by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

La maschera e il volto: i sentieri dell’eros in Emily Dickinson e Sylvia Plath

Non è sempre facile se(le)zionare una parte significativa dai variegati percorsi culturali che abbiamo seguito. Strade aperte e subito richiuse, bivii sbirciati solamente con curiosità, ritorni e tortuosità…che fanno la storia di noi stessi e di quel che siamo diventati. Per semplificare, regredendo al massimo, direi che il mio percorso letterario si è soffermato principalmente sulla prospettiva di genere, ricostruendo una via matrilineare spesso sottotraccia nella tradizione storico culturale, soffermandosi su figure complesse, sovente marginali, figure di donne la cui identità è stata spesso negata, per essere poi rivalutata, come di prammatica, nel postumo. Due donne essenzialmente mi hanno toccato e cambiato, e dico donne prima che poetesse perché il loro genere è volutamente esplicitato e sempre visibile, in filigrana, nella scrittura; donne divenute in seguito mostri sacri della letteratura, inflazionate icone, spesso, per versi opposti, piegate a strumentalizzazioni del tutto estranee al loro essere. L’una, vissuta nel puritano New England ottocentesco, nel disciplinato isolamento di una autonoma ricerca del self, esplicitato nel culto sacrale della parola poetica, Emily Dickinson, fu descritta come la nevrastenica, agorafobica depressa, paurosa della sessualità. L’altra, assurse a vessillo dei movimenti femministi del nostro passato prossimo, anche per le clamorose vicende di tradimento e abbandono da parte del coniuge e del tragico suicidio di una giovane madre che abbandona due bimbi in tenera età, Sylvia Plath. Negli universi poetici variegati e complessi che hanno saputo creare, vorrei qui ripercorrere il filo intimo dell’eros, per anni del tutto negato nella immagine Dickinsoniana della zitella reclusa, e al contrario ironicamente esibito, nella Plath, nelle maschere estreme della spinster e della strumpet, i due eterni poli della sistematizzazione maschile della sessualità femminile. Nella Dickinson amore e morte sono spesso sinonimi, per l’intersecarsi di due prospettive: l’una schiettamente contingente, l’altra essenzialmente ideale. La prima fu la natura del suo eterno amore, quello impossibile per il reverendo Charles Wadsworth, pastore puritano che Emily conobbe già da sposato. L’altra fu la prcezione d’immensità di un sentimento non contenibile dalle esigue pareti di una esistenza limitata e limitante; un sentimento così grande da assumere spesso le connotazioni sacrali e religiose di totale fusione dei due io. Così, nei versi, l’eterno attimo dell’unione d’amore è spostato in una prospettiva altra che trascende la morte. E la morte assume i tratti di una festa nunziale, del finale raggiungimento di quella completezza d’amore negata in vita. In Sylvia Plath, le variegate maschere sul volto dell’io esaltano la dicotomia che, come emerge dalle vicende biografiche, ella visse per tutta la vita nella scissione tra l’immagine dell’americana modello, voluta dal mondo e dalla madre, donna efficiente, positiva, pratica e realizzata e quella occulta di poeta-vate, interprete di forze oscure, estranee ad un sistema sociale insensato e vuoto, che ella non poteva che rifiutare o manipolare nella sua peculiare prospettiva di sacrificio e morte purificatrice, come avviene in Lady lazarus o The colossus, per citare le poesie più emblematiche. Due strategie che si profilavano come uniche vie di fuga dai “tranquillizited fifties” (definizione del critico e poeta R. Lowell) che relegavano la figura femminile al semplice appagamento borghese di buona madre e moglie preziosa. Da qui la strategia della maschera. Come Sylvia scrive nei suoi Journals5: “Masks are the order of the day- and the least I can do is cultivate the illusion that I am gay, serene, not hollow and afraid”(Le maschere sono all’ordine del giorno – ed il meno che possa fare è coltivare l’illusione di essere felice, serena, non vuota e triste). L’allegoria della conflittualità tra la vitalità sensuosa e percettiva e l’arida, rigida razionalità è nettamente delineata nella poesia Two sisters of Persephone6, nelle immagini che mediano l’esplosione di vita della strumpet e l’opposta, ermetica chiusura della spinster.

 

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