by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Paolo e Francesca da Rimini – Dante Alighieri

Con pochi versi famosi Dante ha delineato efficacemente la situazione riminese e malatestiana all’aprirsi del Trecento: “E Il Mastin vecchio e Il nuovo da Verucchio, che fecer di Montagna il mal governo, là dove soglion fan d’i denti succhio” (Inferno, XXVII, 40-57). Come è ben noto il Mastin vecchio è Malatesta da Verucchio, il Mastin nuovo è suo figlio Malatestino dall’occhio e Montagna è il vecchio Parcitadi, di antica nobiltà riminese, capo dei ghibellini locali, fatto prigioniero e trucidato nel 1295. Malatestino dall’occhio (così chiamato perché orbo) viene definito “tiranno fello” da Dante, che lo ricorda come “quel traditor che vede pur con l’uno” e gli attribuisce l’uccisione di Iacopo del Cassero e di Agnolello da Carignano, due maggiorenti fanesi (Inferno, XXVIII, 76-90). Questo delitto spianò la strada al possesso malatestiano di Fano e di buona parte delle Marche. La vita dei componenti delle famiglie malatestiane era completamente assoggettata alla politica; la sola “ragion di stato”, dunque, regolava anche i matrimoni (da cui dipendevano alleanze e accrescimenti di ricchezza e di potere) che spesso, naturalmente, fallivano. Per i maschi della famiglia non era un problema: per essi infatti l’infedeltà era contemplata quasi come una regola; le amanti – più o meno ufficiali – erano rispettate e si organizzavano una loro corte, mentre i figlioli bastardi venivano considerati una potenziale ricchezza della famiglia e spesso venivano legittimati: anche Galeotto Roberto, Sigismondo e Domenico Malatesta, per esempio, erano figli bastardi (di Pandolfo III). Ma la questione era molto diversa per le femmine. Tutti ricorderanno il caso di Francesca. È sempre Dante, e solo lui, a parlarci dell’ amore dei due cognati Paolo il bello e Francesca da Polenta, e del suo tragico epilogo per mano del marito tradito, Gianciotto (Giovanni “ciotto”, cioè sciancato), nel V canto dell’Inferno. Gianciotto e Paolo erano fratelli, e figli di quel Malatesta che Dante aveva chiamato “Mastin vecchio”. Il matrimonio fra Gianciotto e Francesca faceva parte di un piano ben preordinato di parentele fra i Polentani e i Malatesti inteso a rafforzare il dominio malatestiano in Romagna. La tragedia, se veramente accaduta, è da collocare fra il 1283 e il 1284 a Rimini, nelle case malatestiane (ma il luogo del tradimento e del delitto è rivendicato anche da Pesaro, Gradara e Santarcangelo). Quello di Francesca da Rimini non fu l’unico incidente sentimentale occorso alle donne malatestiane, che in parecchi casi si dimostrarono ribelli ai comportamenti pretesi dalla politica familiare (e dalla morale corrente): basterà appena ricordare il celebre caso di Parisina Malatesta, fatta decapitare a Ferrara nel 1425 dal marito Nicolò d’Este perché divenuta l’amante del figliastro Ugo; o quello della prima moglie di Andrea Malatesta, Rengarda Alidosi, ripudiata perché infedele e uccisa dai fratelli nel 1401.

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