by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Essere e tempo- Gianni Vattimo

‘Essere e tempo’ ” (“Al di là del soggetto”). Il processo d’indebolimento dell’essere , la fine della metafisica e il trionfo del nichilismo sono dunque fenomeni intercollegati. Tuttavia, Vattimo è convinto che la metafisica (come il passato in generale) non sia una sorta di ” abito smesso “, ossia qualcosa che si trovi completamente alle nostre spalle e con cui non abbiamo più alcun rapporto “destinale”. Tant’è vero che per mettere a fuoco l’atteggiamento del pensiero postmetafisico nei confronti del passato egli si rifà alla nozione heideggeriana di Verwindung. Termine che, in virtù della famiglia di significati cui rimanda (guarigione, accettazione, rassegnazione, svuotamento, distorsione, alleggerimento ecc.), allude al rimettersi da una malattia (in questo caso: la metafisica o il passato) nella rassegnata consapevolezza che di essa siamo comunque destinati a portare le tracce. Tracce che si manifestano nel fatto che non possiamo esimerci dall’usare le categorie della metafisica e del passato, sia pure distorcendole in senso debole e postmetafisico, ossia nichilistico (il nesso di accettazione/distorsione che è proprio della Verwindung trova un caso emblematico nella secolarizzazione, la quale, come ha mostrato Weber, è sempre un processo di conservazione/connessa). All’idea di Verwindung è legata un’altra nozione che Vattimo desume da Heidegger: quella di Andenken (rimemorazione). L’atteggiamento rimemorante nei confronti della metafisica non scaturisce da un sentimento nostalgico o reattivo, ma dalla pietas nei riguardi del passato, cioè dall’ ” amore per il vivente e le sue tracce “. Verwindung, Andenken e pietas significano dunque che noi siamo legati al passato da una sorta di cordone ombelicale ermeneutico. Cordone che possiamo attenuare o distorcere, ma non annullare A questo punto, dovrebbe risultare chiara la fisionomia dell’uomo post-moderno cosi come la concepisce Vattimo. L individuo post-istorico e post-moderno è colui che dopo essere passato attraverso la fine delle grandi sintesi unificanti e attraverso la dissoluzione del pensiero metafisico tradizionale riesce a vivere “senza nevrosi” in un mondo in cui Dio è nietzscheanamente morto, ossia in un mondo in cui non ci sono più strutture fisse e garantite capaci di fornire una fondazione “unica, ultima, normativa” alla nostra conoscenza e alla nostra azione. In altri termini, l’individuo postmoderno è colui che non avendo più bisogno “della rassicurazione ‘estrema’, di tipo magico, che era fornita dall’idea di Dio” ha accettato il nichilismo come chance destinale ed ha imparato a vivere senza ansie nel mondo relativo delle “mezze verità”, con la raggiunta consapevolezza che l’ideale di una certezza assoluta, di un sapere totalmente fondato e di un mondo come sistema razionale compiuto è solo un mito ‘rassicurativo’ proprio di un’umanità ancora primitiva e barbara. Un mito che non è affatto qualcosa di “naturale” bensì di culturale, ovvero di storicamente acquisito e tramandato. In sintesi, l’individuo post- moderno è colui che avendo assunto fino in fondo la condizione “debole” dell’essere e dell’esistenza ha imparato a convivere con se stesso e con la propria finitudine (cioè infondatezza), al di là di ogni residua nostalgia per gli assoluti trascendenti o immanenti della metafìsica. Negli ultimi anni, Vattimo è andato sempre più accentuando le valenze etiche del pensiero debole, adoperandosi per un ” oltrepassamento della filosofia nell’etica “, e mostrando come siano soprattutto connotazioni morali quelle che distinguono l’uomo postmoderno dall’uomo moderno. In particolare, egli è tornato a insistere sulla natura assolutistica e violenta del pensiero forte e sui caratteri tolleranti e non-violenti del pensiero debole. Caratteri che ne fanno una sorta di secolarizzazione dell’etica cristiana della carità. Tant’è che in ” Credere di credere ” Vattimo si è proposto di focalizzare la stretta connessione tra eredità cristiana, ontologia debole ed etica della non-violenza: ” l’eredità cristiana che ritorna nel pensiero debole è anche e soprattutto eredità del precetto cristiano della carità e del suo rifiuto della violenza. Sempre di nuovo ‘circoli’: dall’ontologia debole ‘deriva’ un’etica della non violenza; ma dall’ontologia debole fin dalle sue origini nel discorso heideggeriano sui rischi della metafìsica dell’oggettività siamo condotti perché agisce in noi l’eredità cristiana del rifiuto della violenza… “. Inoltre, contrariamente a Lyotard, Vattimo ha continuato a difendere la validità del concetto di postmoderno, mettendolo in stretto rapporto con la società dei mass-media e della comunicazione generalizzata.

 

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