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Lettere Persiane: Charles Louis de Secondat de Montesquieu (La Brède 1689 – Parigi 1755)

Filosofo e sociologo francese. Membro dell’Acadèmie Francaise dal 1728, svolse una intensa attività intellettuale, divenendo uno dei più popolari pensatori dell’Illuminismo francese. Nelle Lettere persiane (1721), la sua prima importante opera, Montesquieu dipinge con tratti grotteschi mentalità e istituzioni della civiltà francese ed europea a lui contemporanea. Fu il primo a formulare la teoria, poi divenuta classica, della divisione dei poteri in esecutivo, legislativo e giudiziario come garanzia di equilibrio istituzionale e di libertà nella sua opera più importante, Lo spirito delle leggi (1748).

 Lettere persiane (Lettres persanes)

Romanzo epistolare dello scrittore francese Charles-Louis de Secondat de Montesquieu (1689-1755), pubblicato nel 1721 sotto la falsa indicazione di Pierre Marteau a Colonia, in realtà ad Amsterdam presso Jacques Desbordes.

Desideroso di conoscere il mondo, il persiano Usbek, grande signore di Ispahan, parte con un amico, Rica, alla scoperta del mondo occidentale. Durante il loro lungo viaggio scambiano con diversi amici delle lettere per riferire loro le proprie impressioni sulla civiltà occidentale, sui costumi e sulla vita quotidiana di Parigi e per ricevere notizie dalla Persia, in particolare dall’harem di Usbek, a Ispahan, dove regna il disordine dopo la partenza del signore. Un terzo personaggio, Rhèdi, risponde loro da Venezia. Usbek fa dissertazioni sulla popolazione della terra, sui benefici della civilizzazione, sul diritto delle genti, sullo spirito di tolleranza, sulla decadenza dell’impero turco, sull’incomprensibilità della natura di Dio. Rica, a sua volta, descrive scene di vita parigina: l’Oèpra e la Comèdie, le passeggiate lungo le vie fra una folla variopinta, la curiosità dei parigini alla vista di questi stranieri, i capricci della moda. Rica e Usbek fanno scorrere dinanzi a noi tutta la storia della Francia dal 1711 al 1720, durante il regno di Luigi XIV e contemporaneamente vivono una storia d’amore e di morte. Le mogli di Usbek, abbandonate a se stesse nell’harem, tradiscono il marito e quest’ultimo, prima di rientrare in tutta fretta a Ispahan, ordina ai suoi eunuchi di uccidere le infedeli. Prima di avvelenarsi, Roxane, la moglie più amata, confessa a Usbek il suo amore per un altro uomo. Le Lettere persiane sono un piccolo capolavoro di umorismo, in cui trovano il loro equilibrio diverse componenti come l’esotismo, l’erotismo e l’elemento romanzesco, accanto a ben più profonde preoccupazioni sociologiche e filosofiche. La componente esotica orientale, assai di moda allora, serve a Montesquieu per nascondere il suo intento satirico, le sue critiche alquanto ardite contro la società del tempo. Con uno sguardo nuovo, divertito e a volte stupefatto, i due persiani osservano i costumi e le istituzioni occidentali, giudicando a volte ridicole e assurde parecchie usanze a cui i Francesi da lungo tempo si sono abituati. Sotto questa finzione epistolare l’autore abilmente si attacca con ironia alle manie, ai pregiudizi e agli abusi, traccia una serie di ritratti mordenti, non rispettando nessuno; fa il processo a tutto il regime e soprattutto si volge con sdegno contro il potere monarchico mutato in dispotico, contro l’abuso dei privilegi della nobiltà e del clero, contro il potere clericale e papale. Risale all’origine delle società narrando una specie di mito per provare come non sia possibile una vita sociale senza virtù morali: è la storia dei Trogloditi, popolo immaginario, che si distrussero abbandonandosi agli istinti naturali; solo due famiglie si salvarono e fondarono un nuovo popolo, la cui prosperità risiedeva nelle virtù domestiche e militari e nella religione. Montesquieu giudica amaramente la civiltà moderna, l’uso cattivo cui gli uomini rivolgono le nuove scoperte delle scienze e della ragione umana, rivelandosi uno spirito attento anche a fatti sociali nell’affrontare i problemi dello spopolamento, della schiavitù, delle colonie. Egli segna con questa opera la vittoria della nuova mentalità, l’inizio della “rivoluzione sociologica” (R. Caillois), cioè la necessità di rendersi estraneo alla società in cui si vive e di osservarla dal di fuori e come se la si vedesse per la prima volta. Il procedimento di Montesquieu sarà sovente ripreso dai filosofi del XVIII secolo (in particolare da Voltaire), aperti agli ideali di libertà, di tolleranza e di giustizia.

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