by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Fabrizio De André – Creuza De Mä

“Creuza De Mä”, pubblicato nel 1984, è uno dei dischi più importanti del decennio, e il suo impatto e la sua grandezza non sono ancora stati recepiti appieno dalla scena musicale italiana e internazionale. Cantato interamente in dialetto genovese, nasce da un progetto di collaborazione artistica con Mauro Pagani, compositore, arrangiatore, polistrumentista, che De André aveva già avuto modo di conoscere nelle file della Pfm. De André inizia a pensare a “Creuza De Mä” dopo un’attività più che ventennale di altissimo livello, e dopo aver già ampiamente allargato il campo delle proprie fonti molto al di là dell’usuale per un cantautore italiano: dai Vangeli Apocrifi per “La Buona Novella”, e dalla “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master per “Non al Denaro non all’amore né al cielo”, era passato ai sapori ermetici del “Volume 8” in collaborazione con Francesco De Gregori, e alle tinte mediterranee de “L’indiano”, ispirato all’esperienza del rapimento. “Creuza De Mä” è dunque il punto di arrivo di un percorso artistico di grandissimo spessore, un fine distillato di trent’anni di riflessione, umorismo, poesia e ricerca compositiva. Si tratta un’opera dalla ricchezza sonora e dialettica sconvolgente, di fatto una pietra angolare dell’allora nascente world music, con quattro anni di anticipo su “Passion” di Peter Gabriel e due anni in anticipo su “Graceland” di Paul Simon. Il sound del disco infatti si allontana decisamente sia dalla semplicità cantautoriale dei primi lavori, pesantemente influenzati da Leonard Cohen e George Brassens nell’adozione della forma della “ballata” per chitarra e voce, sia dalla ricercatezza tecnica figlia del prog-rock che aveva caratterizzato i dischi della metà dei ’70. “Creuza De Mä” si avvale dell’uso di una miriade di strumenti della tradizione popolare mediterranea, nordafricana, balcanica e mediorientale. Già in fase di composizione, l’uso di questi strumenti “etnici” condiziona in modo decisivo la stesura del materiale. La decisione di scrivere i testi nella lingua madre di De André, il genovese, viene molto tardi nella gestazione del disco, poco prima delle incisioni definitive. Fino a quel momento il progetto prevedeva testi scritti in una lingua inventata o, come disse De André, un “arabo maccheronico”. Questo dettaglio, oltre che dare un’idea della voglia di invenzione e di sperimentazione che accompagnò la gestazione dell’album, ci fornisce un’importante indizio per identificare la simbologia che si cela dietro la scelta di una lingua “altra” rispetto a quella del potenziale pubblico. La scelta risponde innanzitutto a considerazioni di linguistica pura: il genovese è una lingua più adatta dell’italiano alla poesia in musica, perché molto ricca di parole tronche. Inoltre, l’italiano è una lingua “aulica” per nascita, nella quale lo stile “basso” è sempre votato al grottesco e al farsesco; al contrario il dialetto conserva la propria caratterizzazione popolare senza diventare automaticamente comico, il che lo rende la lingua più adatta per parlare della vita del “popolo minuto” tanto cara a De André. Si aggiunga l’ulteriore considerazione che il genovese è una lingua ricchissima di fonemi e parole arabe, il che si adattava benissimo all’atmosfera musicale del disco. Il genovese di “Creuza De Mä” è molto più del particolare dialetto di una particolare zona d’Italia: si tratta piuttosto, a livello simbolico, di una lingua popolare universale, e in particolare della lingua del viaggio e della povertà, di quel linguaggio dell’emarginazione e della rivolta che De André ricercava fin dagli inizi della sua carriera. In questa luce, non è privo di senso udire in “Sidun” una madre palestinese cantare in genovese — quasi si sporgesse da un molo del porto — rivolgendosi al figlio, schiacciato da un carro-armato israeliano.

Una Risposta

  1. Ottima scelta, ho letto l’intero testo in italiano (fin ora non lo avevo fatto) è fa venire i brividi … Amo Fabrizio De Andrè, meraviglioso poeta, è un vero peccato che non ci sia più … chissà quante altre belle “cose” avrebbe potuto regalarci in questi anni.
    Ciao a presto Luli

    aprile 5, 2011 alle 12:36 pm

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