by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Icone Feroci

Devo ovvero coloro che stavano per cambiare la musica per sempre. Icone feroci di una società sintetica e seriale, simboli assurdi di un uomo tecnoide-robotizzato, i Devo forgiarono uno dei suoni più grotteschi e influenti della new wave. Un repertorio sublimato in uno dei classici del periodo: “Q: Are We Not Men? A: We Are Devo!” Si formarono nel 1974 ad Akron (Ohio, Usa), per iniziativa di Gerard Casale e di Robert e Mark Mothersbaugh, tutti chitarristi e tutti cantanti con il nome appunto di Devo, contrazione di De-Evolution. Le loro performance erano basate soprattutto sul loro modo di presentarsi al pubblico come simboli assurdi di un uomo tecnoide-robotizzato stile Kraftwerk. Si muovevano a scatti sincronizzati ed erano vestiti e truccati tutti allo stesso modo, dando così l’impressione di essere veramente dei bambolotti privi di vita. I ragazzi di allora furono subito colpiti da questi strambi spettacoli teatral-musicali, e la moda dell’uomo-giocattolo cominciò a impregnare le fibre della new wave. De-Evoluzione non è altro che il contrario delle teorie di Darwin, un regresso dell’essere umano omologato, identico ai suoi simili in tutto e per tutto, nei gesti nelle parole e nelle idee, che affida all’automatismo delle macchine la risoluzione dei propri problemi. La loro musica, scriteriata e sclerotica, è perfettamente complementare ai loro movimenti nervosi, ai loro tic che tanto hanno influenzato artisti come i bravi Daft Punk o David Byrne, da sempre grande estimatore del gruppo statunitense. Di queste suggestioni riportate alla luce, il mondo della pubblicità ha depredato tutto quello che ha potuto. Nel loro periodo più felice, i Devo hanno rappresentato nella musica, analogamente a quello che dice il Trattato del Ribelle di Ernst Junger, con arguzia e finezza intellettuali il deperimento dell’uomo moderno e le sue paure in crescita parallela al progresso tecnologico, l’autocelebrazione e l’esasperato autocompiacimento che sono riflessi malinconici della civiltà capitalista.

Maurizio Verdiani

 

 

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