by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Articoli con tag “poesia

La misura dell’erba di Pierluigi Cappello

La misura dell’erba

Il caffè può essere un caffè qualsiasi, l’ordinazione anche
ma quando attendo stretto dall’ansia di chi attende
faccio delle mie dita tempesta…

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Extract from the novel “Coeva” – Estratto dal romanzo “Coeva”

STRANGE INHIBITIONS

 (Where the second mask is unveiled and Vèlle assumes a lesbian female jackal’s looks)

A hidden crocodile was on the moved steep bank with a bold heart. A naked Gentlewoman was training him with a palmed scourge, as it has always been. An elephants herd, ardently effervescents, psalmodized gigolo worm’s tale.

The second pretence was a Felis Pardus’ one. Shining hymenopterans, which they were used to prick meats at the Tropic of Capricorn, announced Her appearance. Like an evil enemy were shown, myself was compelled to conform myself to her looks, assuming the looks of a tawny Srgala. The Leopard Queen drew perceptions without any impediment, while she was sheltering in safety from the mind. She perceived places and times, revived boiling over and beating, provoking and assuaging. Transformed into very desirous nightmares, under this tension, my nerves began to relax. Lady Leopard of my devotion, dark angel, trail, fire-fly, solve my lechery! Cream of feedback the distorsion feeds me in every raw meal, wild, I wriggle. Might I be the myrrh-oiled Nubian, come to lay my bait. I spread traps with a spotted cage in my hand. My claws are full of resin. So she spoke to me. The apple-tree open thy mouth! I keep green in every season, my seeds are like thy teeth. The fig-tree open thy second mouth! Catechized the Queen.

Leopard Queen: To the water’d lands, to the virgin lands being whipped, my little, insignificant Jackal! Door-knockers are open, latchs are molten to th’ entrance of my canal. I can produce a good nectar and Tomorrow shall be the great day.

Jackal: O, ay, I faint to the merely imagination to be a slave and blindfolded destiny to an hard authoress. When you are in your best mood strip me, treat me as you asre used to and if you will relieve your fancy do it. I would creep on your gilded boat like a worm! Do not let me wither in a vessel but squash me in a tome.

Leopard Queen: I become inflamed with an orange magma. Feverishly I excite, tortuosly, to make totter an Amazon’s mane.

With the thirst no more hiss to the womb, some pillows reduced the wait while laid, I waited for the eclipse.

Leopard Queen: Be not fooled, I shall never tame my rebellious energy. I recall to my groin an unmentionable maze. I, queen, crowd in pockets passion and power.

Jackal: I have the fidgets. I pray thee, call the Monitor Lizard Prince! Sliding down, I sleep rocked within a fruit. We are cover’d with  lichens and bigger thy legs are.

Leopard Queen: Sleek the snakes on thy head. I am the estrous’d Queen, I can do everything, locking thy mean univers with a waxed padlock. I am clouds and rain, I am Yun yu. I am a bitter pompe jetsam and a glazed-leather’d lizard tongue. I roar in thy sphincter and the rice-field come straight in thy mouth. I am an intented fellatio. Thou gamblest, my foul Jackal.

Jackal: My desire of killer thigs is humour-pilloried, of violent lavative, drenched with fizzy calendula.

Leopard Queen: Don’t discredit me, thou dirty beast!

Jackal: When the sponge is high-water’d, I lick shameless.

Leopard Queen: I impose on th’ transgressor his transgression, on th’ sinner her sin.

Jackal: I receive brambles and thistles to rub on my skin.

Leopard Queen: Remember well! I shall punish thee if thou art not respectful with me.

Jackal: Tie me of total depilation.

Leopard Queen: Ha ha ha, with thirsty pleasure to scourge’s cure, in libido’s secret wardrobes, I dedicate and inflict thee.

Jackal: Broken and surmounted, I have no reserve.

Leopard Queen: This day shall not be repeated, time’s splinter, great gem. This day shall never return. Every instant is worth an invaluable gem.

Jackal: Expired blow comes out and inhaled blow comes into at will, my Queen.

Leopard Queen: When I’m throbbin’, I disclose the entire world, know that.

Jackal: A jackal, piece of meat to be used; ’tis just what I am now, a jackal.

Leopard Queen: Repetitiveness is devastating: bordo for motion, tragedy for th’ listener, intelligence’s prolapse.

Jackal: Arrogant and inflexible thou carriest me to th’ new. I am sucking fingers to an inquisitress.

Leopard Queen: A sluggard’s fruit is not granted at invasion’s first attempt.

Jackal: I am filled with magnesium and potassium.

Leopard Queen: Thou art almost without saliva! Let thee unclose. I will no more.

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STRANE INIBIZIONI

(Dove si disvela la seconda maschera e Vèlle prende le sembianze di una saffica sciacallo)

Un coccodrillo acquattato stava sulla mota ripa con cuore audace. Una Gentildonna nuda lo ammaestrava con un nerbo di palma, come era sempre stato. Un branco d’elefanti, d’ardore effervescenti, salmodiò la novella del bruco gigolò.

La seconda finzione fu quella di un Felis Pardus. Imenotteri luccicanti, che solevano punzecchiare carni al Tropico del Capricorno, annunciarono la Sua comparsa. Come se un malvagio nemico si manifestasse, io stessa fui costretta ad adeguarmi al suo sembiante, assumendo aspetto di fulvo Srgàlà. La Regina Leopardo disegnò percezioni senza remore, mentre si riparava al sicuro della mente. Percepì luoghi e tempi, ravvivò ribollendo e pulsando, provocando e sedando. Trasformati in incubi vogliosissimi, sotto tale tensione, i miei nervi co- minciarono a distendersi. Signora Leopardo della mia devozione, angelo atro, scia, lucciola, mia lussuria ri- solvi! Crema di feedback la distorsione mi alimenta in ogni pasto crudo, selvaggia, mi divincolo. Potessi essere la nubiana unta di mirra, venuta a tendere la mia esca. Dissemino trappole con in mano una gabbia maculata. I miei artigli sono pieni di resina. Così mi parlò. Il melo apra la tua bocca! Rimango verde in ogni stagione, i miei semi sono simili ai tuoi denti. L’albero di fico apra la tua seconda bocca! Catechizzò la Regina.

Regina Leopardo: Fino alle terre irrigate, fino alle terre vergini a colpi di verga, mia piccola, insignificante Sciacallo! I battenti sono aperti, i chiavistelli sciolti all’imbocco del mio canale. So produrre del buon nettare e domani è il gran giorno. Sciacallo: Oh, sì, svengo al sol immaginare d’esser destino schiavo e bendato di un’autrice hard. Quando sei di buon umore sfogliami, trattami come d’uso e se vorrai levarti la voglia fallo pure. Vorrei strisciare sulla tua aurea navicella come un lombrico! Non lasciarmi appassire in un vaso ma schiacciami in un tomo. Regina Leopardo: M’accendo di magma d’arancio. Febbrilmente mi stuzzico, in modo tortuoso, da far traballare la criniera di un’Amazzone.

Tra sete non più sibilo al ventre, cuscini attutirono l’attesa mentre distesa, attesi l’eclissi.

Regina Leopardo: Non illuderti, non domerò mai la mia energia ribelle. Richiamo al mio inguine un inconfessabile labirinto. Io, regina, stipo in tasche passione e potere.

54Sciacallo: Ho smania. Ti supplico, convoca il Principe Varano! Scivolando giù, dormo cullata all’interno di un frutto. Siamo ricoperte di licheni e più grandi sono le tue zampe. Regina Leopardo: Lisciati le serpi sulla testa. Io sono la Regina in calore, posso fare tutto, anche serrare il tuo miserabile universo con un lucchetto di cera. Io sono nuvole e pioggia, sono Yun yu. Sono amaro gettito di pompa e lingua lucertola di cuoio satinato. Ruggisco nel tuo sfintere e la risaia ti viene dritta in bocca. Sono fellatio d’intenti. Hai giocato d’azzardo, mia turpe sciacallo.

Sciacallo: In gogna d’umori langue il mio desiderio di cosce assassine, di purghe violente, intrise di frizzante calendula. Regina Leopardo: Non osare screditarmi, lurida bestia! Sciacallo: Quando la spugna è colma, lecco spudorata.

Regina Leopardo: Io impongo sul trasgressore la sua trasgressione, alla peccatrice il suo peccato. Sciacallo: Ricevo rovi e cardi da strofinare sulla pelle. Regina Leopardo: Rammenta bene! Ti castigo se non mi rispetti.

Sciacallo: Legami di depilazione totale. Regina Leopardo: Ah ah ah, con smaniosa goduria alla cura dello staffile, in ar- madi segreti della libido, mi dedico e t’infliggo. Sciacallo: Infranta e superata, non ho più alcun ritegno. Regina Leopardo: Non si ripeta due volte questo giorno, scheggia di tempo, grande gemma. Mai più tornerà questo giorno. Ogni istante vale una gemma inestima- bile. Sciacallo: Il soffio espirato esce e il soffio inspirato entra a proprio piacimento, mia Regina. Regina Leopardo: Quando io stessa fremo, dispiego il mondo intero, sappilo. Sciacallo: Uno sciacallo, pezzo di carne da usare; è proprio questo che sono ora, uno sciacallo. Regina Leopardo: La ripetitività è devastante: noia per il movimento, tragedia per l’ascoltatore, prolasso dell’intelligere. Sciacallo: Tracotante ed inflessibile mi trasporti nell’inedito. Succhio dita ad una inquisitrice. Regina Leopardo: Il frutto di un mollusco non si concede al primo tentativo d’invasione. Sciacallo: Mi riempio di magnesio e potassio. Regina Leopardo: Sei quasi senza saliva! Lasciati schiudere. Non ho voglia d’altro.

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Delacroix


Tiziano


Velvet Underground – Sunday morning


Azione creativa: Andrea Mantegna

Andrea Mantegna (Isola di Carturo, 1431 Mantova, 13 settembre 1506) è stato un pittore e incisore veneziano. L’irreprensibile, come lo chiamavano alcuni suoi contemporanei, si formò nella bottega padovana dello Squarcione, dove maturò il gusto per la citazione archeologica; venne a contatto con le novità dei toscani di passaggio in città: Fra Filippo Lippi, Paolo Uccello, Andrea del Castagno e soprattutto Donatello. Mantegna si distinse per la perfetta impaginazione prospettica, il gusto per il disegno nettamente delineato e per la forma monumentale delle figure.


Gustav Klimt


Kazimir Malevich


TheCoevas on Events Tour 2011, Mercoledì 13 Luglio presso “Mondo Fitness”, h 18,30


I dipinti del terrore di Francisco Goya


Publio Virgilio Marone

“O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume.”
(Dante, Inferno, Canto I, 81-83)

Virgilio prima di scrivere la sua opera più famosa, l’Eneide,  ebbe modo di affermarsi attraverso opere precedenti, che non sono ispirate direttamente ai luoghi dell’Agro Romano, come invece è per l’Eneide.

Tuttavia, le Bucoliche e le Georgiche opere d’ispirazione agreste, per alcuni critici, soprattutto la seconda opera, di valore artistico pari se non superiore all’Eneide,  sono un possibile naturale complemento di un Parco Letterario che nasce in un territorio storicamente definito dalle caratteristiche naturali dell’Agro o Campagna romana, appunto! Questa dimensione naturale, agricola del territorio pur nelle sue trasformazioni profonde che ha subito nel ‘900 potrà essere certamente fonte d’ispirazione per diverse attività del Parco Letterario® Virgilio.

L’Eneide resta l’opera più famosa di Virgilio, è certamente, con i suoi riferimenti diretti al territorio del Parco Letterario® a Pomezia, il principale punto di riferimento, la guida letteraria per il progetto e di questa ne segue un breve approfondimento.

L’Eneide, definita il poema nazionale del popolo romano, fu scritta da Virgilio nel clima esaltante dei primordi dell’impero su pressante invito di Augusto. Il predominante tema eroico si risolve in un’affermazione dei più nobili valori dell’umanità, ripensati in un momento di sicura fiducia, ma con lucida consapevolezza dei drammi e dei lutti che portato a tanta altezza. Pertanto l’Eneide, scritta come epopea nazionale di Roma, poté, al tempo stesso, essere letta come il poema dell’umanità nella sua ascesa faticosa più alti destini.
Alla materia dell’opera, attinta da diverse fonti ed elaborata con una lucida fantasia che cerca un sostegno nella documentazione scrupolosa, Virgilio dà una forma originale, ma personalissima, che è frutto di una raffinata tecnica stilistica e di una tormentosa ricerca della dizione esatta e convincentemente espressiva. Il mondo del poeta, in cui si riflettono le sofferenze, le fatiche, le illusioni e le passioni dell’umana vicenda, prende in esso concretezza, ordine e splendore.

Nel secolo II I’Eneide rimase il poema della maggiore e inappellabile autorità in fatto grammaticale e linguistico. I secoli III, IV e V ne segnano la più grande fortuna in senso retorico e formale, poiché anche quando la vita letteraria si limitò alla pura esercitazione stilistica. Virgilio fece testo, trasmettendo attraverso l’imitazione esteriore qualche germe lirico e qualche risonanza del suo più sostanziale contenuto; e sebbene il suo primo trionfo sia celebrato dal gusto della più decadente latinità, tuttavia quest’attività scolastica ha avuto il merito di stabilire in modo definitivo, la coscienza del genio virgiliano. Ne furono apologisti ed esegeti Elio Donato, Servio Donato, Microbio, Fulgenzio, che ne accompagnarono la lettura per tutto il Medioevo, fino al Rinascimento, quando i testi virgiliani cominciarono ad essere sottoposti al rigore della critica.
Fra il V e VI secolo, su ispirazione di Fulgenzio, l’Eneide subisce una interpretazione allegorica e morale, che trasporta il poema in un piano astratto e universalistico, agevolando così la penetrazione di Virgilio negli ambienti ecclesiastici e ortodossi. L’Opera è intesa come una complessa metafora della vita umana: del resto anche in Dante ci sono residui di questa valutazione, e lo stesso Tetrarca, che insisteva sui valori poetici del poema, non ne escludeva ì sensi anagogici ed eterocliti.

“L’incontro di Dante con Virgilio, all’uscita dalla “selva oscura” così come la sua elezione a guida nel viaggio attraverso l’Inferno e lungo le sette cornici del Purgatorio “non ha soltanto un significato simbolico, nel contesto religioso e morale del poema, ma anche un preciso avvertimento letterario, preceduto ed accompagnato dal ripudio di un altro poeta, Ovidio, e della poesia d’amore, in un più ampio ed ambizioso progetto di rinascenza culturale” (G. Petrocchi, Il I canto dell’Inferno, in Nuove Letture dantesche, 1966)

“Tu se’ … ‘l mio autore” (Inf. I, 85) dice Dante. Virgilio è l'”auctor”, il modello sicuro, la memoria, insieme personale e storica, colui che testimonia e conferma a Dante, con l’Eneide, la natura provvidenziale ed universale dell’Impero Romano, che prepara ed accompagna la redenzione spirituale operata da Cristo.Nel Cinquecento l’Eneide ispirò i poemi cavallereschi: Ariosto si ricordò di Eurialo e Niso per l’episodio di Cloridano e Medoro dell’Orlando furioso e Tasso, che con la Gerusalemme liberata voleva creare il poema epico cristiano, assunse come modello il poema virgiliano.

Proprio nel Cinquecento viene prodotta la “famosa” traduzione in italiano di Annibal Caro che simboleggia e testimonia attraverso la sua duratura attenzione nei secoli, tra illustri uomini di cultura come tra anonimi scrittori o innumerevoli studenti, praticamente fino ad oggi, il costante valore storico ed artistico dell’opera di Virgilio.


Peter Gabriel – David Bowie – Heroes


La donna e lo SPIRITO DI SACRIFICIO

Il sacrificio costituisce l’altra dimensione attraverso la quale la donna si è espressa per secoli…Il sacrificio è una delle grandi costanti nella vita di una donna…La storia di Alcesti è una delle più commoventi che la mitologia abbia tramandato. Euripide ci descrive Alcesti, sposa di Admeto, come una donna felice e realizzata e offre della loro unione coniugale un’immagine idilliaca e serena. Il loro è un matrimonio felice, rallegrato dalla presenza di figlioli affettuosi,un matrimonio così perfetto da sfiorare i limiti dell’idealità. …Ma come sempre accade quando le cose sembrano andare per il meglio e l’amore ci rende felici e appagati, interviene “l’invidia degli dei”, un sentimento di ostilità che, ampliando il nostro discorso, la gente prova verso chi le appare più fortunato.

Quando brevi e intensi momenti di gioia riempiono la nostra vita, dovremmo cercare di serbare dentro di noi la nostra felicità, senza farne sfoggio in giro e cercando di goderne fin quando sarà possibile. La ruota della vita gira sempre e non vi è condizione – sia essa di felicità o disperazione – che possa durare in eterno. Così fu anche per Alcesti e Admeto perché la loro unione fu turbata da un evento imprevisto e sfortunato.

Admeto era un uomo saggio e generoso, ma un infausto giorno, forse a causa della spietata ripicca di una dea, venne colpito da un male incurabile e così…fu destinato a una morte certa. In quello stesso momento tutto cambiò, e quella che sino a pochi istanti prima sembrava essere una vita felice, destinata a rimanere tale per sempre, si trasformò in una tragedia senza eguali.

Alcesti è disperata…ad alleviare tanto dolore provvederà la sentenza di un oracolo che stabilirà che Admeto sarà salvo nel momento in cui un membro della sua famiglia accetterà di morire al suo posto.

La morte incute sempre molta paura e pensare di trovare qualcuno disposto a perdere la propria vita per salvare quella di qualcun altro, costituisce davvero un’idea ai limiti dell’utopia. La trama di questa tragedia offre lo spunto per riflettere su un aspetto importante, per cui potremmo dire che nel momento in cui ci troviamo immersi nelle difficoltà, in quelle vere, noi siamo soli. Persone che un attimo prima sembravano esserci amiche, all’improvviso ci voltano le spalle. Questo accade perché la difficoltà dell’altro viene vissuta come una “contaminazione”, come il pericolo di infettarsi. Ecco allora che se ci capita una disgrazia, la gente arriva addirittura a toglierci il saluto, a evitarci perché ci percepisce come una minaccia. Si rimane così soli con la propria coscienza a doversi confrontare con la difficoltà che sta dilaniando la nostra vita.

È a questo punto della storia che emerge la commovente nobiltà d’animo di Alcesti: mentre gli anziani genitori di Admeto si rifiutano spaventati di sacrificare la propria vita per la salvezza di quella del loro figliolo, Al cesti non esita ad accettare la morte per amore del proprio marito… Così confortata anche dal pensiero di lasciare i propri figli nelle mani di un buon padre, Alcesti muore…Admeto così si riprese dalla sua agonia ma quando aprì gli occhi, il pover’uomo si rese conto di essere solo e che la sua adorata non era più al suo fianco…il destino però si sarebbe presto rivelato più clemente nei confronti di questa coppia sfortunata. Gli dei, infatti, impietositi da tanta disperazione e colpiti dalla nobiltà del gesto della donna, vollero concedere ad Alcesti e Admeto una nuova opportunità… Intervenne Eracle, il quale precipitatosi negli Inferi, riuscì a recuperare l’anima di Alcesti la quale fece ritorno più bella e giovane che mai e potè riabbracciare i figli e il marito.

Alcesti rappresenta la manifestazione più generosa di “amore coniugale”, di un legame di due esseri umani così forte, da poter sfidare il destino, sconfiggere la malattia, e addirittura, conquistare la benevolenza degli dei…

Sarebbe quindi importante domandarsi cosa rappresenti…il sacrificio di Alcesti, la sua discesa agli Inferi, nonché quella che potremmo considerare un’autentica resurrezione…

Il binomio sacrificio-donna è purtroppo entrato a far parte del linguaggio e del pensare comuni. In particolare, sembra diffusa l’opinione secondo la quale, nell’ambito del matrimonio, la donna debba sacrificare se stessa, per il bene dei figli e quello del marito. Il suo bene, i suoi più autentici bisogni, sembrano dunque posti in secondo piano…

Non dovremmo però commettere l’errore di pensare che ciò sia del tutto normale o comprensibile. Il sacrificio è sempre un gesto alimentato da grande generosità, ma il sacrificio della propria vita travalica i confini dell’altruismo e chiama in causa ragioni ben più profonde. Dobbiamo considerare davvero la morte di Alcesti una “morte per amore”? È possibile scorgere qualcos’altro al di là de suo sacrificio?

È possibile che Alcesti sia stata mossa da ragioni ben più profonde…potrebbe essere utile considerare il valore del legame che univa Alcesti e Admeto…

Alla base del sacrificio c’è il problema dell’altruismo, occorre però fare molta attenzione.. il sacrificio infatti spesso si basa su una forma di disistima di sé. Una donna che decida di sacrificare tutta se stessa per i figli, per il loro bene, pur non sapendolo li danneggia, nel senso che trasmette loro dei messaggi negativi, che di certo non li aiuteranno a costruirsi un buon concetto di loro stessi… Ma le cose possono cambiare, a patto di crederci veramente.


Apollineo e dionisiaco

Nietzsche mostra di interpretare la civiltà greca non tradizionalmente sulla base della calma grandezza e della nobile semplicità, così come aveva predicato il padre putativo del neoclassicismo,Winckelmann; e tale suo approccio nei confronti della Grecità si rivela nell’ambito dell’interpretazione del fenomeno tragico, che per Nietzsche è il più emblematico nella prospettiva della cultura greca, da lui definito come un qualcosa che agli occhi degli Ateniesi assumeva il significato di una festa eccezionale e lungamente attesa.

Secondo Nietzsche, l’animo dell’ateniese che assisteva alla tragedia aveva in sé qualcosa di quell’elemento originario da cui la tragedia era scaturita, ossia la componente dionisiaca. Essa viene interpretata come una forza metafisica originaria della Natura, come un impulso primaverile, che porta con sé il gioco con l’ebbrezza e la soppressione del principium individuationis; il risultato è dunque un saldo legame tra uomo e uomo, e anche tra uomo e Natura, la cui forza plasmante fa sì che ogni individuo partecipi dell’Uno-Tutto e diventi esso stesso opera d’arte.

Il dramma attico appare dunque come un culto naturalistico che, presso i popoli dell’Asia aveva il senso del più crudo scatenamento di bassi istinti, configurandosi come vera esperienza orgiastica e animalesca, in grado di spezzare nel contingente tutti i vincoli sociali, ma che nell’arte greca assume uno sviluppo differente mediante l’interazione dell’artista apollineo.

L’apollineo nel merito della tragedia greca incarna la componente formale-razionale; egli è il dio del sogno e l’arte apollinea è il gioco con il sogno, è il momento della rappresentazione della realtà e come tale implica una sorta di limitazione misurata, una forma di libertà dagli impulsi più selvaggi, portando con sé quella saggezza e quella calma peculiarmente ascrivibili alla sua solarità e alla sua essenza di dio plastico: con tali caratteristiche Apollo interviene dunque sul suo oppositore con il suo intelligente senso della misura, in maniera tale che esso non si accorga di andare in giro semiprigioniero.

È l’impronta del dio di Delfi a serrare nelle catene della bellezza l’istinto dirompente della divinità dell’ebbrezza. L’estasi dello stato dionisiaco determinerebbe una momentanea fuga dal mondo della realtà consueta che, riemergendo nuovamente alla coscienza, verrebbe sentita come nausea.

Nella consapevolezza del risveglio dall’ebbrezza si vedrebbe, secondo Nietzsche, tutto l’orrore e l’assurdità dell’esistenza umana, verso la quale si nutrirebbe disgusto.

In tale contesto si chiarisce dunque il fine precipuo dell’apollineo, la cui intenzione non è quella di reprimere o soggiogare l’istanza dionisiaca, bensì di sublimarla trasformando le sensazioni di nausea e orrore per l’assurdità dell’esistenza umana in rappresentazioni con cui sia possibile convivere; il sublime diventa infatti la rappresentazione dell’orrore, mentre il comico si configura come liberazione artistica del disgusto per il carattere assurdo della vita umana.

La tragedia greca è dunque un gioco con l’ebbrezza, ma non l’essere completamente divorati da essa, e se è allora che nell’attore si riconosce l’uomo dionisiaco, è pur vero che esso viene riconosciuto come uomo dionisiaco messo in scena; è in merito a ciò dunque che Nietzsche coglie il fine più alto della cultura apollinea nell’esigenza etica della misura.

Il grande merito riconosciuto da Nietzsche al dramma attico è quello di far convivere l’uomo con la chiara consapevolezza della nullità della sua esistenza, mostrata così come essa è, ma all’interno di una sorta di specchio trasfigurante.


Cream – World of Pain


Joy Division – A means to an end


Acqua nei sogni

Acqua corrente nei sogni sarà legata al flusso della vita, al tempo, al divenire, acqua sorgiva allo scaturire di vitalità e forza e alla presenza di energie inconsce.

L’acqua nei sogni compare con maggiore frequenza rispetto agli altri elementi di terra,fuoco ed aria. L’acqua è preziosa, e fondamentale, il nostro pianeta ne è coperto, il nostro corpo ne è composto, nell’acqua brulica e si è formata la vita.

Il simbolo dell’acqua è presente nelle cosmologie dei popoli più diversi in tutta la terra:abluzioni rituali, diluvio universale, purificazione e distruzione attraverso l’acqua, sono temi che nei miti ritornano a confermarne il grande valore.

L’acqua nei sogni rimanda sia all’energia materna, per il primo contatto dell’essere umano con il liquido amniotico, che all’inconscio e alle sue profondità, alla spiritualità e alle emozioni, ma sarà importante considerarne l’aspetto, il suo essere torbida o limpida, il suo presentarsi calma e tranquilla oppure agitata e violenta. Aspetto che andrà valutato con le sensazioni provocate nel sognatore.

Sognare acqua pulita e trasparente in cui essere immersi, si collega a chiarezza nelle situazioni, possibilità di “vederci chiaro”, benessere ed equilibrio nell’espressione delle emozioni. Al contrario, sognare acqua stagnante o fangosa, può essere sintomo di un disagio, sentirsi al cospetto di qualcosa di incomprensibile o non gestibile.

Nuotare in acqua nei sogni con fatica, controcorrente o con facilità e piacere, può aiutare a comprendere il modo in cui si affrontano determinate situazioni, o problemi. L’aspetto di bagno purificante e risanatore dell’ acqua, andrà a collegarsi al bisogno inconscio di cambiamento: parti vecchie, abitudini obsolete che devono essere “lavate via “, eliminate dalla forza e dalla vitalità dell’elemento primordiale in una purificazione, morte e rinascitache nel simbolo si fondono. Bachelard nel suo bellissimo “Psicoanalisi del acque” ( Red Ed. Immagini dal profondo 1992) asserisce che: “..Ci si tuffa nell’acqua per rinascere rinnovati.”.

Il significato dell’acqua nei sogni quando appare carica di energia latente, bellissima e pericolosa può associarsi al mondo emotivo, allo straripare e dilagare di questo, al timore o all’attrazione che l’espressione o il contatto con le emozioni provoca. L’ acqua rimanderà allora ad un bisogno di contenimento, ad una più opportuna modalità di espressione o sarà sintomo delle emozioni che prende il sopravvento o che stanno agendo in qualche aspetto della vita del sognatore.

Sognare acqua corrente nei sogni è un’immagine che si lega al flusso della vita, al tempo, al divenire, mentre l’acqua sorgiva si collega allo scaturire di forza e vitalità, alla presenza di energie inconsce, acqua che cade dal cielo infine, potrà orientare il sognoverso un aspetto prettamente spirituale.


Dicono di noi: Mercuzionline


Constantinos Kavafis

E se non puoi la vita che desideri

cerca almeno questo

per quanto sta in te: non sciuparla

nel troppo commercio con la gente

con troppe parole in un viavai frenetico.

 

Non la svilire portandola in giro

in balìa del quotidiano

gioco balordo degli incontri

e degli inviti,

fino a farne una stucchevole estranea.

 

Constantinos Kavafis

È uno dei più grandi poeti moderni. Era nato nel 1863 ad Alessandria d’Egitto “in una casa della via Cherif”, come scrisse in un appunto autobiografico.

La sua famiglia era greca e quando Constantinos era un bambino si trasferì in Inghilterra. Nel 1869 morì il padre e dopo alcuni anni di viaggi tra la Francia, Constantinopoli (l’odierna Istanbul) e la Grecia, Constantinos e l’amatissima madre fecero ritorno nella vivace città egiziana.

In Europa, in campo poetico, dominavano i decadenti francesi, in Egitto vi era la grandissima e mirabile tradizione della poesia araba e per ragioni familiari Constantinos era vicino anche alla poesia ellenica di Omero, Saffo, Alceo, Anacreonte.

Impiegato per tutta la vita in un ufficio del ministero dei lavori pubblici d’Egitto, coltivò quasi segretamente il suo amore per la poesia.

In vita editò solo due raccolte, esili numericamente, nel 1904 e nel 1910.

Spesso donava le sue poesie agli amici, a volte le raccoglieva in gruppi che rilegava lui stesso o le incollava su quaderni.

Morì nel 1933, il giorno del suo compleanno: il 29 aprile. Un caso o un destino che è capitato ad altri, tra cui Raffaello Sanzio e Ingrid Bergman, e in cui il suo traduttore, Nelo Risi, vide quasi un simbolo.

Nel ’35 una casa editrice di Alessandria pubblicò la sua opera omnia: 150 liriche.

In Italia dal 1919 erano state pubblicate poche poesie su riviste specialistiche: aveva parlato di lui il pessimo Marinetti e tempo dopo Ungaretti, Montale, Caproni.

I temi principali della poesia di Constantinos sono il ricordo, la nostalgia, la vita che sfugge, l’amore omosessuale, l’ironia, il disincanto, la morte, la compassione.

Al centro delle sue poesie vi sono sempre uomini e donne con i loro sentimenti, i loro dilemmi, la loro umana pietà.


TheCoevas on Events Tour 2011: Martedi’ 14 Giugno 2011 ore 18,00


Spalancare la vita al sogno. Marc Chagall

Marc Chagall nelle sue memorie conferma la sua attenzione verso l’ aspetto visionario e surreale della realtà, verso il sogno che irrompe nell’esperienza notturna..

“E’ buio. All’improvviso si spalanca il soffitto; un tuono, un lampo di luce ed ecco irrompere nella stanza un’impetuosa creatura alata, avvolta in volute di nuvole, un forte fremito di ali. Un angelo! Penso io. Ma non riesco ad aprire gli occhi: dall’alto sgorga una luce troppo forte. L’ospite alato vola per tutti gli angoli della stanza, si solleva nuovamente e vola via attraverso la fenditura del soffitto, portando con sé il fulmine e l’azzurro. E di nuovo torna il buio. Mi sveglio”.

Così scrive Marc Chagall nelle sue memorie, a confermare la sua attenzione verso l’ aspetto visionario e surreale della realtà, verso il sogno che irrompe nell’esperienza notturna, ma che irradia nella mente e nel ricordo e, da questo, nel “fare” artistico.

Chagall nasce in Russia nel 1887 da una famiglia ebrea, e a Pietroburgo compie gli studi artistici per poi trasferirsi nel 1910 a Parigi, entrando così a contatto con i più importanti movimenti culturali dell’epoca, dal fauvismo al cubismo, con personaggi come Apollinaire e Robert Delaunay e partecipando attivamente alla vita artistica.

Le opere di questo periodo sono solo sfiorate dai fermenti prevalenti, ma conservano la loro carica fantastica e fiabesca, intrisa della tradizione ebrea e russa che lo accompagnerà sempre. Rientrato in Russia Chagall subisce una momentanea attrazione verso il realismo pittorico, ed in seguito lo schematismo suprematista, anche se la sua indagine della realtà, espressa in questa sobrietà di forme e di linee, non è mai esente da contributi più simbolici e tradizionali.

Il ritorno all’estero coinciderà con l’abbandono definitivo di questo stile, e con l’utilizzo di linee sinuose e morbide, di colori vibranti, e con l’espressione di una fantasia fanciullesca attratta dalla grande tradizione circense, dalle favole di La Fontaine e da altri grandi temi ispiratori che gli permetteranno di esprimere tutta la sua vitalità pittorica. Vitalità e prolificità che, nonostante i terribili avvenimenti del Nazismo e della Guerra che lo costringeranno ad espatriare in America, e il grande dolore per la morte della moglie Bella, non saranno mai intaccate.

L’ultima parte della vita, ritiratosi in Provence, si dedicherà a grandi opere di carattere pubblico, ed alla sperimentazione con materiali nuovi come il vetro, la ceramica ecc…. continuando però ad infondere nella sua arte, attraverso il colore e la sinuosità della linea, la sua visione sognante di “innamorato” della vita. Qui morirà nel 1985 all’età di 98 anni.

La sua pittura è una sintesi perfetta di magia e mistero, di sogno e sentimento, di intensità e passione che talora assume i toni foschi dell’ incubo, per poi trascolorare in un lirismo delicato ed euforico a lasciare gli occhi e l’animo felici come un bel sogno del mattino.

Nella Fotogallery trovate una serie di opere pittoriche e di litografie che ho selezionate lasciandomi guidare dall’attrazione momentanea e dalla sensazioni di risonanza interiore. Molte non portano titolo nè data, ne’ collocazione. L’intento è di farvi partecipi dello stesso incanto, della stessa poesia e della stessa forza vitale che io avverto. Trovate opere molto ben ordinate e titolate nel sito Artinvest2000.


Karl Popper. Il progresso della conoscenza.

Contrariamente ai neopositivisti, Popper ritiene che la base empirica delle scienze non è qualcosa di assoluto, cosicché non è possibile sostenere che la scienza poggia ” su un solido strato di roccia “. Egli paragona le teorie scientifiche a edifici costruiti su palafitte, che si elevano sopra una palude; quando ci si arresta ad una teoria, non è perché si sia trovato un terreno solido, ma perché si ritiene che i sostegni disponibili siano abbastanza stabili, almeno per il momento, per reggere la struttura. Da Novalis, egli riprende un’altra metafora che paragona le teorie a reti gettate per catturare quello che chiamiamo il mondo; per catturare il più possibile si cerca, dunque, di rendere la trama delle reti sempre più sottile. Questo avviene attraverso la critica e la sostituzione delle teorie con altre migliori: ” Quel che in ultima analisi – dice Popper – decide del destino di una teoria è il risultato di un controllo” . Grazie a questa dinamica la scienza risulta caratterizzata da un progresso che Popper interpreta sulla falsariga del modello evoluzionistico darwiniano: come la lotta per la vita conduce alla selezione e alla sopravvivenza dei più adatti, così la competizione tra e teorie scientifiche dà luogo ad una selezione della teoria che si dimostra la più adatta a sopravvivere, in quanto sino ad allora è l’unica ad aver superato i controlli più severi e a poter essere controllata nel modo più rigoroso. Tipica della conoscenza scientifica è, pertanto, la sua capacità di crescere e di progredire, non nel senso di accumulare risultati, ma nel senso di sostituire teorie con teorie via via migliori. In vari saggi, successivi alla Logica , Popper illustra la dinamica di questo processo di crescita. La conoscenza, secondo Popper, non parte mai da zero, ha sempre una tradizione alle spalle, cosicché si può dire che ” il progresso della conoscenza consiste principalmente nella modificazione delle nostre conoscenze precedenti “. Le sue fonti possono essere di ogni genere, credenze o miti o osservazioni o teorie, ma nessuna di questi fonti ha un’autorità privilegiata. In opposizione alle epistemologie ottimistiche, secondo le quali la verità è qualcosa di dato che si tratta soltanto di mettere in luce una volta per tutte, e quelle pessimistiche, per le quali la conoscenza è impossibile, Popper sostiene il carattere fallibile della conoscenza umana e la sua possibilità di progredire attraverso la critica: per questo aspetto la sua concezione è denominata fallibilismo . Egli interpreta l’aggettivo critico come sinonimo di razionale; dai primi pensatori greci, i cosiddetti presocratici, la civiltà occidentale avrebbe ereditato, a suo avviso, la tradizione razionalistica , la quale consiste nella discussione critica delle teorie via via avanzate per risolvere i problemi, nell’intento della ricerca della verità. Il punto di partenza nel cammino della conoscenza è sempre dato da problemi per risolvere i quali si avanzano congetture , ossia ipotesi o teorie, le quali vengono sottoposte alla discussione e al controllo, ossia a confutazioni , dalle quali scaturiscono nuovi problemi, che inducono a escogitare nuove e migliori teorie e così via. La verità non è la proprietà definitiva di specifiche teorie, che restano sempre ipotesi o congetture, ma è una sorta di ideale regolativo, che guida il processo di crescita della conoscenza: questo può essere inteso come approssimazione alla verità, nel senso che la massima approssimazione è data dalla teoria meglio controllata sino a quel momento. La verità non può, pertanto, essere confusa con la semplice coerenza interna o non contraddittorietà tra gli enunciati di una teoria o con l’utilità di una teoria come strumento di azione e pressione. Popper ritiene che sia stato merito di Tarski l’aver dimostrato la possibilità di definire la verità come corrispondenza con la realtà . Il fallibilismo di Popper si differenzia da due concezioni alternative della conoscenza umana. La prima, da lui definita essenzialismo , ripone lo scopo della scienza nella scoperta di spiegazioni ultime, le quali consistono nel rispondere alla domanda: “Che cos’è x?”, indicando l’essenza di x. Questa concezione, secondo Popper è dogmatica e incoraggia l’oscurantismo e l’autoritarismo, impedendo l’esercizio della critica e il sollevare nuovi problemi. In questo senso, essa è giustamente respinta dallo strumentalismo , che Popper vede esemplificato in Berkeley e in Mach e nella pratica di molti scienziati contemporanei: per esso le teorie scientifiche sono soltanto strumenti di calcolo e di previsione e non sono affatto guidate dall’intento di pervenire a spiegazioni. Contro quest’ultima concezione, Popper rivendica il carattere conoscitivo e non puramente strumentale delle teorie scientifiche; lo scopo è di condurre a problemi sempre più profondi e interessanti. Ma allora diventa fuorviante, secondo Popper, coltivare l’ideale di una scienza come completamente assiomatizzato e formalizzato ed è futile preoccuparsi soltanto delle parole del linguaggio quotidiano e dei loro significati, come fanno Wittgenstein e i filosofi analitici, anziché della teoria, delle validità, dei ragionamenti e della crescita della conoscenza scientifica. Queste posizioni, infatti, perdono di vista il problema più importante, che è di ” comprendere il mondo, compresi noi stessi e la nostra conoscenza, in quanto parte del mondo “.


La profezia degli Inka

Gli Inka fissano 7 livelli per lo sviluppo psico-spirituale che giace latente nel nostro ‘seme Inka’. I primi tre sono una sorta di infanzia e adolescenza spirituale, in cui si entra in sintonia con la famiglia e l’ambiente naturale circostante. Al quarto livello (a cui si viene tradizionalmente iniziati in un’antica grotta del Perù) si compiono i primi passi per diventare un vero adulto il cui campo energetico è in grado di risuonare dell’intero campo dell’energia vivente, di Madre Terra e dei suoi abitanti. È il livello in cui ogni essere umano diventa tuo fratello o tua sorella perché si è figli della stessa madre, Pachamama  e dello stesso padre, Inti-Taita, Padre Sole. I successivi tre livelli delineano il dispiegarsi del completo potenziale dell’umanità, fino al settimo livello nel quale un umano può acquisire pienamente l’energia creativa, manifestare l’equivalente di dio sulla terra e risuonare del campo di energia dell’intero universo.

Prendi il nettare della Natura L’iniziato al quarto livello assume la responsabilità di diventare un partecipante attivo non solo nella creazione della sua stessa vita, ma anche nel rivelarsi della profezia Inka, che richiede, appunto, partecipazione attiva. La saggezza del quarto livello è basata sul fatto che nell’universo pieno di vita non ci siano cose come energia  negativa o positiva, ci sono solo energie relativamente più pesanti, hoocha, e più sottili, sami, Sami, in lingua Quechua, significa nettare. È letteralmente un cibo spirituale che noi, in quanto umani dotati di libera volontà, possiamo scegliere di creare e di canalizzare, oppure no. La natura produce sami. Pensa a come, istintivamente, quando siamo un po’ giù, vogliamo scire a fare una passeggiata. Solo noi umani produciamo hoocha. Ma in quanto generatori di energie pesanti siamo equipaggiati per dirigere l’energia vivente e ‘mangiare e digerire’ o trasformare hoocha.

Al livello successivo, il quinto,  la condivisione del sami, il nettare che è una sorta di compost spirituale, il respiro comune con gli alberi e le piante, apre le porte alla cosmologia spirituale.  Questa è basata su preziose informazioni, autentici salva vita, per il mondo di oggi.


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