by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Simbolo ed allegoria nel Romanticismo Europeo

A fondamento delle teorie del simbolismo romantico stanno, in Germania, le posizioni anzitutto di Goethe e poi di August Wilhelm Schlegel (1767-1845) e di Novalis (pseudonimo di Friedrich Leopold von Hardenberg, 1772-1801). Già alla fine del Settecento Goethe aveva efficacemente distinto simbolo da allegoria: il primo intuisce nel particolare l’universale, in quanto vede immediatamente la luce di un significato superiore dentro il singolo particolare, sia esso una cosa o un dettaglio della natura; la seconda rifiuta l’intuizione e cerca, attraverso il particolare, l’universale. Nel primo caso si dà un procedimento istantaneo e intuitivo; nel secondo si dà invece un percorso di ricerca razionale che implica un tempo e una distanza da superare. Il simbolo tende all’inesprimibilità giacché l’universale è infinito, mentre l’allegoria è sempre chiaramente esprimibile attraverso un concetto. Goethe vede l’unità che il simbolo realizza fra particolare e universale, fra dettaglio e idea, fra percezione e significato, come una caratteristica propria dell’arte in quanto tale. Ne derivano due conseguenze: da un lato egli svaluta l’allegoria in quanto non-arte o arte di tipo inferiore (idea questa che ha condizionato gran parte della cultura occidentale sino agli inizi del Novecento); dall’altro vede anche l’arte classica come simbolica perché in essa l’universale della Bellezza e della forma riluce in ogni aspetto particolare. Anche in questo, Goethe effettua una mediazione fra la concezione classica e quella romantica dell’arte. Viceversa i romantici tedeschi della generazione successiva a Goethe fanno di una concezione simbolistica dell’arte il cavallo di battaglia di una poetica specificamente romantica e anticlassica. Il superamento della scissione io-natura è alla base della concezione del linguaggio poetico che è sviluppata da August Wilhelm Schlegel. Egli pensa che sia esistito un linguaggio delle origini (identificato con l’antico sanscrito) come entità pura e assoluta, espressione immediata dell’ingenuità popolare. Il linguaggio moderno è invece un linguaggio convenzionale e corrotto, basato sull’arbitrarietà dei significanti rispetto al significato: i significanti variano infatti da popolo a popolo determinando la confusione e la reciproca incomprensibilità delle lingue. Ebbene, la poesia tende a superare tale finitezza e tale corruzione e a esprimere di nuovo l’assoluta purezza del linguaggio originario. Per esempio, attraverso la poesia lirica fondata sulla musica, significante e significato tendono ad avvicinarsi sin quasi a coincidere. Insomma, la poesia riesce ad attingere, per via magica e intuitiva, una zona originaria e primitiva e a esprimerla con un linguaggio puro e universale. Di qui la sua superiorità fra le altre forme di espressione. Questa capacità di cogliere immediatamente e direttamente l’universale, di esprimere, attraverso l’intuizione, l’unità organica del tutto è un tratto strutturale di ogni poetica simbolista: attraverso il simbolo, da un lato la parola comune diventa parola assoluta, dall’altro il particolare diventa universale. Tutta la ricerca di Novalis è volta a cogliere il legame profondo e impalpabile che unisce in un tutto unitario la natura e l’interiorità del poeta: egli può identificare l’uomo con la natura e affermare il proprio misticismo panico dichiarando in Hymnen an die Nacht [Inno alla notte]: «Fiumi, alberi, fiori, animali, tutto aveva un senso umano». L’uomo insomma è inserito all’interno di un insieme organico di forze spirituali e magiche, e la poesia è lo strumento privilegiato di rivelazione di questa unità originaria del tutto. Il poeta la percepisce per via intuitiva e non razionale, cogliendola attraverso una rete di analogie simboliche. Si tratta di una rivelazione dell’infinito che può darsi solo per approssimazione e che è resa possibile da una sorta di dono sacro concesso ai poeti. Proprio perché i poeti sono i rivelatori dell’assoluto, essi hanno a che fare con il sacro, e la loro condizione è profetica e sacerdotale. Qui siamo già nel clima di un simbolismo pienamente romantico, molto lontano dalla misura, per certi versi ancora classica, di Goethe e molto vicino, invece, al simbolismo come movimento autonomo quale si svilupperà in Francia dopo il1848, a partire da Mallarmé. Anche Wordsworth in Inghilterra, premettendo nel 1800 un manifesto programmatico alle Ballate liriche pubblicate due anni prima insieme con Coleridge, afferma che la poesia è rivelatrice di verità: non di una verità particolare ma della verità, in assoluto. Non si tratta di una verità dimostrabile razionalmente, ma di un sentimento che può essere comunicato solo attraverso la forza delle emozioni. In tal modo il poeta svolge un ruolo di ideale legislatore e unificatore dell’umanità. Più ancora di Wordsworth, è però Coleridge, nelle sue poesie, a cantare l’essenza misteriosamente unitaria della vita, con ricchezza di riferimenti magici e analogici che lo avvicinano per qualche aspetto al simbolismo di Novalis. Mentre le poetiche del simbolismo romantico prevalgono nettamente in Germania e in misura minore in Inghilterra (dove agisce anche l’esempio ben diverso di Scott), in Italia e in Francia il Romanticismo ha caratteri storico-realistici, che recuperano istanze razionalistiche e illuministiche e si avvicinano di più ai procedimenti allegorici che a quelli simbolici. La stessa figura del poeta-vate assume in Francia (si pensi a Hugo) e nel nostro paese (si pensi a Foscolo o al primo Leopardi o a Manzoni) una dimensione civile e non religiosa o mistico-profetica, come invece accade in Germania.

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