by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Ed è subito sera: Salvatore Quasimodo

I versi che aprono la raccolta omonima del 1942 e danno il titolo alla nuova edizione della poesia di Quasimodo, nella prima edizione, Acque e terre (1920-1929), concludevano la poesia Solitudini che occupava il posto n° 16.

    ED E’ SUBITO SERA

    Ognuno sta solo sul cuor della terra
    trafitto da un raggio di sole:
    ed è subito sera

Ognuno sta solo al centro del suo territorio o al centro della sua città, allorché è colpito dalla illusione della felicità, dal raggio del sole che subito tramonta, e arriva la morte che porta via la vita e cancella ogni cosa. È il tema della solitudine insita in ogni uomo. Ognuno è solo con se stesso, anche se vicino agli altri. La solitudine si affievolisce, ma non scompare quando l’uomo trova l’amore di una donna e l’amore dei figli. Ma anche nelle migliori condizioni possibili egli è sempre solo: se si ammala è lui a soffrire e se muore è lui a morire. Gli altri possono fare molto, possono lenire le sofferenze ma non debellarla e non possono salvarle dalla malattia o dalla morte. Ogni uomo è solo con se stesso mentre si illude di poter capire la vita e si inganna di afferrare la felicità. Subito arriva la morte che rapina ogni illusione e ogni felicità. Esiste una corrispondenza tra la solitudine del singolo e la solitudine dell’umanità intera, considerata unica al centro dell’universo. Come ciascuno è solo con se stesso, quando è privo dall’amore, così l’umanità, quando è priva dell’amore di Dio. Come ciascuno è illuminato per un solo istante nel corso della sua vita, così l’umanità, non sempre sorretta dai lumi, alla scoperta della razionalità dell’universo. Come ogni uomo è preso dalle passioni, così l’umanità. Come ciascuno tende invariabilmente alla felicità, così l’umanità tende inevitabilmente a liberarsi dal buio. Come ciascuno perde ogni cosa con la morte che arriva fulminea, così la distruzione della terra arriverà all’improvviso. Come diceva Martin Heidegger: «Solo un Dio ci può salvare». È implicito che ciascuno deve prendere la vita in modo serio e distaccato: svolgere la propria vita con responsabilità verso se stesso e verso gli altri, senza sentirsi al centro della terra o il padrone del mondo, ma vivere e svolgere il proprio lavoro serenamente, e al contempo approfittare dei piaceri culturali e fisici che la vita offre, perché la morte arriva quando uno meno se la aspetta. Il linguaggio poetico è caratterizzato dalla ricerca delle parole più semplici, sapientemente collocate. I versi hanno un andamento discendente: Un doppio senario, seguito da un verso novenario e da un settenario. La rima è alternata: terra- sera; la concatenazione logica è serrata e discendente: dall’uomo al centro della terra alla morte ineluttabile. Figure retoriche: la metafora ( sul cuor della terra), l’allitterazione (sta solo sul), l’analogia (trafitto da un raggio di sole), l’assonanza (terra- sera, solo – sole). La metafora finale dove la sera è il simbolo della morte. La lexis della poesia è chiara e semplice, ma estremamente efficace nella sua brevità. Il tono emotivo è malinconico ed esprime tutto il pessimismo del poeta sulla desolante condizione dell’uomo, destinato a perire. La grandezza di questi tre versi sta nella sintesi: una visione pessimistica, ma oggettiva. Per Maurizio Dardano: «La parabola della vita umana viene descritta nel giro di tre versi: si viene al mondo, si sperimenta la solitudine che ci separa dalle altre creature, si è toccati da una gioia passeggera come un raggio di sole, che trafigge il cuore per la sua stessa fugacità; e poi, senza quasi accorgersi del tempo che passa, si precipita nel buio. La poesia ha un ritmo decrescente e gravita sul verso finale, più breve e concentrato degli altri due: la struttura del testo presenta un raffinato gioco di contrapposizioni e di rimandi lessicali, incentrati sulla parola sole (solo – sole, terra – sole, sole – terra)». Così Marisa Carlà: «I tre versi della poesia di Quasimodo esprimono una profonda concezione pessimistica: la condizione di solitudine e di incomunicabilità dell’uomo, la brevità della gioia e la caducità della vita. la lirica è divisa in tre momenti scanditi da tre versi; il pronome indefinito allude ad una condizione universale, al di là della singola esperienza e della specifica situazione storica; l’aggettivo solo indica una solitudine perentoria, accentuata dalla presenza di parole monosillabiche e tronche (sul cuor)…. Il participio passato trafitto indica che la luce è benefica e dolorosa nello stesso tempo: l’uomo prima viene illuminato da un raggio di luce, poi sorpreso e ferito dalla sua fugacità. Il terzo verso, un settenario, accentua con la sua rapidità la drammatica conclusione: la constatazione della precarietà dell’esistenza e il fulmineo sopraggiungere della sera; tutto passa velocemente ed arriva la fine, la sera, metafora della morte. Ecco il commento di Vincenzo D’Esculapio: «La lirica si apre sulla constatazione della solitudine dell’uomo che sembrerebbe la contraddizione in quanto esso è posto al centro della terra, della vita nel suo pulsare; la contraddizione è riecheggiata dal termine trafitto, poiché il raggio di sole dovrebbe simbolicamente la luce, la vita, ma riceve, invece, un significato malefico: quello in forza dell’ultimo verso che, intimamente unito al precedente dalla congiunzione ed, dichiara il rapido sopraggiungere della sera, simbolo della fine». Per Attilio Cannella: «La breve poesia è una immagine lirica della solitudine, del dolore di vivere, della brevità dell’esistenza. Il primo verso si apre con un pronome indefinito (Ognuno), che introduce “l’uomo senza qualità” della stagione ermetica, l’individuo chiuso nel suo isolamento, solo tra la folla (sul cuor della terra), privo di fisionomia storica e sociale. […] La congiunzione ed e l’avverbio subito esprimono l’effimera durata della vita umana, simile a uno spiraglio di luce, presto annullato dalle tenebre della morte». I commenti riportati vertano sul tema della solitudine e sulla brevità della vita, concordi sull’attribuzione delle opere alla corrente ermetica. Tuttavia, la datazione antecedente al movimento ermetico e a Ungaretti (anni ’30), e l’inclusione di questi tre versi nel corpo di una composizionea precedente, più lunga, invitano a nutrire qualche dubbio sull’ermetismo di Ed è subito sera.


 

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