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William Turner


Velvet Underground – Sunday morning


TheCoevas on Events Tour 2011, Mercoledì 13 Luglio presso “Mondo Fitness”, h 18,30


Publio Virgilio Marone

“O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume.”
(Dante, Inferno, Canto I, 81-83)

Virgilio prima di scrivere la sua opera più famosa, l’Eneide,  ebbe modo di affermarsi attraverso opere precedenti, che non sono ispirate direttamente ai luoghi dell’Agro Romano, come invece è per l’Eneide.

Tuttavia, le Bucoliche e le Georgiche opere d’ispirazione agreste, per alcuni critici, soprattutto la seconda opera, di valore artistico pari se non superiore all’Eneide,  sono un possibile naturale complemento di un Parco Letterario che nasce in un territorio storicamente definito dalle caratteristiche naturali dell’Agro o Campagna romana, appunto! Questa dimensione naturale, agricola del territorio pur nelle sue trasformazioni profonde che ha subito nel ‘900 potrà essere certamente fonte d’ispirazione per diverse attività del Parco Letterario® Virgilio.

L’Eneide resta l’opera più famosa di Virgilio, è certamente, con i suoi riferimenti diretti al territorio del Parco Letterario® a Pomezia, il principale punto di riferimento, la guida letteraria per il progetto e di questa ne segue un breve approfondimento.

L’Eneide, definita il poema nazionale del popolo romano, fu scritta da Virgilio nel clima esaltante dei primordi dell’impero su pressante invito di Augusto. Il predominante tema eroico si risolve in un’affermazione dei più nobili valori dell’umanità, ripensati in un momento di sicura fiducia, ma con lucida consapevolezza dei drammi e dei lutti che portato a tanta altezza. Pertanto l’Eneide, scritta come epopea nazionale di Roma, poté, al tempo stesso, essere letta come il poema dell’umanità nella sua ascesa faticosa più alti destini.
Alla materia dell’opera, attinta da diverse fonti ed elaborata con una lucida fantasia che cerca un sostegno nella documentazione scrupolosa, Virgilio dà una forma originale, ma personalissima, che è frutto di una raffinata tecnica stilistica e di una tormentosa ricerca della dizione esatta e convincentemente espressiva. Il mondo del poeta, in cui si riflettono le sofferenze, le fatiche, le illusioni e le passioni dell’umana vicenda, prende in esso concretezza, ordine e splendore.

Nel secolo II I’Eneide rimase il poema della maggiore e inappellabile autorità in fatto grammaticale e linguistico. I secoli III, IV e V ne segnano la più grande fortuna in senso retorico e formale, poiché anche quando la vita letteraria si limitò alla pura esercitazione stilistica. Virgilio fece testo, trasmettendo attraverso l’imitazione esteriore qualche germe lirico e qualche risonanza del suo più sostanziale contenuto; e sebbene il suo primo trionfo sia celebrato dal gusto della più decadente latinità, tuttavia quest’attività scolastica ha avuto il merito di stabilire in modo definitivo, la coscienza del genio virgiliano. Ne furono apologisti ed esegeti Elio Donato, Servio Donato, Microbio, Fulgenzio, che ne accompagnarono la lettura per tutto il Medioevo, fino al Rinascimento, quando i testi virgiliani cominciarono ad essere sottoposti al rigore della critica.
Fra il V e VI secolo, su ispirazione di Fulgenzio, l’Eneide subisce una interpretazione allegorica e morale, che trasporta il poema in un piano astratto e universalistico, agevolando così la penetrazione di Virgilio negli ambienti ecclesiastici e ortodossi. L’Opera è intesa come una complessa metafora della vita umana: del resto anche in Dante ci sono residui di questa valutazione, e lo stesso Tetrarca, che insisteva sui valori poetici del poema, non ne escludeva ì sensi anagogici ed eterocliti.

“L’incontro di Dante con Virgilio, all’uscita dalla “selva oscura” così come la sua elezione a guida nel viaggio attraverso l’Inferno e lungo le sette cornici del Purgatorio “non ha soltanto un significato simbolico, nel contesto religioso e morale del poema, ma anche un preciso avvertimento letterario, preceduto ed accompagnato dal ripudio di un altro poeta, Ovidio, e della poesia d’amore, in un più ampio ed ambizioso progetto di rinascenza culturale” (G. Petrocchi, Il I canto dell’Inferno, in Nuove Letture dantesche, 1966)

“Tu se’ … ‘l mio autore” (Inf. I, 85) dice Dante. Virgilio è l'”auctor”, il modello sicuro, la memoria, insieme personale e storica, colui che testimonia e conferma a Dante, con l’Eneide, la natura provvidenziale ed universale dell’Impero Romano, che prepara ed accompagna la redenzione spirituale operata da Cristo.Nel Cinquecento l’Eneide ispirò i poemi cavallereschi: Ariosto si ricordò di Eurialo e Niso per l’episodio di Cloridano e Medoro dell’Orlando furioso e Tasso, che con la Gerusalemme liberata voleva creare il poema epico cristiano, assunse come modello il poema virgiliano.

Proprio nel Cinquecento viene prodotta la “famosa” traduzione in italiano di Annibal Caro che simboleggia e testimonia attraverso la sua duratura attenzione nei secoli, tra illustri uomini di cultura come tra anonimi scrittori o innumerevoli studenti, praticamente fino ad oggi, il costante valore storico ed artistico dell’opera di Virgilio.


Peter Gabriel – David Bowie – Heroes


La donna e lo SPIRITO DI SACRIFICIO

Il sacrificio costituisce l’altra dimensione attraverso la quale la donna si è espressa per secoli…Il sacrificio è una delle grandi costanti nella vita di una donna…La storia di Alcesti è una delle più commoventi che la mitologia abbia tramandato. Euripide ci descrive Alcesti, sposa di Admeto, come una donna felice e realizzata e offre della loro unione coniugale un’immagine idilliaca e serena. Il loro è un matrimonio felice, rallegrato dalla presenza di figlioli affettuosi,un matrimonio così perfetto da sfiorare i limiti dell’idealità. …Ma come sempre accade quando le cose sembrano andare per il meglio e l’amore ci rende felici e appagati, interviene “l’invidia degli dei”, un sentimento di ostilità che, ampliando il nostro discorso, la gente prova verso chi le appare più fortunato.

Quando brevi e intensi momenti di gioia riempiono la nostra vita, dovremmo cercare di serbare dentro di noi la nostra felicità, senza farne sfoggio in giro e cercando di goderne fin quando sarà possibile. La ruota della vita gira sempre e non vi è condizione – sia essa di felicità o disperazione – che possa durare in eterno. Così fu anche per Alcesti e Admeto perché la loro unione fu turbata da un evento imprevisto e sfortunato.

Admeto era un uomo saggio e generoso, ma un infausto giorno, forse a causa della spietata ripicca di una dea, venne colpito da un male incurabile e così…fu destinato a una morte certa. In quello stesso momento tutto cambiò, e quella che sino a pochi istanti prima sembrava essere una vita felice, destinata a rimanere tale per sempre, si trasformò in una tragedia senza eguali.

Alcesti è disperata…ad alleviare tanto dolore provvederà la sentenza di un oracolo che stabilirà che Admeto sarà salvo nel momento in cui un membro della sua famiglia accetterà di morire al suo posto.

La morte incute sempre molta paura e pensare di trovare qualcuno disposto a perdere la propria vita per salvare quella di qualcun altro, costituisce davvero un’idea ai limiti dell’utopia. La trama di questa tragedia offre lo spunto per riflettere su un aspetto importante, per cui potremmo dire che nel momento in cui ci troviamo immersi nelle difficoltà, in quelle vere, noi siamo soli. Persone che un attimo prima sembravano esserci amiche, all’improvviso ci voltano le spalle. Questo accade perché la difficoltà dell’altro viene vissuta come una “contaminazione”, come il pericolo di infettarsi. Ecco allora che se ci capita una disgrazia, la gente arriva addirittura a toglierci il saluto, a evitarci perché ci percepisce come una minaccia. Si rimane così soli con la propria coscienza a doversi confrontare con la difficoltà che sta dilaniando la nostra vita.

È a questo punto della storia che emerge la commovente nobiltà d’animo di Alcesti: mentre gli anziani genitori di Admeto si rifiutano spaventati di sacrificare la propria vita per la salvezza di quella del loro figliolo, Al cesti non esita ad accettare la morte per amore del proprio marito… Così confortata anche dal pensiero di lasciare i propri figli nelle mani di un buon padre, Alcesti muore…Admeto così si riprese dalla sua agonia ma quando aprì gli occhi, il pover’uomo si rese conto di essere solo e che la sua adorata non era più al suo fianco…il destino però si sarebbe presto rivelato più clemente nei confronti di questa coppia sfortunata. Gli dei, infatti, impietositi da tanta disperazione e colpiti dalla nobiltà del gesto della donna, vollero concedere ad Alcesti e Admeto una nuova opportunità… Intervenne Eracle, il quale precipitatosi negli Inferi, riuscì a recuperare l’anima di Alcesti la quale fece ritorno più bella e giovane che mai e potè riabbracciare i figli e il marito.

Alcesti rappresenta la manifestazione più generosa di “amore coniugale”, di un legame di due esseri umani così forte, da poter sfidare il destino, sconfiggere la malattia, e addirittura, conquistare la benevolenza degli dei…

Sarebbe quindi importante domandarsi cosa rappresenti…il sacrificio di Alcesti, la sua discesa agli Inferi, nonché quella che potremmo considerare un’autentica resurrezione…

Il binomio sacrificio-donna è purtroppo entrato a far parte del linguaggio e del pensare comuni. In particolare, sembra diffusa l’opinione secondo la quale, nell’ambito del matrimonio, la donna debba sacrificare se stessa, per il bene dei figli e quello del marito. Il suo bene, i suoi più autentici bisogni, sembrano dunque posti in secondo piano…

Non dovremmo però commettere l’errore di pensare che ciò sia del tutto normale o comprensibile. Il sacrificio è sempre un gesto alimentato da grande generosità, ma il sacrificio della propria vita travalica i confini dell’altruismo e chiama in causa ragioni ben più profonde. Dobbiamo considerare davvero la morte di Alcesti una “morte per amore”? È possibile scorgere qualcos’altro al di là de suo sacrificio?

È possibile che Alcesti sia stata mossa da ragioni ben più profonde…potrebbe essere utile considerare il valore del legame che univa Alcesti e Admeto…

Alla base del sacrificio c’è il problema dell’altruismo, occorre però fare molta attenzione.. il sacrificio infatti spesso si basa su una forma di disistima di sé. Una donna che decida di sacrificare tutta se stessa per i figli, per il loro bene, pur non sapendolo li danneggia, nel senso che trasmette loro dei messaggi negativi, che di certo non li aiuteranno a costruirsi un buon concetto di loro stessi… Ma le cose possono cambiare, a patto di crederci veramente.


Lully – Ballet de la nuit; Le Roi représentant le soleil levant


Nabokov / Warhol

“Le somiglianze sono le sfumature delle differenze”
(Vladimir Nabokov, Fuoco pallido)


Joy Division – A means to an end


Dicono di noi… La Bottega Scriptamanent

 


Dante e i viaggi extra-terrestri in differenti tradizioni

Uno dei problemi che ha sempre interessato e in qualche misura preoccupato i commentatori di Dante è quello delle fonti cui collegare la sua concezione del viaggio extra-terrestre, dalla discesa fin nel cuore della terra alla conquista suprema della visione beatifica di Dio nell’Empireo, attraverso la faticosa scalata del monte Purgatorio.

Il viaggio che Dante, con chiaro riferimento alla simbologia cristiana, fa iniziare il Lunedì Santo del 1300 – anno di Giubileo – per concluderlo la Domenica di Pasqua con l’apoteosi della luce e della resurrezione dello spirito, è un chiaro esempio dell’”Itinerarium mentis in Deum”, tanto caro alla mistica medievale.

Simbologia e allegoria sono dunque le componenti fondamentali di un poema che traduce in termini “cristiani” il significato iniziatico della “Grande Opera” ermetica, e che racchiude tali tesori di esoterismo, di sapere enciclopedico e di dottrina – nel significato più vasto e profondo del termine – da rendere quasi inaccettabile l’idea che esso sia frutto del genio di un solo uomo, un “Fedele d’Amore” vissuto per soli 56 anni in uno dei momenti più critici e drammatici della storia d’Italia.

Dante conobbe bene, com’è naturale, la letteratura “visionaria” del Medioevo. Opere di carattere moralistico-didattico-edificatorio che parlavano di viaggi extra-terrestri compiuti per lo più in sogno – quali il “De consolatione philosophiae” di Boezio, il “Roman de la Rose” assai famoso nel XIII secolo, il “Tesoretto” di Brunetto Latini o il “Libro delle tre scritture” di Bonvesin de la Riva – costituivano senz’altro per lui dei modelli letterari vicini e immediati, dei quali in qualche caso egli non mancò di riconoscere l’importanza: mi riferisco soprattutto a Brunetto Latini, per la cui sapienza e umanità Dante nutrì una profonda ammirazione. Ma la ricerca più autentica delle fonti di ispirazione del suo “sacrato poema” va riferita a modelli sapienzali più antichi, già consacrati da una tradizione esoterica di indubbia validità.

Vediamone alcuni.

E’ fuor dubbio che, se Dante sceglie Virgilio come guida delle prime due parti del suo viaggio, ciò è dovuto non soltanto ad un omaggio che la nuova letteratura volgare rende alla latinità classica, né solo all’ammirazione incondizionata che Dante nutrì per il grande poeta latino, “figura impleta” del saggio antico, ma anche (e direi soprattutto) al ricordo vivo del sesto canto dell’Eneide virgiliana, dedicato al viaggio di Enea nell’Oltretomba, dove l’eroe troiano apprenderà dall’ombra del padre Anchise la missione assegnatagli dal Fato, quella di fondare l’impero di Roma.

La discesa di Enea agli Inferi, lungi dall’esaurirsi in una semplice finzione poetica, appare quindi a Dante nel suo più autentico significato iniziatico, in virtù del quale l’interpretazione medievale di Virgilio come “mago” si rivela come la deformazione popolare ed exoterica di una verità ben più profonda.

Virgilio aveva avuto a sua volta, nella tradizione dei viaggi extraterrestri, dei predecessori illustri nei Greci: basti ricordare a tal proposito la discesa del cantore

tracio Orfeo agli Inferi, alla ricerca del più autentico se stesso, e il viaggio nel favoloso paese dei Cimmeri compiuto da Ulisse secondo il racconto omerico.

Proprio ad Ulisse ed al suo “folle volo” oltre le Colonne d’Ercole, Dante attribuirà, nel XXVI canto dell’Inferno, la valenza simbolica di “eroe della conoscenza”, di una conoscenza che travalica i limiti imposti all’uomo, impregnata com’è di una dimensione metafisica, iniziatica, e perciò stesso non sacrilega.

Tutti questi racconti leggendari non sono, di fatto, che la traduzione in termini poetici di una stessa realtà esoterica: così il ramo d’oro che Enea, guidato alla Sibilla, raccoglie nella foresta (quella stessa “selva selvaggia” in cui Dante colloca l’inizio del suo Poema), è il ramo che portavano gli iniziati ai misteri di Eleusi, e che ricorda da vicino l’acacia della nostra Massoneria, pegno di purezza, di resurrezione e di immortalità, simbolo del legame tra il visibile e l’invisibile.

Il Cristianesimo stesso ci presenta a sua volta un simbolismo del medesimo genere, aprendo la Settimana Santa con la “Domenica in Palmis”, laddove alla palma viene automaticamente assegnata l’identica funzione del ramo suddetto.

Morte e resurrezione non sono dunque che due fasi inverse e complementari, presupposto l’una dell’altra; presenti in tutte le grandi dottrine sapienziali dell’antichità e facilmente rintracciabili, pur sotto diverse forme, esse sono racchiuse, dalla tradizione ermetica, nel compimento della “Grande Opera”.

Al di là, tuttavia, delle fonti di ispirazione strettamente occidentali, quali sono quelle legate alla cultura greco-latina, Dante mostra di aver letto con attenzione anche la letteratura iniziatica del mondo arabo il quale, come già accennato nella precedente tavola, svolgeva nel medioevo un’importante funzione di veicolo culturale nei confronti dell’Occidente.

Il religioso spagnolo Dom Miguel Asin Palacios ha condotto in proposito uno studio attento ed approfondito, che è sfociato, nel 1919, in un’opera dal titolo “La Escatologia musulmana en la Divina Comedia”. In essa l’autore riscontra, tra il poema dantesco e il “Libro del viaggio notturno di Maometto”, di Mohyiddin ibn Arabi, anteriore alla “Commedia” di circa 80 anni, delle similitudini davvero sorprendenti, che farebbero pensare alla letteratura araba come ad una delle fonti principali dell’ispirazione di Dante. Ne citerò qualcuna tra le più significative.

Nel “viaggio di Maometto” un lupo e un leone sbarrano la via al pellegrino, come la lonza, il leone e la lupa, simboli di chiara valenza allegorica, costringono Dante ad indietreggiare nella “selva oscura”.

Virgilio è inviato a Dante dall’intervento celeste, così come Gabriele a Maometto: ed ecco i due “viatores” avviarsi ad un identico cammino di progressiva ascesa, accomunati dalla stessa esigenza di purificazione: cosa davvero inaspettata se pensiamo che Dante, ottemperando agli “obblighi” impostigli dalla propria confessione religiosa, colloca Maometto ed il genero di lui Alì nella nona bolgia dell’Inferno destinata ai seminatori di discordia, raffigurando entrambi i personaggi come orrendamente mutilati nel corpo.

Proseguendo poi nell’esame delle affinità fra i due testi, notiamo come l’Inferno sia caratterizzato in entrambi da tumulto, violenza, confusione e fiamme minacciose; l’architettura dell’Inferno dantesco appare poi addirittura ricalcata su quella dell’Inferno musulmano: un gigantesco imbuto formato da una serie di piani, di gradi o di scale, che gradualmente scendono fino al fondo della terra. Ognuno di essi

racchiude una categoria di peccatori, la cui colpevolezza e la pena relativa si aggravano a mano a mano che si procede verso il basso.

I due “Inferni”, cristiano e musulmano, sono poi entrambi collocati sotto la città di Gerusalemme. Ed ancora: per purificarsi all’uscita dall’Inferno dante si sottopone ad una triplice abluzione, la stessa che purifica le anime nella leggenda musulmana: prima di varcare il Cielo, esse vengono infatti immerse nei tre fiumi che fertilizzano il giardino di Abramo.

L’architettura delle sfere celesti attraverso cui si compie l’ascensione è anch’essa identica nei due testi; nei nove cieli sono disposte, secondo i meriti rispettivi, le anime beate che, alla fine, si riuniscono tutte nell’ultima sfera o Empireo.

Come Beatrice cede alla fine il posto a San Bernardo, che guiderà Dante nelle ultime tappe del suo viaggio per condurlo al cospetto della Vergine e di Dio, così Gabriele abbandona Maometto presso il trono di Dio, dove il viaggiatore, ormai purificato, sarà attirato e guidato da una ghirlanda luminosa.

Anche l’apoteosi delle due ascensioni è la stessa: i due “viatores”, elevati fino alla presenza di Dio, ci descrivono l’Eterno come una fonte di luce immensa, circondata da nove cerchi concentrici che girano tutti e sempre, senza tregua, intorno al centro divino.

Dunque i piani infernali, i cieli, i cerchi della “mistica rosa”, le gerarchie angeliche, i tre cerchi luminosi simboleggianti la trinità, sono assolutamente analoghi nei due testi, né è possibile pensare a coincidenze accidentali: sembra chiaro, pertanto, che Dante si sia ispirato agli scritti di Mohyiddin, che, nell’esoterismo islamico, è noto come “El Sheikh el-akbar”, vale a dire come il più grande dei Maestri spirituali, il Maestro per eccellenza, dalla cui dottrina puramente metafisica procedono direttamente parecchi dei principali Ordini iniziatici dell’Islam.

Questi ultimi erano, nel XIII e XIV secolo, in stretta relazione con gli Ordini della Cavalleria, ed è questa, probabilmente, la via attraverso cui si è attuata la trasmissione dei testi di Mohyiddin e quindi la conoscenza di essi da parte di Dante.

D’altra parte, se tale conoscenza fosse avvenuta per vie “profane”, per quale ragione il nostro Poeta non avrebbe mai nominato il grande iniziato arabo, come nomina i filosofi exoterici dell’Islam Avicenna e Averroè?

Una parte della critica più moderna, il cui massimo esponente è Angelo De Gubernatis, pensa poi che nello studio delle fonti della “Divina Commedia”, occorra risalire ancora più lontano, fino all’India, dove si trova, sia nel Brahmanesimo che nel Buddhismo, una moltitudine di descrizioni simboliche dei diversi stati di esistenza sotto forma di un insieme gerarchicamente organizzato di Cieli e di Inferi.

In conclusione, al di là delle conoscenze esoteriche di Dante, che sono comunque di enorme portata e che meriterebbero un esame molto più approfondito, le similitudini che abbiamo messo in evidenza dimostrano ancora una volta come la “dottrina” contenuta in tutte le tradizioni sia, di fatto, unica e costituisca l’espressione delle medesime verità, quelle verità che sono al tempo stesso il presupposto e il fine di ogni ricerca esoterica.


Jefferson Airplane -White Rabbit: una delle atmosfere di Coeva

Una pillola ti rende più largo
Un’altra pillola ti rende più stretto
E un’altra che ti da tua madre
Non fa niente di niente
Vai e chiedi ad Alice
Di quando si sente alta dieci piedi

E se vai a rincorrere conigli
E sai che stai per perdere
Raccontagli del camion di pipe ad acqua
Che ti ha chiamato
Chiedi ad Alice
Di quando era solo piccola

Quando l’uomo sulla scacchiera
Si alza e ti dice dove devi andare
E hai appena mangiato alcune specie di funghi
E la tua mente lavora piano
Vai e chiedi ad Alice
Penso che lei lo sappia

Quando logica ed equilibrio
Sono cadute in una morte leggera
Il guerriero bianco parla al contrario
E la regina rossa é uscita di testa
Ricorda quello che ha detto il topolino:
nutri la tua mente
nutri la tua mente!


TheCoevas on Events Tour 2011: Martedi’ 14 Giugno 2011 ore 18,00


LA CASA DEI DOGANIERI di E.Montale


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