by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

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William Turner


Velvet Underground – Sunday morning


TheCoevas on Events Tour 2011, Mercoledì 13 Luglio presso “Mondo Fitness”, h 18,30


Publio Virgilio Marone

“O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume.”
(Dante, Inferno, Canto I, 81-83)

Virgilio prima di scrivere la sua opera più famosa, l’Eneide,  ebbe modo di affermarsi attraverso opere precedenti, che non sono ispirate direttamente ai luoghi dell’Agro Romano, come invece è per l’Eneide.

Tuttavia, le Bucoliche e le Georgiche opere d’ispirazione agreste, per alcuni critici, soprattutto la seconda opera, di valore artistico pari se non superiore all’Eneide,  sono un possibile naturale complemento di un Parco Letterario che nasce in un territorio storicamente definito dalle caratteristiche naturali dell’Agro o Campagna romana, appunto! Questa dimensione naturale, agricola del territorio pur nelle sue trasformazioni profonde che ha subito nel ‘900 potrà essere certamente fonte d’ispirazione per diverse attività del Parco Letterario® Virgilio.

L’Eneide resta l’opera più famosa di Virgilio, è certamente, con i suoi riferimenti diretti al territorio del Parco Letterario® a Pomezia, il principale punto di riferimento, la guida letteraria per il progetto e di questa ne segue un breve approfondimento.

L’Eneide, definita il poema nazionale del popolo romano, fu scritta da Virgilio nel clima esaltante dei primordi dell’impero su pressante invito di Augusto. Il predominante tema eroico si risolve in un’affermazione dei più nobili valori dell’umanità, ripensati in un momento di sicura fiducia, ma con lucida consapevolezza dei drammi e dei lutti che portato a tanta altezza. Pertanto l’Eneide, scritta come epopea nazionale di Roma, poté, al tempo stesso, essere letta come il poema dell’umanità nella sua ascesa faticosa più alti destini.
Alla materia dell’opera, attinta da diverse fonti ed elaborata con una lucida fantasia che cerca un sostegno nella documentazione scrupolosa, Virgilio dà una forma originale, ma personalissima, che è frutto di una raffinata tecnica stilistica e di una tormentosa ricerca della dizione esatta e convincentemente espressiva. Il mondo del poeta, in cui si riflettono le sofferenze, le fatiche, le illusioni e le passioni dell’umana vicenda, prende in esso concretezza, ordine e splendore.

Nel secolo II I’Eneide rimase il poema della maggiore e inappellabile autorità in fatto grammaticale e linguistico. I secoli III, IV e V ne segnano la più grande fortuna in senso retorico e formale, poiché anche quando la vita letteraria si limitò alla pura esercitazione stilistica. Virgilio fece testo, trasmettendo attraverso l’imitazione esteriore qualche germe lirico e qualche risonanza del suo più sostanziale contenuto; e sebbene il suo primo trionfo sia celebrato dal gusto della più decadente latinità, tuttavia quest’attività scolastica ha avuto il merito di stabilire in modo definitivo, la coscienza del genio virgiliano. Ne furono apologisti ed esegeti Elio Donato, Servio Donato, Microbio, Fulgenzio, che ne accompagnarono la lettura per tutto il Medioevo, fino al Rinascimento, quando i testi virgiliani cominciarono ad essere sottoposti al rigore della critica.
Fra il V e VI secolo, su ispirazione di Fulgenzio, l’Eneide subisce una interpretazione allegorica e morale, che trasporta il poema in un piano astratto e universalistico, agevolando così la penetrazione di Virgilio negli ambienti ecclesiastici e ortodossi. L’Opera è intesa come una complessa metafora della vita umana: del resto anche in Dante ci sono residui di questa valutazione, e lo stesso Tetrarca, che insisteva sui valori poetici del poema, non ne escludeva ì sensi anagogici ed eterocliti.

“L’incontro di Dante con Virgilio, all’uscita dalla “selva oscura” così come la sua elezione a guida nel viaggio attraverso l’Inferno e lungo le sette cornici del Purgatorio “non ha soltanto un significato simbolico, nel contesto religioso e morale del poema, ma anche un preciso avvertimento letterario, preceduto ed accompagnato dal ripudio di un altro poeta, Ovidio, e della poesia d’amore, in un più ampio ed ambizioso progetto di rinascenza culturale” (G. Petrocchi, Il I canto dell’Inferno, in Nuove Letture dantesche, 1966)

“Tu se’ … ‘l mio autore” (Inf. I, 85) dice Dante. Virgilio è l'”auctor”, il modello sicuro, la memoria, insieme personale e storica, colui che testimonia e conferma a Dante, con l’Eneide, la natura provvidenziale ed universale dell’Impero Romano, che prepara ed accompagna la redenzione spirituale operata da Cristo.Nel Cinquecento l’Eneide ispirò i poemi cavallereschi: Ariosto si ricordò di Eurialo e Niso per l’episodio di Cloridano e Medoro dell’Orlando furioso e Tasso, che con la Gerusalemme liberata voleva creare il poema epico cristiano, assunse come modello il poema virgiliano.

Proprio nel Cinquecento viene prodotta la “famosa” traduzione in italiano di Annibal Caro che simboleggia e testimonia attraverso la sua duratura attenzione nei secoli, tra illustri uomini di cultura come tra anonimi scrittori o innumerevoli studenti, praticamente fino ad oggi, il costante valore storico ed artistico dell’opera di Virgilio.


Peter Gabriel – David Bowie – Heroes


La donna e lo SPIRITO DI SACRIFICIO

Il sacrificio costituisce l’altra dimensione attraverso la quale la donna si è espressa per secoli…Il sacrificio è una delle grandi costanti nella vita di una donna…La storia di Alcesti è una delle più commoventi che la mitologia abbia tramandato. Euripide ci descrive Alcesti, sposa di Admeto, come una donna felice e realizzata e offre della loro unione coniugale un’immagine idilliaca e serena. Il loro è un matrimonio felice, rallegrato dalla presenza di figlioli affettuosi,un matrimonio così perfetto da sfiorare i limiti dell’idealità. …Ma come sempre accade quando le cose sembrano andare per il meglio e l’amore ci rende felici e appagati, interviene “l’invidia degli dei”, un sentimento di ostilità che, ampliando il nostro discorso, la gente prova verso chi le appare più fortunato.

Quando brevi e intensi momenti di gioia riempiono la nostra vita, dovremmo cercare di serbare dentro di noi la nostra felicità, senza farne sfoggio in giro e cercando di goderne fin quando sarà possibile. La ruota della vita gira sempre e non vi è condizione – sia essa di felicità o disperazione – che possa durare in eterno. Così fu anche per Alcesti e Admeto perché la loro unione fu turbata da un evento imprevisto e sfortunato.

Admeto era un uomo saggio e generoso, ma un infausto giorno, forse a causa della spietata ripicca di una dea, venne colpito da un male incurabile e così…fu destinato a una morte certa. In quello stesso momento tutto cambiò, e quella che sino a pochi istanti prima sembrava essere una vita felice, destinata a rimanere tale per sempre, si trasformò in una tragedia senza eguali.

Alcesti è disperata…ad alleviare tanto dolore provvederà la sentenza di un oracolo che stabilirà che Admeto sarà salvo nel momento in cui un membro della sua famiglia accetterà di morire al suo posto.

La morte incute sempre molta paura e pensare di trovare qualcuno disposto a perdere la propria vita per salvare quella di qualcun altro, costituisce davvero un’idea ai limiti dell’utopia. La trama di questa tragedia offre lo spunto per riflettere su un aspetto importante, per cui potremmo dire che nel momento in cui ci troviamo immersi nelle difficoltà, in quelle vere, noi siamo soli. Persone che un attimo prima sembravano esserci amiche, all’improvviso ci voltano le spalle. Questo accade perché la difficoltà dell’altro viene vissuta come una “contaminazione”, come il pericolo di infettarsi. Ecco allora che se ci capita una disgrazia, la gente arriva addirittura a toglierci il saluto, a evitarci perché ci percepisce come una minaccia. Si rimane così soli con la propria coscienza a doversi confrontare con la difficoltà che sta dilaniando la nostra vita.

È a questo punto della storia che emerge la commovente nobiltà d’animo di Alcesti: mentre gli anziani genitori di Admeto si rifiutano spaventati di sacrificare la propria vita per la salvezza di quella del loro figliolo, Al cesti non esita ad accettare la morte per amore del proprio marito… Così confortata anche dal pensiero di lasciare i propri figli nelle mani di un buon padre, Alcesti muore…Admeto così si riprese dalla sua agonia ma quando aprì gli occhi, il pover’uomo si rese conto di essere solo e che la sua adorata non era più al suo fianco…il destino però si sarebbe presto rivelato più clemente nei confronti di questa coppia sfortunata. Gli dei, infatti, impietositi da tanta disperazione e colpiti dalla nobiltà del gesto della donna, vollero concedere ad Alcesti e Admeto una nuova opportunità… Intervenne Eracle, il quale precipitatosi negli Inferi, riuscì a recuperare l’anima di Alcesti la quale fece ritorno più bella e giovane che mai e potè riabbracciare i figli e il marito.

Alcesti rappresenta la manifestazione più generosa di “amore coniugale”, di un legame di due esseri umani così forte, da poter sfidare il destino, sconfiggere la malattia, e addirittura, conquistare la benevolenza degli dei…

Sarebbe quindi importante domandarsi cosa rappresenti…il sacrificio di Alcesti, la sua discesa agli Inferi, nonché quella che potremmo considerare un’autentica resurrezione…

Il binomio sacrificio-donna è purtroppo entrato a far parte del linguaggio e del pensare comuni. In particolare, sembra diffusa l’opinione secondo la quale, nell’ambito del matrimonio, la donna debba sacrificare se stessa, per il bene dei figli e quello del marito. Il suo bene, i suoi più autentici bisogni, sembrano dunque posti in secondo piano…

Non dovremmo però commettere l’errore di pensare che ciò sia del tutto normale o comprensibile. Il sacrificio è sempre un gesto alimentato da grande generosità, ma il sacrificio della propria vita travalica i confini dell’altruismo e chiama in causa ragioni ben più profonde. Dobbiamo considerare davvero la morte di Alcesti una “morte per amore”? È possibile scorgere qualcos’altro al di là de suo sacrificio?

È possibile che Alcesti sia stata mossa da ragioni ben più profonde…potrebbe essere utile considerare il valore del legame che univa Alcesti e Admeto…

Alla base del sacrificio c’è il problema dell’altruismo, occorre però fare molta attenzione.. il sacrificio infatti spesso si basa su una forma di disistima di sé. Una donna che decida di sacrificare tutta se stessa per i figli, per il loro bene, pur non sapendolo li danneggia, nel senso che trasmette loro dei messaggi negativi, che di certo non li aiuteranno a costruirsi un buon concetto di loro stessi… Ma le cose possono cambiare, a patto di crederci veramente.


Lully – Ballet de la nuit; Le Roi représentant le soleil levant


Nabokov / Warhol

“Le somiglianze sono le sfumature delle differenze”
(Vladimir Nabokov, Fuoco pallido)


Joy Division – A means to an end


Dicono di noi… La Bottega Scriptamanent

 


Dante e i viaggi extra-terrestri in differenti tradizioni

Uno dei problemi che ha sempre interessato e in qualche misura preoccupato i commentatori di Dante è quello delle fonti cui collegare la sua concezione del viaggio extra-terrestre, dalla discesa fin nel cuore della terra alla conquista suprema della visione beatifica di Dio nell’Empireo, attraverso la faticosa scalata del monte Purgatorio.

Il viaggio che Dante, con chiaro riferimento alla simbologia cristiana, fa iniziare il Lunedì Santo del 1300 – anno di Giubileo – per concluderlo la Domenica di Pasqua con l’apoteosi della luce e della resurrezione dello spirito, è un chiaro esempio dell’”Itinerarium mentis in Deum”, tanto caro alla mistica medievale.

Simbologia e allegoria sono dunque le componenti fondamentali di un poema che traduce in termini “cristiani” il significato iniziatico della “Grande Opera” ermetica, e che racchiude tali tesori di esoterismo, di sapere enciclopedico e di dottrina – nel significato più vasto e profondo del termine – da rendere quasi inaccettabile l’idea che esso sia frutto del genio di un solo uomo, un “Fedele d’Amore” vissuto per soli 56 anni in uno dei momenti più critici e drammatici della storia d’Italia.

Dante conobbe bene, com’è naturale, la letteratura “visionaria” del Medioevo. Opere di carattere moralistico-didattico-edificatorio che parlavano di viaggi extra-terrestri compiuti per lo più in sogno – quali il “De consolatione philosophiae” di Boezio, il “Roman de la Rose” assai famoso nel XIII secolo, il “Tesoretto” di Brunetto Latini o il “Libro delle tre scritture” di Bonvesin de la Riva – costituivano senz’altro per lui dei modelli letterari vicini e immediati, dei quali in qualche caso egli non mancò di riconoscere l’importanza: mi riferisco soprattutto a Brunetto Latini, per la cui sapienza e umanità Dante nutrì una profonda ammirazione. Ma la ricerca più autentica delle fonti di ispirazione del suo “sacrato poema” va riferita a modelli sapienzali più antichi, già consacrati da una tradizione esoterica di indubbia validità.

Vediamone alcuni.

E’ fuor dubbio che, se Dante sceglie Virgilio come guida delle prime due parti del suo viaggio, ciò è dovuto non soltanto ad un omaggio che la nuova letteratura volgare rende alla latinità classica, né solo all’ammirazione incondizionata che Dante nutrì per il grande poeta latino, “figura impleta” del saggio antico, ma anche (e direi soprattutto) al ricordo vivo del sesto canto dell’Eneide virgiliana, dedicato al viaggio di Enea nell’Oltretomba, dove l’eroe troiano apprenderà dall’ombra del padre Anchise la missione assegnatagli dal Fato, quella di fondare l’impero di Roma.

La discesa di Enea agli Inferi, lungi dall’esaurirsi in una semplice finzione poetica, appare quindi a Dante nel suo più autentico significato iniziatico, in virtù del quale l’interpretazione medievale di Virgilio come “mago” si rivela come la deformazione popolare ed exoterica di una verità ben più profonda.

Virgilio aveva avuto a sua volta, nella tradizione dei viaggi extraterrestri, dei predecessori illustri nei Greci: basti ricordare a tal proposito la discesa del cantore

tracio Orfeo agli Inferi, alla ricerca del più autentico se stesso, e il viaggio nel favoloso paese dei Cimmeri compiuto da Ulisse secondo il racconto omerico.

Proprio ad Ulisse ed al suo “folle volo” oltre le Colonne d’Ercole, Dante attribuirà, nel XXVI canto dell’Inferno, la valenza simbolica di “eroe della conoscenza”, di una conoscenza che travalica i limiti imposti all’uomo, impregnata com’è di una dimensione metafisica, iniziatica, e perciò stesso non sacrilega.

Tutti questi racconti leggendari non sono, di fatto, che la traduzione in termini poetici di una stessa realtà esoterica: così il ramo d’oro che Enea, guidato alla Sibilla, raccoglie nella foresta (quella stessa “selva selvaggia” in cui Dante colloca l’inizio del suo Poema), è il ramo che portavano gli iniziati ai misteri di Eleusi, e che ricorda da vicino l’acacia della nostra Massoneria, pegno di purezza, di resurrezione e di immortalità, simbolo del legame tra il visibile e l’invisibile.

Il Cristianesimo stesso ci presenta a sua volta un simbolismo del medesimo genere, aprendo la Settimana Santa con la “Domenica in Palmis”, laddove alla palma viene automaticamente assegnata l’identica funzione del ramo suddetto.

Morte e resurrezione non sono dunque che due fasi inverse e complementari, presupposto l’una dell’altra; presenti in tutte le grandi dottrine sapienziali dell’antichità e facilmente rintracciabili, pur sotto diverse forme, esse sono racchiuse, dalla tradizione ermetica, nel compimento della “Grande Opera”.

Al di là, tuttavia, delle fonti di ispirazione strettamente occidentali, quali sono quelle legate alla cultura greco-latina, Dante mostra di aver letto con attenzione anche la letteratura iniziatica del mondo arabo il quale, come già accennato nella precedente tavola, svolgeva nel medioevo un’importante funzione di veicolo culturale nei confronti dell’Occidente.

Il religioso spagnolo Dom Miguel Asin Palacios ha condotto in proposito uno studio attento ed approfondito, che è sfociato, nel 1919, in un’opera dal titolo “La Escatologia musulmana en la Divina Comedia”. In essa l’autore riscontra, tra il poema dantesco e il “Libro del viaggio notturno di Maometto”, di Mohyiddin ibn Arabi, anteriore alla “Commedia” di circa 80 anni, delle similitudini davvero sorprendenti, che farebbero pensare alla letteratura araba come ad una delle fonti principali dell’ispirazione di Dante. Ne citerò qualcuna tra le più significative.

Nel “viaggio di Maometto” un lupo e un leone sbarrano la via al pellegrino, come la lonza, il leone e la lupa, simboli di chiara valenza allegorica, costringono Dante ad indietreggiare nella “selva oscura”.

Virgilio è inviato a Dante dall’intervento celeste, così come Gabriele a Maometto: ed ecco i due “viatores” avviarsi ad un identico cammino di progressiva ascesa, accomunati dalla stessa esigenza di purificazione: cosa davvero inaspettata se pensiamo che Dante, ottemperando agli “obblighi” impostigli dalla propria confessione religiosa, colloca Maometto ed il genero di lui Alì nella nona bolgia dell’Inferno destinata ai seminatori di discordia, raffigurando entrambi i personaggi come orrendamente mutilati nel corpo.

Proseguendo poi nell’esame delle affinità fra i due testi, notiamo come l’Inferno sia caratterizzato in entrambi da tumulto, violenza, confusione e fiamme minacciose; l’architettura dell’Inferno dantesco appare poi addirittura ricalcata su quella dell’Inferno musulmano: un gigantesco imbuto formato da una serie di piani, di gradi o di scale, che gradualmente scendono fino al fondo della terra. Ognuno di essi

racchiude una categoria di peccatori, la cui colpevolezza e la pena relativa si aggravano a mano a mano che si procede verso il basso.

I due “Inferni”, cristiano e musulmano, sono poi entrambi collocati sotto la città di Gerusalemme. Ed ancora: per purificarsi all’uscita dall’Inferno dante si sottopone ad una triplice abluzione, la stessa che purifica le anime nella leggenda musulmana: prima di varcare il Cielo, esse vengono infatti immerse nei tre fiumi che fertilizzano il giardino di Abramo.

L’architettura delle sfere celesti attraverso cui si compie l’ascensione è anch’essa identica nei due testi; nei nove cieli sono disposte, secondo i meriti rispettivi, le anime beate che, alla fine, si riuniscono tutte nell’ultima sfera o Empireo.

Come Beatrice cede alla fine il posto a San Bernardo, che guiderà Dante nelle ultime tappe del suo viaggio per condurlo al cospetto della Vergine e di Dio, così Gabriele abbandona Maometto presso il trono di Dio, dove il viaggiatore, ormai purificato, sarà attirato e guidato da una ghirlanda luminosa.

Anche l’apoteosi delle due ascensioni è la stessa: i due “viatores”, elevati fino alla presenza di Dio, ci descrivono l’Eterno come una fonte di luce immensa, circondata da nove cerchi concentrici che girano tutti e sempre, senza tregua, intorno al centro divino.

Dunque i piani infernali, i cieli, i cerchi della “mistica rosa”, le gerarchie angeliche, i tre cerchi luminosi simboleggianti la trinità, sono assolutamente analoghi nei due testi, né è possibile pensare a coincidenze accidentali: sembra chiaro, pertanto, che Dante si sia ispirato agli scritti di Mohyiddin, che, nell’esoterismo islamico, è noto come “El Sheikh el-akbar”, vale a dire come il più grande dei Maestri spirituali, il Maestro per eccellenza, dalla cui dottrina puramente metafisica procedono direttamente parecchi dei principali Ordini iniziatici dell’Islam.

Questi ultimi erano, nel XIII e XIV secolo, in stretta relazione con gli Ordini della Cavalleria, ed è questa, probabilmente, la via attraverso cui si è attuata la trasmissione dei testi di Mohyiddin e quindi la conoscenza di essi da parte di Dante.

D’altra parte, se tale conoscenza fosse avvenuta per vie “profane”, per quale ragione il nostro Poeta non avrebbe mai nominato il grande iniziato arabo, come nomina i filosofi exoterici dell’Islam Avicenna e Averroè?

Una parte della critica più moderna, il cui massimo esponente è Angelo De Gubernatis, pensa poi che nello studio delle fonti della “Divina Commedia”, occorra risalire ancora più lontano, fino all’India, dove si trova, sia nel Brahmanesimo che nel Buddhismo, una moltitudine di descrizioni simboliche dei diversi stati di esistenza sotto forma di un insieme gerarchicamente organizzato di Cieli e di Inferi.

In conclusione, al di là delle conoscenze esoteriche di Dante, che sono comunque di enorme portata e che meriterebbero un esame molto più approfondito, le similitudini che abbiamo messo in evidenza dimostrano ancora una volta come la “dottrina” contenuta in tutte le tradizioni sia, di fatto, unica e costituisca l’espressione delle medesime verità, quelle verità che sono al tempo stesso il presupposto e il fine di ogni ricerca esoterica.


Jefferson Airplane -White Rabbit: una delle atmosfere di Coeva

Una pillola ti rende più largo
Un’altra pillola ti rende più stretto
E un’altra che ti da tua madre
Non fa niente di niente
Vai e chiedi ad Alice
Di quando si sente alta dieci piedi

E se vai a rincorrere conigli
E sai che stai per perdere
Raccontagli del camion di pipe ad acqua
Che ti ha chiamato
Chiedi ad Alice
Di quando era solo piccola

Quando l’uomo sulla scacchiera
Si alza e ti dice dove devi andare
E hai appena mangiato alcune specie di funghi
E la tua mente lavora piano
Vai e chiedi ad Alice
Penso che lei lo sappia

Quando logica ed equilibrio
Sono cadute in una morte leggera
Il guerriero bianco parla al contrario
E la regina rossa é uscita di testa
Ricorda quello che ha detto il topolino:
nutri la tua mente
nutri la tua mente!


TheCoevas on Events Tour 2011: Martedi’ 14 Giugno 2011 ore 18,00


LA CASA DEI DOGANIERI di E.Montale


AFRODISIACI BRUTALI: Caimani e Piranha

In piena Amazzonia, nel cuore dell’america del Sud, là dove ci si perde in una vegetazione venusiana, la scimmia è un piatto molto apprezzato. A seconda della stagione, la carne è dura o tenera, ma il sapore è sempre forte e dolciastro… La selva è un immenso labirinto caldo: ci sono liane che accumulano litri e ancora litri d’acqua da bere, cortecce curative per le febbri, foglie per il diabete, resine cicatrizzanti, latte d’albero che lenisce la tosse, lattice per incollare la punta delle frecce: insomma è la più grande riserva biogenetica del pianeta. Gli Indios rovesciano un veleno estratto dalle piante nell’acqua per assopire i pesci che vengono poi catturati quando emergono galleggiando in superficie; poi li mangiano senza correre nessun pericolo perché l’effetto del veleno svanisce quasi subito. A partire dal luogo in cui le acque del Rio Negro confluiscono in quelle del Salomoes, il fiume, ampio quanto il mare in Normandia, prende il nome di Rio delle Amazzoni, uno specchi scuro quando è calmo, spaventoso quando scoppiano i temporali. All’alba, quando il sole fa capolino, appaiono sempre pronti a giocare i delfini rosati, tra i pochi abitanti delle acque amazzoniche a non essere mangiati perché la loro carne è amara e la pelle inutile, ma che gli Indios uccidono ancora con gli arpioni per strappar loro gli occhi e i genitali che poi trasformeranno in amuleti per la virilità e la fertilità. In quel fiume…avevo visto un paio di turisti russi pescare una dozzina di piranha… I piranha sono saporiti e, stando a qualche palato brasiliano, anche afrodisiaci…In queste acque vivono più di trenta specie di mante, tutte molto pericolose, e vi dimora anche il leggendario anaconda, il più grande serpente d’acqua, un animale preistorico che raggiunge spesso i quindici metri di lunghezza… I caimani, altro boccone afrodisiaco della regione, vengono cacciati di notte. Sono uscita in canoa con una guida adolescente…avevamo con noi una potente torcia a pile che abbagliava i pipistrelli…l’indio puntava la torcia sulla vegetazione e, se vedeva un paio di occhietti rossi, si tuffava in acqua senza esitare. Si sentiva una zuffa e mezzo minuto dopo riappariva con un jacarè, il caimano amazzonico, preso a mani nude per il collo se era piccolo o con una corda al muso se più grande.

In un villaggio composto in realtà da un’unica famiglia di Indios saterè mauè, assaggiai per la prima volta il jacarè… Per  curiosità mi avvicinai al fuoco che ardeva sotto la tettoia comune e vidi un caimano lungo un metro e mezzo, diviso in quattro come un pollo, con unghie, denti, occhi e pelle che arrostiva tristemente. Dai ganci pendevano due piranha e un animale simile a un topo, ma poi gli vidi il pelo e capii che era un porcospino. Assaggiai tutto, ovviamente: il jacarè sapeva di baccalà secco e stracotto, ma non posso esprimere un giudizio sulla cucina indigena in base a quest’ultima e limitata esperienza.

(Isabel Allende) AFRODITA


Spalancare la vita al sogno. Marc Chagall

Marc Chagall nelle sue memorie conferma la sua attenzione verso l’ aspetto visionario e surreale della realtà, verso il sogno che irrompe nell’esperienza notturna..

“E’ buio. All’improvviso si spalanca il soffitto; un tuono, un lampo di luce ed ecco irrompere nella stanza un’impetuosa creatura alata, avvolta in volute di nuvole, un forte fremito di ali. Un angelo! Penso io. Ma non riesco ad aprire gli occhi: dall’alto sgorga una luce troppo forte. L’ospite alato vola per tutti gli angoli della stanza, si solleva nuovamente e vola via attraverso la fenditura del soffitto, portando con sé il fulmine e l’azzurro. E di nuovo torna il buio. Mi sveglio”.

Così scrive Marc Chagall nelle sue memorie, a confermare la sua attenzione verso l’ aspetto visionario e surreale della realtà, verso il sogno che irrompe nell’esperienza notturna, ma che irradia nella mente e nel ricordo e, da questo, nel “fare” artistico.

Chagall nasce in Russia nel 1887 da una famiglia ebrea, e a Pietroburgo compie gli studi artistici per poi trasferirsi nel 1910 a Parigi, entrando così a contatto con i più importanti movimenti culturali dell’epoca, dal fauvismo al cubismo, con personaggi come Apollinaire e Robert Delaunay e partecipando attivamente alla vita artistica.

Le opere di questo periodo sono solo sfiorate dai fermenti prevalenti, ma conservano la loro carica fantastica e fiabesca, intrisa della tradizione ebrea e russa che lo accompagnerà sempre. Rientrato in Russia Chagall subisce una momentanea attrazione verso il realismo pittorico, ed in seguito lo schematismo suprematista, anche se la sua indagine della realtà, espressa in questa sobrietà di forme e di linee, non è mai esente da contributi più simbolici e tradizionali.

Il ritorno all’estero coinciderà con l’abbandono definitivo di questo stile, e con l’utilizzo di linee sinuose e morbide, di colori vibranti, e con l’espressione di una fantasia fanciullesca attratta dalla grande tradizione circense, dalle favole di La Fontaine e da altri grandi temi ispiratori che gli permetteranno di esprimere tutta la sua vitalità pittorica. Vitalità e prolificità che, nonostante i terribili avvenimenti del Nazismo e della Guerra che lo costringeranno ad espatriare in America, e il grande dolore per la morte della moglie Bella, non saranno mai intaccate.

L’ultima parte della vita, ritiratosi in Provence, si dedicherà a grandi opere di carattere pubblico, ed alla sperimentazione con materiali nuovi come il vetro, la ceramica ecc…. continuando però ad infondere nella sua arte, attraverso il colore e la sinuosità della linea, la sua visione sognante di “innamorato” della vita. Qui morirà nel 1985 all’età di 98 anni.

La sua pittura è una sintesi perfetta di magia e mistero, di sogno e sentimento, di intensità e passione che talora assume i toni foschi dell’ incubo, per poi trascolorare in un lirismo delicato ed euforico a lasciare gli occhi e l’animo felici come un bel sogno del mattino.

Nella Fotogallery trovate una serie di opere pittoriche e di litografie che ho selezionate lasciandomi guidare dall’attrazione momentanea e dalla sensazioni di risonanza interiore. Molte non portano titolo nè data, ne’ collocazione. L’intento è di farvi partecipi dello stesso incanto, della stessa poesia e della stessa forza vitale che io avverto. Trovate opere molto ben ordinate e titolate nel sito Artinvest2000.


ZEITGEIST – Tutto il mondo è un palcosenico


2001 odissea nello spazio


De nova insula Utopia

Utopia è presentata da Thomas More strutturata sotto forma di resoconto di una lunga conversazione che ha avuto luogo ad Anversa fra l’autore, il suo ospite Pieter Gilles e Raffaele Itlodeo, personaggio di fantasia, presentato come un navigatore portoghese compagno di Amerigo Vespucci. L’opera è divisa in due libri: il primo contiene un’accesa polemica contro gli ordinamenti politici europei, soprattutto quelli inglesi. Viene contestato soprattutto il fatto di punire il furto con la morte, in quanto la pena appare sproporzionata rispetto alla gravità del delitto e per questo motivo ingiusta; è inoltre illegittima, perché contraria al precetto di non uccidere, assurda, perché incita il ladro a uccidere il derubato e infine inefficace in quanto non va a incidere sulle cause che conducono al furto. Nell’analisi di Itlodeo vagabondaggio, furto e omicidio sono diretta conseguenza delle enclosures, che hanno cacciato dalla loro terra i contadini riducendoli alla miseria; più in generale essi sono il frutto perverso della divisione fra ricchi e poveri, del divario sociale che contrappone lavoratori in miseria e ricchi oziosi. Itlodeo propone vari rimedi, di carattere “riformistico” che rappresentano però soluzioni provvisorie, come mitigare la pena e attuare riforme nella politica economica dello Stato, riducendo l’impiego di denaro nell’espansionismo bellico o prefissando per legge l’ammontare, che deve in ogni caso essere modesto, delle tasse. La soluzione del problema, tuttavia, deve essere radicale e consiste nell’ordinamento economico fondato sulla comunione dei beni, il solo che può assicurare un regime politico fondato sulla giustizia e sulla prosperità: è il vecchio insegnamento di Platone che, dice Itlodeo, ha trovato attuazione a Utopia, l’isola da lui scoperta nel corso dei suoi viaggi. Questo fatto, ovviamente, consente di superare le obiezioni all’ideale platonico avanzate già da Aristotele; e dunque, via dalla corrotta Europa (e soprattutto dall’Inghilterra) verso l’isola fortunata, che, con le sue strutture e i suoi ordinamenti, è la protagonista del secondo libro.

L’isola di Utopia comprende cinquantaquattro città molto simili tra loro, ciascuna delle quali è circondata da un territorio piuttosto esteso dove vivono, in case attrezzate di tutto punto per le attività agricole, famiglie di contadini formate da quaranta adulti e due schiavi. Ogni anno, venti di questi contadini rientrano in città e vengono rimpiazzati da altrettanti cittadini, cosicché ciascuno abbia la possibilità di imparare a coltivare i campi sotto la guida di persone già esperte. Tutta la produzione agricola confluisce in magazzini pubblici, in città; dalla città i contadini vengono riforniti di tutto ciò che serve loro. In città i mestieri che vengono svolti sono pochi, perché poche sono le esigenze degli abitanti, dato che la produzione economica deve soddisfare le necessità e non alimentare bisogni artificiali. Tutti devono svolgere un lavoro manuale, tranne i magistrati e quelli che, con una procedura piuttosto complessa, vengono destinati agli studi; tuttavia il lavoro non impegna più di sei ore al giorno, poiché proprio la generalizzazione dell’obbligo del lavoro consente la drastica riduzione dell’impegno orario di ciascuno e insieme la possibilità di disporre di beni in abbondanza. Questa struttura economica rende effettivamente praticabile il comunismo e attuabile lo scopo ultimo di questo tipo di società, e cioè che il maggior tempo possibile sia sottratto all’impegno materiale per essere dedicato alla libertà e alla cultura di tutti. Il comunismo è la chiave di volta dell’opera di More, perché consente di progettare una società veramente diversa e nuova rispetto a quelle della storia passata e presente; negli abitanti di Utopia, infatti, non può in nessun modo allignare il vizio della superbia, che come un «serpente infernale impedisce all’uomo di imboccare la strada che lo conduce ad una vita migliore». Essi sono rimasti in uno stato d’innocenza nativa e la società altro non è che l’organizzazione politica di una vita edenica. Gli Utopiani pertanto praticano un’etica moderatamente epicurea, incentrata sulla ricerca della felicità attraverso il soddisfacimento del piacere onesto e buono, verso cui li spinge la stessa virtù che, in quanto tale, consiste nel vivere secondo natura e seguendo la sua guida, come fa l’uomo che obbedisce alla ragione. Per conservare l’innocenza occorre però l’educazione, che dev’essere pervasiva e salda; e se qualcuno viola le regole, deve essere punito. Provvede a ciò, prima d’ogni altra organizzazione, la famiglia monogamica, basilare cellula sociale preposta alla riproduzione, alla produzione dei beni materiali, all’ordinato sviluppo dell’esistenza dei suoi membri. La donna si sposa a diciotto anni e l’uomo a ventidue, dopo aver conservato la castità; il matrimonio è destinato a durare per tutta la vita, attraverso la pratica della fedeltà coniugale, ma è previsto il divorzio in caso di adulterio o di incompatibilità di carattere. Il valore fondamentale, all’interno della famiglia, è quello dell’obbedienza: il capo è il maschio più anziano, al quale tutti obbediscono; i giovani vengono educati a proseguire il lavoro del padre e chi vuole scegliere un lavoro diverso può farlo, ma in questo caso viene “trapiantato, mediante adozione, in una famiglia che pratichi il lavoro che gli è più gradito”. More vuole, infatti, che il cittadino cresca nell’ordine non soltanto attraverso l’obbedienza, ma anche mediante l’uniforme ripetizione quotidiana dei gesti che tutti i membri della famiglia compiono. Questa capillare educazione alla disciplina continua nella Sifograntia, un insieme di trenta famiglia che vivono nella stessa strada e si radunano per consumare i pasti in comune; in queste riunioni i vecchi ammaestrano i giovani con discorsi, letture e discussioni. La formazione prosegue poi con l’istruzione, che è pubblica e generale, e con studi particolari secondo le propensioni di ciascuno. Religione e sacerdozio coronano la costruzione dell’edificio sociale di Utopia. More sottolinea più volte il carattere razionale della fede in Dio, nell’immortalità dell’anima, nel premio e castigo ultraterreni, enfatizza la tolleranza religiosa voluta dal fondatore Utopo e ormai accettata per consolidato costume; sottolinea la continuità esistente fra il credo religioso degli isolani e il cristianesimo fatto loro conoscere da Itlodeo; l’ateismo è trattato con grande diffidenza, come sintomo di una psiche malata, per cui l’ateo è un soggetto moralmente e politicamente inaffidabile. I sacerdoti sono pochissimi, di specchiata santità di vita, eletti con voto popolare segreto, sono eleggibili anche le donne, purché vedove di età avanzata. Essi hanno compiti di carattere religioso e morale, anche se non di carattere politico; ammoniscono e rimproverano, (la punizione delle colpe è affidata invece al capo supremo) e provvedono all’educazione dei giovani attraverso la pratica di retti costumi. Quella praticata ad Utopia è una religione civile, strettamente collegata alla morale e alla politica, che contribuisce in modo determinante al mantenimento e alla difesa delle istituzioni.

La parte più debole della costruzione ideologica di More è quella dedicata all’organizzazione politica vera e propria. C’è una magistratura di primo livello, la filarchia; chi la ricopre, cioè il filarco, viene eletto annualmente da ogni sifograntia e controlla l’esecuzione dei lavori del suo gruppo; i filarchi designano poi un magistrato supremo, eletto a vita, chiamato ademo, scegliendolo fra quattro candidati proposti dal popolo. A capo di dieci filarchi viene posto un protofilarco; i venti protofilarchi, insieme all’ademo, e ad altri due filarchi che si avvicendano ad ogni seduta, formano il Senato della città, che si riunisce ogni tre giorni e prende quasi tutte le decisioni; nei casi più gravi, si convoca l’assemblea popolare. Ogni città infine invia ogni anno nella capitale Amauroto tre rappresentanti per discutere le questioni che riguardano tutta l’isola. Le leggi non hanno il compito di dare ordini, ma piuttosto quello di ricordare ai cittadini i loro doveri, che essi già conoscono per averli assorbiti fin dall’infanzia mediante l’educazione. Proprio per questo, gli Utopiani non hanno bisogno di tante leggi: la normativa è sintetica e chiara, non suscettibile di interpretazioni diverse. Dietro la sommarietà delle indicazioni che fornisce, si intravvede la profonda diffidenza di More nei confronti del potere politico: in quanto luogo dove viene elaborato il comando, per forza di cose espone chi vi aspira e chi lo esercita al vizio della superbia e dell’ambizione, che dovrebbe essere del tutto estraneo all’abitante di Utopia.

 Considerando Utopia nel suo complesso ci troviamo di fronte alla descrizione della città ideale contenuta nel resoconto di un viaggio immaginario, scritta in un dottissimo latino, con abbondanza di neologismi costruiti per lo più con la combinazione di termini greci uniti fra di loro nel segno costante della negazione (Utopia, Anidro, Ademo). Il testo non è certo destinato ad un largo pubblico, ma solo ai pochi umanisti del tempo e testimonia anche la cauta presa di distanza dell’autore rispetto alla realizzabilità del suo progetto. More, all’epoca, era ben addentro ai meccanismi della vita politica dell’Inghilterra dei Tudor e, se ne denuncia i mali, è pur sempre testimone consapevole della sua forza: egli è dunque insieme utopista e realista, perché sente il dovere di prospettare, in nome della giustizia e della ragione, un mondo migliore e nello stesso tempo si rende lucidamente conto della cogenza storica e della attuale immutabilità delle situazioni politiche esistenti.


Artisti sottostimati 1 John Mellencamp – Human wheels


La profezia degli Inka

Gli Inka fissano 7 livelli per lo sviluppo psico-spirituale che giace latente nel nostro ‘seme Inka’. I primi tre sono una sorta di infanzia e adolescenza spirituale, in cui si entra in sintonia con la famiglia e l’ambiente naturale circostante. Al quarto livello (a cui si viene tradizionalmente iniziati in un’antica grotta del Perù) si compiono i primi passi per diventare un vero adulto il cui campo energetico è in grado di risuonare dell’intero campo dell’energia vivente, di Madre Terra e dei suoi abitanti. È il livello in cui ogni essere umano diventa tuo fratello o tua sorella perché si è figli della stessa madre, Pachamama  e dello stesso padre, Inti-Taita, Padre Sole. I successivi tre livelli delineano il dispiegarsi del completo potenziale dell’umanità, fino al settimo livello nel quale un umano può acquisire pienamente l’energia creativa, manifestare l’equivalente di dio sulla terra e risuonare del campo di energia dell’intero universo.

Prendi il nettare della Natura L’iniziato al quarto livello assume la responsabilità di diventare un partecipante attivo non solo nella creazione della sua stessa vita, ma anche nel rivelarsi della profezia Inka, che richiede, appunto, partecipazione attiva. La saggezza del quarto livello è basata sul fatto che nell’universo pieno di vita non ci siano cose come energia  negativa o positiva, ci sono solo energie relativamente più pesanti, hoocha, e più sottili, sami, Sami, in lingua Quechua, significa nettare. È letteralmente un cibo spirituale che noi, in quanto umani dotati di libera volontà, possiamo scegliere di creare e di canalizzare, oppure no. La natura produce sami. Pensa a come, istintivamente, quando siamo un po’ giù, vogliamo scire a fare una passeggiata. Solo noi umani produciamo hoocha. Ma in quanto generatori di energie pesanti siamo equipaggiati per dirigere l’energia vivente e ‘mangiare e digerire’ o trasformare hoocha.

Al livello successivo, il quinto,  la condivisione del sami, il nettare che è una sorta di compost spirituale, il respiro comune con gli alberi e le piante, apre le porte alla cosmologia spirituale.  Questa è basata su preziose informazioni, autentici salva vita, per il mondo di oggi.


TheCoevas on Events Tour 2011: Libreria Notebook all’Auditorium Parco della Musica Roma Giovedì 19 Maggio ore 17 In anteprima verrà presentato il Manifesto del Coevismo


Niente è più vicino alla mente che la mente stessa


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