by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Jane Austen

Dei sei romanzi della Austen, Pride and Prejudice  (terminato nel 1797, pubbl. 1813) è il più noto, ma le stesse qualità, raffinate e approfondite, si ritrovano in Sense and Sensibility (1811), Mansfield Park (1814), Emma (1816), Northanger Abbey e Persuasion (postumi, 1817). Gli affari di cuore delle ragazze sono il soggetto principale di questi romanzi; ma anche le scene d’amore son descritte con casto e contenuto linguaggio che sarebbe andato a genio al Manzoni, il quale riteneva non doversi:« scriver d’amore in modo da far consentire l’animo di chi legge a questa passione »; ammiriamo nell’Austen la linda stesura notarile, la puntualità delle azioni e reazioni, come l’estremo limite dell’antiromantico, oltre al quale non c’è più arte, ma mero discorso logico. Svenimenti e sospiri, dichiarazioni e abbracci non mancano; scandali, fughe di ragazze, possono trovarsi nelle pagine dell’Austen, ma di baci d’amore neanche uno. Guardiamo il ritratto della scrittrice: una signorina positiva, in cuffietta pieghettata e scollo pieghettato; la fronte è ombreggiata dai riccioli, gli occhi son grandi e paion benigni, ma le labbra son sottili e crudeli, si da distruggere l’impressione di benignità suggerita da quelli. Il significato di questa figura è incerto; non è un volto misterioso, e al tempo stesso pare impenetrabile. Si può tuttavia affermare che, se Jane Austen non descrisse baci d’amore, non lo fece per puritanismo; lo fece per desiderio di verità, che nulla essa ci descrive che non abbia conosciuto e verificato. Ma c’è un punto su cui questa distaccata e imparziale osservatrice della vita abbandona il riserbo, e si confessa sensibile. Il punto debole di Jane Austen è il ballo. Le lettere delle grandi amorose son piene d’avventure e d’intrighi; nelle lettere dell’Austen le avventure sono i balli della stagione invernale, gl’intrighi sono le perfette figure disegnate dall’entusiastica danzatrice sui pavimenti politi delle sale Regency, gli amplessi sono quei simulacri del commercio amoroso che si delineano a momenti nelle feste da ballo, per dissolversi il momento dopo in un cortese inchino di cerimonia. Che la danza fosse la suprema esperienza di Jane Austen nel campo voluttuario, ce lo suggerisce anche la qualità ritmica dei suoi romanzi, che si svolgono come ben congegnati intrecci di figure di danza. Nulla più di questo lindo ambiente (che trova rispondenza nelle stampe e nei figurini del principio dell’Ottocento, tutti nettezza elegante di linee un po’ fredde) poteva esser lontano dal torbido e confuso romanticismo dei tales of terror: della quale letteratura l’Austen si prese gioco in Northanger Abbey, ove mostra i grotteschi e patetici effetti che un’assidua lettura dei romanzi di Mrs. Radcliffe può produrre nella mente d’una giovinetta.

Si sedettero a prendere il tè – lo stesso gruppo di persone intorno alla stessa tavola – quante volte s’era raccolto! – e quante volte i suoi occhi eran caduti sulle stesse piante del prato, e avevano osservato lo stesso magnifico effetto di sole calante!

Questa frase fra tante si stacca dinanzi alla memoria dalla nostra lettura di Emma, come quella che meglio d’ogni altra rende l’atmosfera, la quintessenza d’un romanzo della Austen. L’immagine evocata è, senz’altro, di uno di quei gruppi di famiglia, di quelle conversation pieces che, con ingenua malia di minuti pennelli, ci han trasmesso lo spirito di quell’età: quei ritratti di famiglia della seconda metà del Sette e dei primi dell’Ottocento, di Zoffany, di Copley, di Stubbs, e di tanti altri piccoli maestri. Non per ridurre l’opera della Austen a un quadro di costumi, non per invitare il lettore a sfogliarla come un curioso figurino di mode abolite. Ben più del costume importa il clima; e per gustare appieno i romanzi della Austen occorre prima lasciarsi penetrare dall’atmosfera riposante delle tranquille sale, degli sfondi di parco delle conversation pieces. Gli ambienti che si vedon riprodotti nei ritratti di famiglia posson dare immagine di quello in cui la Austen visse la sua breve vita e scrisse la sua opera, non copiosa, ma partecipante della qualità di tutte le cose che la circondavano: qualità schietta, senza falli e magagne. Un carattere eguale di efficienza e d’eccellenza distingue le sue pagine non meno che le suppellettili intorno, sobri mobili, solidi argenti. La cosa che anzitutto ci colpisce è la perfetta urbanità delle maniere e delle conversazioni che Jane Austen riporta: se quei ritratti di famiglia potessero avere un « parlato », ecco quale sarebbe. Alla casistica delle belle creanze corrispondeva la casistica dei sentimenti, quella casistica dibattuta per pagine e pagine di romanzi epistolari, da Richardson ai suoi discepoli francesi, complicata come il Royaume de Tendre, che andava dai precisi contorni del riguardo al vago in-distinto delle effusioni del cuore. « Nessun incanto è pari alla tenerezza del cuore » — leggiamo anche in Jane Austen, e ci ricordiamo che appartiene al secolo di Jean-Jacques e dell’abate Prévost. Un tale codice di creanze, una tale insistenza sulle sfumature, suppongono un ambiente chiuso, non agitato, un’isola nell’insulare Britannia, un orizzonte saviamente recinto: l’orizzonte, appunto, d’una conversation piece. Tre o quattro famiglie di gentiluomini in un angolo di provincia fanno l’affar suo. Ne cava infinite variazioni entro una scala limitata. Non pensiamo a quanto mondo rimane escluso da questa limitazione (chi ricorda, leggendola, che mentre le persone di questi romanzi si facevan visita nel loro villaggio, l’epopea napoleonica copriva l’Europa tutta – l’Inghilterra non esclusa – col clangore delle sue trombe; che Emma ad esempio fu cominciata a scrivere nel gennaio di quel fatale anno 1814?); pensiamo invece a quanto di quel piccolo mondo è approfondito. Nella sua commedia d’ambiente borghese e aristocratico provinciale, la Austen è grande come il più gran romanziere che abbia mai dato fondo a cielo e terra; a quel modo che Vermeer (coi pittori olandesi ella ha più d’un tratto alfine) non è men grande di Rembrandt. Il paragone con Vermeer non deve però trarre in inganno: l’approfondimento della Austen non è nel senso dell’intimismo. La sua psicologia non è psicologia pura; all’ingrosso potrebbe a questo proposito applicarsi un criterio di distinzione simile a quello tra economia pura ed economia politica. La sua psicologia è, a suo modo, psicologia « politica »: studia gli uomini in rapporto ad altri uomini in determinate condizioni d’ambiente. I suoi individui son sempre in funzione d’una società. Non son ritratti isolati: son ritratti in un gruppo; come si diceva: conversation pieces. La Austen è, col Richardson, la romanziera più tipica del Settecento inglese: l’uno, per rispecchiare la società borghese, usa la forma epistolare, l’altra la forma dialogica. Nulla a che fare ha la Austen con quella tendenza centrale del romanzo che ha a suoi rappresentanti De Foe, Fielding, Smollett: gli elementi d’avventura, picareschi, le sono alieni del tutto. Ma si pensi a Addison, si richiamino alla mente i personaggi del club dello Spectator, certi saggi come quello sul Valetudinario, certe argute divagazioni sulla vanità delle signore, sulle loro letture (i romanzi letti da Catherine Morland in Northanger Abbey ci riportano all’arguto catalogo che Addison dà della Biblioteca d’una signora), certe battute d’un umorismo in sordina, e insomma l’urbanità, l’affabilità di quel correttore di costumi: e l’arte di Jane Austen ci parrà figlia di codest’arte, la sua commedia la commedia nata da quella saggistica, che a sua volta discende chiaramente dalla letteratura di « caratteri ». E come sociale, e non intima, era la scena d’un Addison, d’un Johnson, così fu quella della Austen. I suoi ideali sono gl’ideali dell’Addison e del Johnson: sul frontespizio dei suoi volumi potrebbero scriversi le stesse parole –  quintessenza dell’ideale classico – che figurerebbero su quelli dei due grandi luminari del Settecento: Ragione, Eleganza. Quella ragione, quella eleganza. Un’arte, dunque, fatta soprattutto di misura. Ciò che Boileau raccomandava ai poeti, che Pope raccomandava ai critici (nel1’Essay on Criticism), la Austen pare raccomandarlo ai narratori: seguire la Natura, che è buon senso (bon sens, droit sens), che è ragione (raison); natura ridotta a metodo (nature methodised), secondo l’espressione del Pope. Natura e Ragione s’identificavano nella Austen come in Boileau. Ragione e senso di misura e quindi eleganza sono concetti concatenati.

da La letteratura inglese dai romantici al Novecento
Ed. Accademia, Milano 1968

Una Risposta

  1. fishcanfly

    è sempre un piacere ritrovare questo blog!!!

    A proposito di musica…http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/04/28/silenzio-maestro/

    A presto su questi mari!😉

    aprile 28, 2011 alle 10:02 am

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