il compito di dare ordini, ma piuttosto quello di ricordare ai cittadini i loro doveri, che essi già conoscono per averli assorbiti fin dall’infanzia mediante l’educazione. Proprio per questo, gli Utopiani non hanno bisogno di tante leggi: la normativa è sintetica e chiara, non suscettibile di interpretazioni diverse. Dietro la sommarietà delle indicazioni che fornisce, si intravvede la profonda diffidenza di More nei confronti del potere politico: in quanto luogo dove viene elaborato il comando, per forza di cose espone chi vi aspira e chi lo esercita al vizio della superbia e dell’ambizione, che dovrebbe essere del tutto estraneo all’abitante di Utopia.

 Considerando Utopia nel suo complesso ci troviamo di fronte alla descrizione della città ideale contenuta nel resoconto di un viaggio immaginario, scritta in un dottissimo latino, con abbondanza di neologismi costruiti per lo più con la combinazione di termini greci uniti fra di loro nel segno costante della negazione (Utopia, Anidro, Ademo). Il testo non è certo destinato ad un largo pubblico, ma solo ai pochi umanisti del tempo e testimonia anche la cauta presa di distanza dell’autore rispetto alla realizzabilità del suo progetto. More, all’epoca, era ben addentro ai meccanismi della vita politica dell’Inghilterra dei Tudor e, se ne denuncia i mali, è pur sempre testimone consapevole della sua forza: egli è dunque insieme utopista e realista, perché sente il dovere di prospettare, in nome della giustizia e della ragione, un mondo migliore e nello stesso tempo si rende lucidamente conto della cogenza storica e della attuale immutabilità delle situazioni politiche esistenti.

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