by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

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Extract from the novel “Coeva” – Estratto dal romanzo “Coeva”

STRANGE INHIBITIONS

 (Where the second mask is unveiled and Vèlle assumes a lesbian female jackal’s looks)

A hidden crocodile was on the moved steep bank with a bold heart. A naked Gentlewoman was training him with a palmed scourge, as it has always been. An elephants herd, ardently effervescents, psalmodized gigolo worm’s tale.

The second pretence was a Felis Pardus’ one. Shining hymenopterans, which they were used to prick meats at the Tropic of Capricorn, announced Her appearance. Like an evil enemy were shown, myself was compelled to conform myself to her looks, assuming the looks of a tawny Srgala. The Leopard Queen drew perceptions without any impediment, while she was sheltering in safety from the mind. She perceived places and times, revived boiling over and beating, provoking and assuaging. Transformed into very desirous nightmares, under this tension, my nerves began to relax. Lady Leopard of my devotion, dark angel, trail, fire-fly, solve my lechery! Cream of feedback the distorsion feeds me in every raw meal, wild, I wriggle. Might I be the myrrh-oiled Nubian, come to lay my bait. I spread traps with a spotted cage in my hand. My claws are full of resin. So she spoke to me. The apple-tree open thy mouth! I keep green in every season, my seeds are like thy teeth. The fig-tree open thy second mouth! Catechized the Queen.

Leopard Queen: To the water’d lands, to the virgin lands being whipped, my little, insignificant Jackal! Door-knockers are open, latchs are molten to th’ entrance of my canal. I can produce a good nectar and Tomorrow shall be the great day.

Jackal: O, ay, I faint to the merely imagination to be a slave and blindfolded destiny to an hard authoress. When you are in your best mood strip me, treat me as you asre used to and if you will relieve your fancy do it. I would creep on your gilded boat like a worm! Do not let me wither in a vessel but squash me in a tome.

Leopard Queen: I become inflamed with an orange magma. Feverishly I excite, tortuosly, to make totter an Amazon’s mane.

With the thirst no more hiss to the womb, some pillows reduced the wait while laid, I waited for the eclipse.

Leopard Queen: Be not fooled, I shall never tame my rebellious energy. I recall to my groin an unmentionable maze. I, queen, crowd in pockets passion and power.

Jackal: I have the fidgets. I pray thee, call the Monitor Lizard Prince! Sliding down, I sleep rocked within a fruit. We are cover’d with  lichens and bigger thy legs are.

Leopard Queen: Sleek the snakes on thy head. I am the estrous’d Queen, I can do everything, locking thy mean univers with a waxed padlock. I am clouds and rain, I am Yun yu. I am a bitter pompe jetsam and a glazed-leather’d lizard tongue. I roar in thy sphincter and the rice-field come straight in thy mouth. I am an intented fellatio. Thou gamblest, my foul Jackal.

Jackal: My desire of killer thigs is humour-pilloried, of violent lavative, drenched with fizzy calendula.

Leopard Queen: Don’t discredit me, thou dirty beast!

Jackal: When the sponge is high-water’d, I lick shameless.

Leopard Queen: I impose on th’ transgressor his transgression, on th’ sinner her sin.

Jackal: I receive brambles and thistles to rub on my skin.

Leopard Queen: Remember well! I shall punish thee if thou art not respectful with me.

Jackal: Tie me of total depilation.

Leopard Queen: Ha ha ha, with thirsty pleasure to scourge’s cure, in libido’s secret wardrobes, I dedicate and inflict thee.

Jackal: Broken and surmounted, I have no reserve.

Leopard Queen: This day shall not be repeated, time’s splinter, great gem. This day shall never return. Every instant is worth an invaluable gem.

Jackal: Expired blow comes out and inhaled blow comes into at will, my Queen.

Leopard Queen: When I’m throbbin’, I disclose the entire world, know that.

Jackal: A jackal, piece of meat to be used; ’tis just what I am now, a jackal.

Leopard Queen: Repetitiveness is devastating: bordo for motion, tragedy for th’ listener, intelligence’s prolapse.

Jackal: Arrogant and inflexible thou carriest me to th’ new. I am sucking fingers to an inquisitress.

Leopard Queen: A sluggard’s fruit is not granted at invasion’s first attempt.

Jackal: I am filled with magnesium and potassium.

Leopard Queen: Thou art almost without saliva! Let thee unclose. I will no more.

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STRANE INIBIZIONI

(Dove si disvela la seconda maschera e Vèlle prende le sembianze di una saffica sciacallo)

Un coccodrillo acquattato stava sulla mota ripa con cuore audace. Una Gentildonna nuda lo ammaestrava con un nerbo di palma, come era sempre stato. Un branco d’elefanti, d’ardore effervescenti, salmodiò la novella del bruco gigolò.

La seconda finzione fu quella di un Felis Pardus. Imenotteri luccicanti, che solevano punzecchiare carni al Tropico del Capricorno, annunciarono la Sua comparsa. Come se un malvagio nemico si manifestasse, io stessa fui costretta ad adeguarmi al suo sembiante, assumendo aspetto di fulvo Srgàlà. La Regina Leopardo disegnò percezioni senza remore, mentre si riparava al sicuro della mente. Percepì luoghi e tempi, ravvivò ribollendo e pulsando, provocando e sedando. Trasformati in incubi vogliosissimi, sotto tale tensione, i miei nervi co- minciarono a distendersi. Signora Leopardo della mia devozione, angelo atro, scia, lucciola, mia lussuria ri- solvi! Crema di feedback la distorsione mi alimenta in ogni pasto crudo, selvaggia, mi divincolo. Potessi essere la nubiana unta di mirra, venuta a tendere la mia esca. Dissemino trappole con in mano una gabbia maculata. I miei artigli sono pieni di resina. Così mi parlò. Il melo apra la tua bocca! Rimango verde in ogni stagione, i miei semi sono simili ai tuoi denti. L’albero di fico apra la tua seconda bocca! Catechizzò la Regina.

Regina Leopardo: Fino alle terre irrigate, fino alle terre vergini a colpi di verga, mia piccola, insignificante Sciacallo! I battenti sono aperti, i chiavistelli sciolti all’imbocco del mio canale. So produrre del buon nettare e domani è il gran giorno. Sciacallo: Oh, sì, svengo al sol immaginare d’esser destino schiavo e bendato di un’autrice hard. Quando sei di buon umore sfogliami, trattami come d’uso e se vorrai levarti la voglia fallo pure. Vorrei strisciare sulla tua aurea navicella come un lombrico! Non lasciarmi appassire in un vaso ma schiacciami in un tomo. Regina Leopardo: M’accendo di magma d’arancio. Febbrilmente mi stuzzico, in modo tortuoso, da far traballare la criniera di un’Amazzone.

Tra sete non più sibilo al ventre, cuscini attutirono l’attesa mentre distesa, attesi l’eclissi.

Regina Leopardo: Non illuderti, non domerò mai la mia energia ribelle. Richiamo al mio inguine un inconfessabile labirinto. Io, regina, stipo in tasche passione e potere.

54Sciacallo: Ho smania. Ti supplico, convoca il Principe Varano! Scivolando giù, dormo cullata all’interno di un frutto. Siamo ricoperte di licheni e più grandi sono le tue zampe. Regina Leopardo: Lisciati le serpi sulla testa. Io sono la Regina in calore, posso fare tutto, anche serrare il tuo miserabile universo con un lucchetto di cera. Io sono nuvole e pioggia, sono Yun yu. Sono amaro gettito di pompa e lingua lucertola di cuoio satinato. Ruggisco nel tuo sfintere e la risaia ti viene dritta in bocca. Sono fellatio d’intenti. Hai giocato d’azzardo, mia turpe sciacallo.

Sciacallo: In gogna d’umori langue il mio desiderio di cosce assassine, di purghe violente, intrise di frizzante calendula. Regina Leopardo: Non osare screditarmi, lurida bestia! Sciacallo: Quando la spugna è colma, lecco spudorata.

Regina Leopardo: Io impongo sul trasgressore la sua trasgressione, alla peccatrice il suo peccato. Sciacallo: Ricevo rovi e cardi da strofinare sulla pelle. Regina Leopardo: Rammenta bene! Ti castigo se non mi rispetti.

Sciacallo: Legami di depilazione totale. Regina Leopardo: Ah ah ah, con smaniosa goduria alla cura dello staffile, in ar- madi segreti della libido, mi dedico e t’infliggo. Sciacallo: Infranta e superata, non ho più alcun ritegno. Regina Leopardo: Non si ripeta due volte questo giorno, scheggia di tempo, grande gemma. Mai più tornerà questo giorno. Ogni istante vale una gemma inestima- bile. Sciacallo: Il soffio espirato esce e il soffio inspirato entra a proprio piacimento, mia Regina. Regina Leopardo: Quando io stessa fremo, dispiego il mondo intero, sappilo. Sciacallo: Uno sciacallo, pezzo di carne da usare; è proprio questo che sono ora, uno sciacallo. Regina Leopardo: La ripetitività è devastante: noia per il movimento, tragedia per l’ascoltatore, prolasso dell’intelligere. Sciacallo: Tracotante ed inflessibile mi trasporti nell’inedito. Succhio dita ad una inquisitrice. Regina Leopardo: Il frutto di un mollusco non si concede al primo tentativo d’invasione. Sciacallo: Mi riempio di magnesio e potassio. Regina Leopardo: Sei quasi senza saliva! Lasciati schiudere. Non ho voglia d’altro.

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Albert Camus – Il mito di Sisifo

Gli dei avevano condannato Sisifo a far rotolare senza posa un macigno sino alla cima di una montagna, dalla quale la pietra ricadeva per azione del suo stesso peso. Essi avevano pensato, con una certa ragione, che non esiste punizione piú terribile del lavoro inutile e senza speranza.

 

sisifo

Se si crede ad Omero, Sisifo era il più saggio e il più prudente dei mortali; ma, secondo un’altra tradizione, tuttavia, egli era incline al mestiere di brigante. lo non vedo in questo una contraddizione. Sono diverse le opinioni riguardanti le cause per le quali divenne l’inutile lavoratore degli inferi. Gli vengono rimproverate anzitutto alcune leggerezze commesse con gli dei, in quanto svelò i loro segreti. Egina, figlia di Asopo, era stata rapita da Giove. Il padre si sorprese della sparizione e se ne lagnò con Sisifo, il quale, essendo a conoscenza del rapimento, offerse ad Asopo di renderlo edotto, a condizione che questi donasse acqua alla cittadella di Corinto. Ai fulmini celesti, egli preferì la benedizione dell’acqua, e ne fu punito nell’inferno. Omero ci racconta pure che Sisifo aveva incatenato la Morte. Plutone, non potendo sopportare lo spettacolo del suo impero deserto e silenzioso, mandò il dio della guerra, che liberò la Morte dalle mani del suo vincitore. Si dice ancora che Sisifo, vicino a morire, volle imprudentemente aver una prova dell’amore di sua moglie, e le ordinò di gettare il suo corpo senza sepoltura nel mezzo della piazza Pubblica. Sisifo si ritrovò agli inferi, e là, irritato per un’obbedienza così contraria all’amore umano, ottenne da Plutone il permesso di ritornare sulla terra per castigare la moglie. Ma, quando ebbe visto di nuovo l’aspetto del mondo, ed ebbe gustato l’acqua e il sole, le pietre calde e il mare, non volle più ritornare nell’ombra infernale. 1 richiami, le collere, gli avvertimenti non valsero a nulla. Molti anni ancora egli visse davanti alla curva del golfo, di fronte al mare scintillante e ai sorrisi della terra. Fu necessaria una sentenza degli dei. Mercurio venne a ghermire l’audace per il bavero, e, togliendolo alle sue gioie, lo ricondusse con la forza agli inferi, dove il macigno era già pronto.

Si è già capito che Sisifo è l’eroe assurdo, tanto per le sue passioni che per il suo tormento. Il disprezzo per gli dei, l’odio contro la morte e la passione per la vita, gli hanno procurato l’indicibile supplizio, in cui tutto l’essere si adopra per nulla condurre a termine, il prezzo che bisogna pagare per le passioni della terra. Nulla ci è detto su Sisifo all’inferno. I miti sono fatti perché l’immaginazione li animi. In quanto a quello di cui si tratta, vi si vede soltanto lo sforzo di un corpo teso nel sollevare l’enorme pietra, farla rotolare e aiutarla a salire una china cento volte ricominciata; si vede il volto contratto, la gota appiccicata contro la pietra, il soccorso portato da una spalla, che riceve il peso della massa coperta di creta, da un piede che la rincalza, la ripresa fatta a forza di braccia, la sicurezza tutta umana di due mani piene di terra. Al termine estremo di questo lungo sforzo, la cui misura è data dallo spazio senza cielo e dal tempo senza profondità, la meta è raggiunta. Sisifo guarda, allora, la pietra precipitare, in alcuni istanti, in quel mondo inferiore, da cui bisognerà farla risalire verso la sommità. Egli ridiscende al piano.

É durante questo ritorno che Sisifo mi interessa. Un volto che patisce tanto vicino alla pietra, è già pietra esso stesso! Vedo quell’uomo ridiscendere con passo pesante, ma uguale, verso il tormento, del quale non conoscerà la fine. Quest’ora, che è come un respiro, e che ricorre con la stessa sicurezza della sua sciagura, quest’ora è quella della coscienza. In ciascun istante, durante il quale egli lascia la cima e si immerge a poco a poco nelle spelonche degli dei, egli è superiore al proprio destino; è più forte del suo macigno.

Se questo mito è tragico, è perché il suo eroe è cosciente. In che consisterebbe, infatti, la pena, se, ad ogni passo, fosse sostenuto dalla speranza di riuscire? L’operaio d’oggi si affatica, ogni giorno della vita, dietro lo stesso lavoro, e il suo destino non è tragico che nei rari momenti in cui egli diviene cosciente. Sisifo, proletario degli dei, impotente e ribelle, conosce tutta l’estensione della sua miserevole condizione: è a questa che pensa durante la discesa. La perspicacia, che doveva costituire il suo tormento, consuma, nello stesso istante, la sua vittoria. Non esiste destino che non possa essere superato dall’uomo.

Se codesta discesa si fa, certi giorni, nel dolore, può farsi anche nella gioia. Questa parola non è esagerata. Immagino ancora Sisifo che ritorna verso il suo macigno e, all’inizio, il dolore è in lui. Quando le immagini della terra sono troppo attaccate al ricordo, quando il richiamo della felicità si fa troppo incalzante, capita che nasca nel cuore dell’uomo la tristezza: è la vittoria della pietra, è la pietra stessa. L’immenso cordoglio è troppo pesante da portare. Sono le nostre notti di Getsemani. Ma le verità schiaccianti soccombono per il fatto che vengono conosciute. Così Edipo obbedisce dapprima al destino, senza saperlo. Dal momento in cui lo sa, ha inizio la sua tragedia, ma, nello stesso istante, cieco e disperato, egli capisce che il solo legame che lo tiene avvinto al mondo è la fresca mano di una giovinetta. Una sentenza immane risuona allora: « Nonostante tutte le prove, la mia tarda età e la grandezza dall’anima mia mi fanno giudicare che tutto sia bene”. L’Edipo di Sofocle, come Kirillov di Dostoevskij, esprime così la formula della vittoria assurda. La saggezza antica si ricollega all’eroismo moderno.

Non si scopre l’assurdo senza esser tentati di scrivere un manuale della felicità. E come! Per vie così anguste? Ma vi è soltanto un mondo. La felicità e l’assurdo sono figli della stessa terra e sono inseparabili. L’errore starebbe nel dire che la felicità nasce per forza dalla scoperta assurda. Può anche succedere che il sentimento dell’assurdo nasca dalla felicità. «Io reputo che tutto sia bene» dice Edipo e le sue parole sono sacre e risuonano nell’universo selvaggio e limitato dell’uomo, e insegnano che tutto non è e non è stato esaurito, scacciano da questo mondo un dio che vi era entrato con l’insoddisfazione e il gusto dei dolori inutili. Esse fanno del destino una questione di uomini, che deve essere regolata fra uomini.

Tutta la silenziosa gioia di Sisifo sta in questo. Il destino gli appartiene, il macigno è cosa sua. Parimenti, l’uomo assurdo,- quando contempla il suo tormento, fa tacere tutti gli idoli. Nell’universo improvvisamente restituito al silenzio, si alzano le mille lievi voci attonite della terra. Richiami incoscienti e segreti, inviti di tutti i volti sono il necessario rovescio e il prezzo della vittoria. Non v’è sole senza ombra, e bisogna conoscere la notte. Se l’uomo assurdo dice di sì, il suo sforzo non avrà più tregua. Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n’è soltanto uno, che l’uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere il padrone dei propri giorni. In questo sottile momento, in cui l’uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte. Così, persuaso dell’origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora.

Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.



Velvet Underground – Sunday morning


TheCoevas on Events Tour 2011, Mercoledì 13 Luglio presso “Mondo Fitness”, h 18,30


Cesare Pavese

“l mio paese sono quattro baracche e un gran fango, ma lo attraversa lo stradone provinciale dove giocavo da bambino. Siccome – ripeto – sono ambizioso, volevo girare per tutto il mondo e, giunto nei siti più lontani, voltarmi e dire in presenza di tutti ‘Non avete mai sentito nominare quei quattro tetti? Ebbene, io vengo di là’”.

 

Tra realismo e simbolismo lirico si colloca l’opera di Cesare Pavese, per il quale la realtà delle natìe langhe e della Torino della vita adulta diventa teatro delle proiezioni interiori, del profondo disagio esistenziale, dei miti immaginativi, della ricerca di autenticità, delle ossessioni psichiche. Così le colline e la città vedono come protagonista più la coscienza dell’autore che non la realtà esterna, ambientale e storica. Per questo va dissipato l’equivoco di un Pavese padre del neorealismo post-bellico. Le componenti esistenziali hanno un cospicuo rilievo ed entrano direttamente come materia di scrittura nell’opera di Pavese. L’aspetto forse più vistoso del suo appartenere al decadentismo è offerto dalla crisi del rapporto tra arte e vita. E’ l’epoca della noluntas l’artista si lascia vivere, è pieno di contraddizioni e di conflitti. Sua unica ricchezza è una sensibilità che non serve a nulla e agisce soltanto in senso negativo, corrodendo ogni certezza sul destino del mondo, della storia, dell’individuo. C’è uno scompenso fondamentale tra il sentire, il capire e l’agire, per cui il primo elemento determina una specie di paralisi degli altri due. L’artista decadente, smarrita assieme ai valori tradizionali ogni volontà di agire, si trova nell’incapacità di affrontare l’esistenza, gravemente handicappato nei rapporti umani, sempre a disagio in ogni situazione esistenziale, con grosse tare nevrotiche originate proprio da questa situazione di inadeguatezza nei confronti della vita. Ecco allora che vivere diventa “mestiere” da apprendere con grande pena e spesso senza risultati. In tale situazione di sradicamento l’arte appare come sostituto integrale dell’esistenza «Ho imparato a scrivere, non a vivere», ma anche come unico rimedio, la sola possibilità di sentirsi vivi e, per un attimo, persino felici «Quando scrivo sono normale, equilibrato, sereno», dice Pavese. Per la letteratura del Novecento, il grado di autenticità poetica è determinato dalla misura di aderenza alla sconsolata visione dell’uomo, colto nel suo destino di angoscia. Autenticità e morte diventano sinonimi, vivere è “essere per la morte”.


The Ramones -Take it as it comes


Asian Dub Foundation – Fortress Europe


10000 grazie!!!!!!

 


Tangerine Dream – Live At Coventry Cathedral 1975


Can – Mushroom


Dante e i viaggi extra-terrestri in differenti tradizioni

Uno dei problemi che ha sempre interessato e in qualche misura preoccupato i commentatori di Dante è quello delle fonti cui collegare la sua concezione del viaggio extra-terrestre, dalla discesa fin nel cuore della terra alla conquista suprema della visione beatifica di Dio nell’Empireo, attraverso la faticosa scalata del monte Purgatorio.

Il viaggio che Dante, con chiaro riferimento alla simbologia cristiana, fa iniziare il Lunedì Santo del 1300 – anno di Giubileo – per concluderlo la Domenica di Pasqua con l’apoteosi della luce e della resurrezione dello spirito, è un chiaro esempio dell’”Itinerarium mentis in Deum”, tanto caro alla mistica medievale.

Simbologia e allegoria sono dunque le componenti fondamentali di un poema che traduce in termini “cristiani” il significato iniziatico della “Grande Opera” ermetica, e che racchiude tali tesori di esoterismo, di sapere enciclopedico e di dottrina – nel significato più vasto e profondo del termine – da rendere quasi inaccettabile l’idea che esso sia frutto del genio di un solo uomo, un “Fedele d’Amore” vissuto per soli 56 anni in uno dei momenti più critici e drammatici della storia d’Italia.

Dante conobbe bene, com’è naturale, la letteratura “visionaria” del Medioevo. Opere di carattere moralistico-didattico-edificatorio che parlavano di viaggi extra-terrestri compiuti per lo più in sogno – quali il “De consolatione philosophiae” di Boezio, il “Roman de la Rose” assai famoso nel XIII secolo, il “Tesoretto” di Brunetto Latini o il “Libro delle tre scritture” di Bonvesin de la Riva – costituivano senz’altro per lui dei modelli letterari vicini e immediati, dei quali in qualche caso egli non mancò di riconoscere l’importanza: mi riferisco soprattutto a Brunetto Latini, per la cui sapienza e umanità Dante nutrì una profonda ammirazione. Ma la ricerca più autentica delle fonti di ispirazione del suo “sacrato poema” va riferita a modelli sapienzali più antichi, già consacrati da una tradizione esoterica di indubbia validità.

Vediamone alcuni.

E’ fuor dubbio che, se Dante sceglie Virgilio come guida delle prime due parti del suo viaggio, ciò è dovuto non soltanto ad un omaggio che la nuova letteratura volgare rende alla latinità classica, né solo all’ammirazione incondizionata che Dante nutrì per il grande poeta latino, “figura impleta” del saggio antico, ma anche (e direi soprattutto) al ricordo vivo del sesto canto dell’Eneide virgiliana, dedicato al viaggio di Enea nell’Oltretomba, dove l’eroe troiano apprenderà dall’ombra del padre Anchise la missione assegnatagli dal Fato, quella di fondare l’impero di Roma.

La discesa di Enea agli Inferi, lungi dall’esaurirsi in una semplice finzione poetica, appare quindi a Dante nel suo più autentico significato iniziatico, in virtù del quale l’interpretazione medievale di Virgilio come “mago” si rivela come la deformazione popolare ed exoterica di una verità ben più profonda.

Virgilio aveva avuto a sua volta, nella tradizione dei viaggi extraterrestri, dei predecessori illustri nei Greci: basti ricordare a tal proposito la discesa del cantore

tracio Orfeo agli Inferi, alla ricerca del più autentico se stesso, e il viaggio nel favoloso paese dei Cimmeri compiuto da Ulisse secondo il racconto omerico.

Proprio ad Ulisse ed al suo “folle volo” oltre le Colonne d’Ercole, Dante attribuirà, nel XXVI canto dell’Inferno, la valenza simbolica di “eroe della conoscenza”, di una conoscenza che travalica i limiti imposti all’uomo, impregnata com’è di una dimensione metafisica, iniziatica, e perciò stesso non sacrilega.

Tutti questi racconti leggendari non sono, di fatto, che la traduzione in termini poetici di una stessa realtà esoterica: così il ramo d’oro che Enea, guidato alla Sibilla, raccoglie nella foresta (quella stessa “selva selvaggia” in cui Dante colloca l’inizio del suo Poema), è il ramo che portavano gli iniziati ai misteri di Eleusi, e che ricorda da vicino l’acacia della nostra Massoneria, pegno di purezza, di resurrezione e di immortalità, simbolo del legame tra il visibile e l’invisibile.

Il Cristianesimo stesso ci presenta a sua volta un simbolismo del medesimo genere, aprendo la Settimana Santa con la “Domenica in Palmis”, laddove alla palma viene automaticamente assegnata l’identica funzione del ramo suddetto.

Morte e resurrezione non sono dunque che due fasi inverse e complementari, presupposto l’una dell’altra; presenti in tutte le grandi dottrine sapienziali dell’antichità e facilmente rintracciabili, pur sotto diverse forme, esse sono racchiuse, dalla tradizione ermetica, nel compimento della “Grande Opera”.

Al di là, tuttavia, delle fonti di ispirazione strettamente occidentali, quali sono quelle legate alla cultura greco-latina, Dante mostra di aver letto con attenzione anche la letteratura iniziatica del mondo arabo il quale, come già accennato nella precedente tavola, svolgeva nel medioevo un’importante funzione di veicolo culturale nei confronti dell’Occidente.

Il religioso spagnolo Dom Miguel Asin Palacios ha condotto in proposito uno studio attento ed approfondito, che è sfociato, nel 1919, in un’opera dal titolo “La Escatologia musulmana en la Divina Comedia”. In essa l’autore riscontra, tra il poema dantesco e il “Libro del viaggio notturno di Maometto”, di Mohyiddin ibn Arabi, anteriore alla “Commedia” di circa 80 anni, delle similitudini davvero sorprendenti, che farebbero pensare alla letteratura araba come ad una delle fonti principali dell’ispirazione di Dante. Ne citerò qualcuna tra le più significative.

Nel “viaggio di Maometto” un lupo e un leone sbarrano la via al pellegrino, come la lonza, il leone e la lupa, simboli di chiara valenza allegorica, costringono Dante ad indietreggiare nella “selva oscura”.

Virgilio è inviato a Dante dall’intervento celeste, così come Gabriele a Maometto: ed ecco i due “viatores” avviarsi ad un identico cammino di progressiva ascesa, accomunati dalla stessa esigenza di purificazione: cosa davvero inaspettata se pensiamo che Dante, ottemperando agli “obblighi” impostigli dalla propria confessione religiosa, colloca Maometto ed il genero di lui Alì nella nona bolgia dell’Inferno destinata ai seminatori di discordia, raffigurando entrambi i personaggi come orrendamente mutilati nel corpo.

Proseguendo poi nell’esame delle affinità fra i due testi, notiamo come l’Inferno sia caratterizzato in entrambi da tumulto, violenza, confusione e fiamme minacciose; l’architettura dell’Inferno dantesco appare poi addirittura ricalcata su quella dell’Inferno musulmano: un gigantesco imbuto formato da una serie di piani, di gradi o di scale, che gradualmente scendono fino al fondo della terra. Ognuno di essi

racchiude una categoria di peccatori, la cui colpevolezza e la pena relativa si aggravano a mano a mano che si procede verso il basso.

I due “Inferni”, cristiano e musulmano, sono poi entrambi collocati sotto la città di Gerusalemme. Ed ancora: per purificarsi all’uscita dall’Inferno dante si sottopone ad una triplice abluzione, la stessa che purifica le anime nella leggenda musulmana: prima di varcare il Cielo, esse vengono infatti immerse nei tre fiumi che fertilizzano il giardino di Abramo.

L’architettura delle sfere celesti attraverso cui si compie l’ascensione è anch’essa identica nei due testi; nei nove cieli sono disposte, secondo i meriti rispettivi, le anime beate che, alla fine, si riuniscono tutte nell’ultima sfera o Empireo.

Come Beatrice cede alla fine il posto a San Bernardo, che guiderà Dante nelle ultime tappe del suo viaggio per condurlo al cospetto della Vergine e di Dio, così Gabriele abbandona Maometto presso il trono di Dio, dove il viaggiatore, ormai purificato, sarà attirato e guidato da una ghirlanda luminosa.

Anche l’apoteosi delle due ascensioni è la stessa: i due “viatores”, elevati fino alla presenza di Dio, ci descrivono l’Eterno come una fonte di luce immensa, circondata da nove cerchi concentrici che girano tutti e sempre, senza tregua, intorno al centro divino.

Dunque i piani infernali, i cieli, i cerchi della “mistica rosa”, le gerarchie angeliche, i tre cerchi luminosi simboleggianti la trinità, sono assolutamente analoghi nei due testi, né è possibile pensare a coincidenze accidentali: sembra chiaro, pertanto, che Dante si sia ispirato agli scritti di Mohyiddin, che, nell’esoterismo islamico, è noto come “El Sheikh el-akbar”, vale a dire come il più grande dei Maestri spirituali, il Maestro per eccellenza, dalla cui dottrina puramente metafisica procedono direttamente parecchi dei principali Ordini iniziatici dell’Islam.

Questi ultimi erano, nel XIII e XIV secolo, in stretta relazione con gli Ordini della Cavalleria, ed è questa, probabilmente, la via attraverso cui si è attuata la trasmissione dei testi di Mohyiddin e quindi la conoscenza di essi da parte di Dante.

D’altra parte, se tale conoscenza fosse avvenuta per vie “profane”, per quale ragione il nostro Poeta non avrebbe mai nominato il grande iniziato arabo, come nomina i filosofi exoterici dell’Islam Avicenna e Averroè?

Una parte della critica più moderna, il cui massimo esponente è Angelo De Gubernatis, pensa poi che nello studio delle fonti della “Divina Commedia”, occorra risalire ancora più lontano, fino all’India, dove si trova, sia nel Brahmanesimo che nel Buddhismo, una moltitudine di descrizioni simboliche dei diversi stati di esistenza sotto forma di un insieme gerarchicamente organizzato di Cieli e di Inferi.

In conclusione, al di là delle conoscenze esoteriche di Dante, che sono comunque di enorme portata e che meriterebbero un esame molto più approfondito, le similitudini che abbiamo messo in evidenza dimostrano ancora una volta come la “dottrina” contenuta in tutte le tradizioni sia, di fatto, unica e costituisca l’espressione delle medesime verità, quelle verità che sono al tempo stesso il presupposto e il fine di ogni ricerca esoterica.


Il mio viaggio…. rotta “Coeva”: intenzioni e bilancio di un percorso.

Non mi interessa viaggiare solo nella testa, perché mi interessano le persone e le cose, i colori e le stagioni, ma mi è difficile viaggiare senza la carta, senza libri da porre dinanzi al mondo come uno specchio, per vedere se si confermano o si smentiscono a vicenda.

Claudio Magris

Il viaggio come “viàtico” rimanda all’idea molto concreta di provviste, di scorte da consumare o scambiare per la via (poco etimologicamente si potrebbe pensare al viaggio come un suffisso di “via”…), luogo di incontri ma anche di scontri e di pericoli, frequentata dai briganti ma anche dal buon samaritano, dal frettoloso mercante e dal fiducioso pellegrino. Il termine inglese “travel”, d’altronde, non ci ricorda il nostro “travaglio”?
Il viaggio dunque come transazione, come scambio quasi osmotico con l’altro non più di merci, ma di ciò che più è prezioso: emozioni, sensazioni, esperienze. Il bilancio tra il dare e l’avere potrà anche non essere positivo: sta qui, forse, la radice della paura del viaggio, la paura di ciò che accadrà per la via alle nostre “provviste interne”. Questa è in fondo l’avventura, quello che dovrà “advenire” a chi intraprende un viaggio, così diversa dalla ventura (non solo etimologicamente) di chi aspetta passivamente o troppo prudentemente il compiersi inesorabile della propria sorte o destino. Campione d’avventura è senz’altro l’Ulisse di Dante, non tanto per i chilometri percorsi, ma per “l’ardore / ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, / e de li vizi umani e del valore;”: in quell’ “esperto” così pregnante a fine verso si percepisce nettamente sia il profumo inebriante di un fugace amore , sia l’ardore del corpo del nemico in battaglia. Nemmeno l’amore e l’affetto per il figlio, il padre e la moglie lo possono trattenere; ma sono altri i motivi per cui finisce in Malebolge.Sempre Ulisse: “ma misi me per l’alto mare aperto”: in quel pronome posposto, così scomodo, forzato e dissonante, vi è tutto il travaglio che porta alla formazione di una volontà consapevole e sofferta di chi si appresta non solo fisicamente a partire. Il viaggio è, in ultima istanza, la voglia, l’intenzione di conoscere (l’Ulisse di Joyce?), di far conoscere e di scambiare con l’altro le nostre “provviste interne”. Poco contano i chilometri: la meta può essere vicina, addirittura visibile in lontananza, come il Faro per James di “To the Lighthouse”. Il titolo originale è di per sé un capolavoro: la non menzionata gita sarà alla fine soltanto un pretesto per scoprire, anche dolorosamente, qualcosa di essenziale.

Fiorella Corbi


Ash Ra Tempel – Whoopee


Acqua nei sogni

Acqua corrente nei sogni sarà legata al flusso della vita, al tempo, al divenire, acqua sorgiva allo scaturire di vitalità e forza e alla presenza di energie inconsce.

L’acqua nei sogni compare con maggiore frequenza rispetto agli altri elementi di terra,fuoco ed aria. L’acqua è preziosa, e fondamentale, il nostro pianeta ne è coperto, il nostro corpo ne è composto, nell’acqua brulica e si è formata la vita.

Il simbolo dell’acqua è presente nelle cosmologie dei popoli più diversi in tutta la terra:abluzioni rituali, diluvio universale, purificazione e distruzione attraverso l’acqua, sono temi che nei miti ritornano a confermarne il grande valore.

L’acqua nei sogni rimanda sia all’energia materna, per il primo contatto dell’essere umano con il liquido amniotico, che all’inconscio e alle sue profondità, alla spiritualità e alle emozioni, ma sarà importante considerarne l’aspetto, il suo essere torbida o limpida, il suo presentarsi calma e tranquilla oppure agitata e violenta. Aspetto che andrà valutato con le sensazioni provocate nel sognatore.

Sognare acqua pulita e trasparente in cui essere immersi, si collega a chiarezza nelle situazioni, possibilità di “vederci chiaro”, benessere ed equilibrio nell’espressione delle emozioni. Al contrario, sognare acqua stagnante o fangosa, può essere sintomo di un disagio, sentirsi al cospetto di qualcosa di incomprensibile o non gestibile.

Nuotare in acqua nei sogni con fatica, controcorrente o con facilità e piacere, può aiutare a comprendere il modo in cui si affrontano determinate situazioni, o problemi. L’aspetto di bagno purificante e risanatore dell’ acqua, andrà a collegarsi al bisogno inconscio di cambiamento: parti vecchie, abitudini obsolete che devono essere “lavate via “, eliminate dalla forza e dalla vitalità dell’elemento primordiale in una purificazione, morte e rinascitache nel simbolo si fondono. Bachelard nel suo bellissimo “Psicoanalisi del acque” ( Red Ed. Immagini dal profondo 1992) asserisce che: “..Ci si tuffa nell’acqua per rinascere rinnovati.”.

Il significato dell’acqua nei sogni quando appare carica di energia latente, bellissima e pericolosa può associarsi al mondo emotivo, allo straripare e dilagare di questo, al timore o all’attrazione che l’espressione o il contatto con le emozioni provoca. L’ acqua rimanderà allora ad un bisogno di contenimento, ad una più opportuna modalità di espressione o sarà sintomo delle emozioni che prende il sopravvento o che stanno agendo in qualche aspetto della vita del sognatore.

Sognare acqua corrente nei sogni è un’immagine che si lega al flusso della vita, al tempo, al divenire, mentre l’acqua sorgiva si collega allo scaturire di forza e vitalità, alla presenza di energie inconsce, acqua che cade dal cielo infine, potrà orientare il sognoverso un aspetto prettamente spirituale.


Constantinos Kavafis

E se non puoi la vita che desideri

cerca almeno questo

per quanto sta in te: non sciuparla

nel troppo commercio con la gente

con troppe parole in un viavai frenetico.

 

Non la svilire portandola in giro

in balìa del quotidiano

gioco balordo degli incontri

e degli inviti,

fino a farne una stucchevole estranea.

 

Constantinos Kavafis

È uno dei più grandi poeti moderni. Era nato nel 1863 ad Alessandria d’Egitto “in una casa della via Cherif”, come scrisse in un appunto autobiografico.

La sua famiglia era greca e quando Constantinos era un bambino si trasferì in Inghilterra. Nel 1869 morì il padre e dopo alcuni anni di viaggi tra la Francia, Constantinopoli (l’odierna Istanbul) e la Grecia, Constantinos e l’amatissima madre fecero ritorno nella vivace città egiziana.

In Europa, in campo poetico, dominavano i decadenti francesi, in Egitto vi era la grandissima e mirabile tradizione della poesia araba e per ragioni familiari Constantinos era vicino anche alla poesia ellenica di Omero, Saffo, Alceo, Anacreonte.

Impiegato per tutta la vita in un ufficio del ministero dei lavori pubblici d’Egitto, coltivò quasi segretamente il suo amore per la poesia.

In vita editò solo due raccolte, esili numericamente, nel 1904 e nel 1910.

Spesso donava le sue poesie agli amici, a volte le raccoglieva in gruppi che rilegava lui stesso o le incollava su quaderni.

Morì nel 1933, il giorno del suo compleanno: il 29 aprile. Un caso o un destino che è capitato ad altri, tra cui Raffaello Sanzio e Ingrid Bergman, e in cui il suo traduttore, Nelo Risi, vide quasi un simbolo.

Nel ’35 una casa editrice di Alessandria pubblicò la sua opera omnia: 150 liriche.

In Italia dal 1919 erano state pubblicate poche poesie su riviste specialistiche: aveva parlato di lui il pessimo Marinetti e tempo dopo Ungaretti, Montale, Caproni.

I temi principali della poesia di Constantinos sono il ricordo, la nostalgia, la vita che sfugge, l’amore omosessuale, l’ironia, il disincanto, la morte, la compassione.

Al centro delle sue poesie vi sono sempre uomini e donne con i loro sentimenti, i loro dilemmi, la loro umana pietà.


ZEITGEIST – Tutto il mondo è un palcosenico


2001 odissea nello spazio


Vicini allo spirito di Koltès

B.-Marie Koltès

Nato a Metz nel 1948- morto a Parigi nel 1989

La lettura di un testo di Bernard-Marie Koltès è paragonabile l’innesto e al turbamento di una rivelazione…Una sola frase di quaranta pagine, emessa quasi d’un solo fiato, senza quei punti fermi che a ogni momento minacciano d’interrompere il bisogno lucido e poetico di un getto di parole…Koltès è corso via dalla pazza folla con infantile pervicacia, sempre. Ha descritto individui a volte pervenuti solo accidentalmente in relazione, sfioratisi come meteore (‹‹ Io mi interesso di gente normale che si conserva così com’è, poco disposta a cambiare, a integrarsi a emularsi››) Koltès è anche scappato via dalla conformità di ogni sano modello di scetticismo ( ‹‹ Pessimista io? Direi di no. Non credo in Dio, ma sono ottimista. Non penso alla morte ; lo trovo tremendamente banale ››) È rifuggito ovunque dagli schemi espressivi…È rifuggito ovunque dagli schemi espressivi (‹‹Incidere con un vocabolo o con una sintesi è di per sé un’azione di portata relativa; per dare senso anche a un unico sostantivo o aggettivo ci vuole un tessuto di parole, un ritmo di tanti altri fonemi, una specie di allitterazione musicale che abbia le cadenze di Bach o la serialità del reggae, fa lo stesso››) Crudele e generoso, lucido e ricco di utopia, con addosso la maschera appena matura di un adolescente di taglia forte pasoliniana, Bernard-Marie Koltès coltivò avidamente un gusto forsennato per il lirismo e per una modernissima Retorica…La gamma archetipica dei suoi personaggi, ha avuto, per sua stessa ammissione, un’unica fonte ispirativa: ‹‹ sette od otto persone realmente conosciute ››e che nel corso dell’esistenza ‹‹lo hanno colpito››

LA NOTTE POCO PRIMA DELLA FORESTA

…io malgrado tutto ho delle risorse e so riconoscere quelli non troppo forti, io, mi basta un’occhiata, la camminata, soprattutto, quel modo di camminare nervoso, come fai tu, con la schiena nervosa, e il modo di muovere le spalle, nervoso anche quello, qualcosa ne modo di camminare per cui non mi sbaglio, e poi i visi, coi lineamenti minuti, né sciupati né altro, ma sempre così nervosi! come il tuo: un qualcosa nel viso per cui non mi posso sbagliare, neanche quando camminano dondolando le spalle come fanno i macrò, ma dei macrò pieni di nervi, ragazzotti disinvolti ma usciti dritti dritti dalle gonne di mamma, che fanno dondolare tutto il torace, così, come se niente fosse, sotto la pioggia, ma io lo vedo subito, il nervosismo, che non si può nascondere – perché tutto il nervosismo che uno ha addosso viene dalla madre, dritto dritto, e la mamma, questi ragazzetti, non se la tolgono di dosso, qualunque cosa facciano…figli diretti delle loro madri, con la camminata dondolante da maschi tutti un fascio di nervi e che vanno in giro da soli, di notte, col rischi delle malattie – ed è proprio in questo che vedo l’inutilità delle vostre madri, guarda l’inutilità di tua madre: prima ti dà un sistema nervoso e poi ti molla a un incrocio qualsiasi, sotto uno schifo di pioggia, senza nessuna solidità, incapace di diffidenza…


Stéphane Mallarmé

Poeta francese (Parigi, 1842 – Valvins, Seine-et-Marne, 1898)

Principale esponente del simbolismo francese ed europeo, Stéphane Mallarmé dedicò tutto il suo impegno poetico «alla interpretazione orfica della Terra, che è il solo dovere del poeta e l’unica posta in gioco in letteratura», e cercò di dare una lingua nuova alla poesia,  da lui concepita come lo strumento privilegiato di spiegazione dell’universo. Al suo amico Manet che gli chiedeva idee per comporre dei versi, Mallarmé spiegò che non è con le idee che si scrivono poesie, ma con le parole. E di fatti, la sua poesia fu interamente volta all’elaborazione di una lingua, spesso accurata fino al suo estremo limite e a prezzo di un ermetismo che gli valse critiche e irrisioni. Ma i suoi pari, alla morte di Verlaine, il quale era stato fra i suoi poeti maledetti (1880), lo elessero il «chiuso Principe dei poeti», mentre Huysmans, egli ancora in vita, già lo metteva nella biblioteca di Des Esseintes, il protagonista esteta di A rebours (Controcorrente,1884), suscitando altresì l’ammirazione entusiasta di tutti coloro che, da André Gide a Paul Claudel a Paul Valéry, videro aprirsi con lui nuovi territori letterari.

 Il collegio “misero”

 L’infanzia di Étienne, detto Stéphane, Mallarmé, fu turbata da due gravi lutti familiari. Perse la madre all’età di cinque anni venendo indi affidato, con la sorella Maria, alle cure dei nonni materni. Suo padre era un funzionario dell’Ufficio del Registro. Messo in una collegio religioso a Auteuil, Stéphane ne fu espulso nel 1835 per cattiva condotta. Fu allora iscritto come alunno pagante alla classe Quarta dell’istituto universitario imperiale di Sens, città dove suo padre, riammogliatosi, era stato nominato Conservatore dell’Ufficio Ipoteche. L’estate del 1857, Stéphane è colpito da un nuovo lutto: la sorella Maria muore, a tredici anni. Certamente la perdita di quest’unica sorella sulla quale aveva investito tutto il suo affetto contribuì a un ripiegamento del ragazzo su sé stesso e alla nascita della sua vocazione poetica: il tema della morte è sottostante a numerose opere giovanili, in particolare il racconto « Ce que disaient les trois cigognes» ed alcuni dei componimenti delle settantaquattro poesie della raccolta « Entre quatre murs», composte nel 1859-1860 da un adolescente “di sentimento lamartiniano”, ma altresì influenzato da Victor Hugo, Théophile Gautier e Théodore de Banville. Nelle predilezioni personali appaiono in buona posizione Baudelaire, di cui ricopia una trentina di poesie, quindi Edgar Allan Poe, di cui traduce otto composizioni (pubblicate nel 1888). È «semplicemente per leggere meglio Poe» che apprende l’inglese, «ma anche per parlarne la lingua ed insegnarla in un angolino, tranquillo, e senza altra preoccupazione economica». Entrato nel 1860, secondo il desiderio del padre, come soprannumerario in un Ricevitoria dell’Ufficio del Registro, il giovane fugge ben presto a Londra (novembre 1862). È accompagnato da una giovane tedesca di sette anni più anziana, Marie Gerhardt, che sposerà in agosto, quattro mesi dopo il decesso del padre. In settembre ottiene l’abilitazione a insegnare inglese ed è nominato supplente al liceo di Tournon. Ma, benché attivo sul versante delle pubblicazioni scolastiche su commissione «Petite Philologie à l’usage des classes et du monde: les Mots anglais», 1877; «Nouvelle mythologie illustrée»”, 1880; «Recueil de lectures anglaises», 1885 -, Mallarmé si disinteressò rapidamente dell’insegnamento, che gli garantiva del resto un tenore di vita abbastanza modesto e che gli valse soltanto cattivi giudizi degli ispettori scolastici. Questi, unitamente alle lamentele dei genitori degli allievi, allarmati dalle poesie che aveva pubblicato, determinarono, dopo tre anni a Tournon, un trasferimento a Besançon. Qui resterà soltanto un anno, avendo ottenuto la nomina ad Avignone. Nel 1870, ottiene un lungo periodo di congedo e dà lezioni private in quest’ultima città, in cui resta durante la guerra franco-prussiana. Dopo la Comune, si reca a Parigi cercandovi invano un’occupazione presso le biblioteche o la libreria Hachette, quindi a Londra ancora alla ricerca di un impiego. Ma è finalmente una nomina al Liceo Fontanes (oggi Liceo Condorcet) che gli permette di prendere residenza nella capitale, nell’ottobre 1871, mentre Marie ha appena dato a Geneviève, nata nel 1864, un fratellino, Anatole. Durante una ventina di anni, Mallarmé dovrà ancora sacrificare una grande parte del suo tempo al «miserable collège» fino ad ottenere, avanzando le ragioni di una salute cagionevole e grazie ad alcuni appoggi, la sua messa in pensione anticipata. A cinquantuno anni può infine dedicarsi interamente alle sue ricerche poetiche, dividendo ormai la sua vita tra Parigi e la dimora di Valvins, nei pressi di Fontainebleau.

 « Scavare i versi »

Mallarmé sentì molto presto che il suo destino poetico era fuori dai sentieri battuti. Ecco dunque il desiderio pressante di incontrare scrittori ed artisti, con i quali annodò rapidamente legami amichevoli e duraturi. Il professore di lettere dell’istituto universitario di Sens, Emmanuel des Essarts, gli fece conoscere il poeta Henri Cazalis, che doveva essere con Eugène Lefébure fra i primi destinatari della copiosa corrispondenza di Mallarmé. È con questo epistolario – tra cui una lettera sotto forma d’autobiografia indirizzata nel 1885 a Verlaine – che veniamo a conoscenza della sua vita, delle sue esigenze interiori e delle sue preoccupazioni. La vita di provincia era per il giovane professore una forma di esilio: l’ Ardèche gli appare “art, dèche” (arte e rifiuto.)

Tuttavia, la crisi che inizia a Tournon e che durerà quattro anni non deve nulla alla difficoltà provinciale: d’ordine metafisico, quindi estetica, è legata alla difficoltà di scrivere. La rivelazione di Baudelaire ispira a Mallarmé «l’Azur» (1864), «Brise marine» (1865) o anche «les Fenêtres», dove, assegnando alla poesia un solo scopo, la ricerca del bello, cerca di creare immagini attraverso una musica verbale originale. In queste prime poesie, parnassiane nella forma, baudelairiane d’ispirazione, si trovano già i temi propri dell’autore: rifiuto del reale “in quanto vile”; gusto per il mondo ideale ed assoluto dell’arte. Ma questa ricerca dell’ideale appare presto come un’esca all’autore, poco a poco posseduto dall’ossessione dell’impotenza creatrice. Così, avendo intrapreso una lunga poesia dove il tema di Salomé è pretesto per esprimere la difficoltà di essere, confida a Cazalis: «Ho cominciato la mia Hérodiade. Con terrore, poiché invento una lingua che deve necessariamente scaturire da una poetica nuovissima, che potrei definire in queste due parole: ritrarre non la cosa, ma l’effetto che essa produce». Ed aggiunge: «Ho scavato a tal punto il verso d’aver incontrato due abissi, che mi hanno portato alla disperazaione. Uno di essi è il nulla, al quale sono arrivato senza nulla sapere del buddismo». All’epoca in cui Mallarmé attraversa questa crisi, le riunioni letterarie si intensificano: ad Avignone, si lega con Théodore Aubanel, Frédéric Mistral e la cerchia dei felibristi, e, nell’occasione di un viaggio a Parigi, con Catulle Mendès, che gli presenta Villiers dell’Isle-Adam e gli fa scoprire la musica di Richard Wagner. Mendès è il creatore della «Revue fantaisiste», intorno della quale si sono raccolti i poeti parnassiani, ed è nella prima edizione del «Parnasse contemporain» che escono nel 1866 undici poesie “baudelairiane”, fra cui «l’Azur», «Brise marine» e «Les Fenêtres». Tre anni più tardi, Mallarmé riuscirà «ad abbattere l’antico mostro dell’impotenza creatrice», superando la crisi che lo paralizza con «Igitur» e «Folie di Elbehnon» (1869), racconto metafisico in prosa dove l’atto di scrivere, diventando argomento della poesia, acquista un valore terapeutico. La pubblicazione l’«Après-midi d’un faune» (1876) e l’elogio che ne fa Huysmans in uno dei suoi romanzi (1884) segnano l’inizio della celebrità; Mallarmé è riconosciuto come maestro dai giovani poeti simbolisti. Dopo la morte di Verlaine, è incoronato “principe dei poeti”.

 I “martedì” della rue de Rome

 Se questa ricerca instancabile d’assoluto rivela una visione relativamente tragica della vita, Mallarmé conosce anche le virtù dell’humour. Il suo gesto verbale è generalmente molto sopra il mero gioco di parole, ma è capace di veri calembours. Ed è con altrettanta libertà di spirito che, nel 1874, redige quasi da solo gli otto numeri del giornale che ha fondato, «La Dernière Mode» e dove, sotto diversi pseudonimi femminili, dispensa consigli di eleganza o ricette culinarie. Egli stesso offre tutti i martedì sera dei punch e dei grog nel suo piccolo appartamento all’ 87, rue de Rome, ma è soprattutto la sua conversazione brillante che attira amici ed ammiratori. Essi saranno, a partire del 1880, Villiers dell’Isle-Adam, Émile Verhaeren e Maurice Maeterlinck come pure i pittori Whistler, Odilon Redon e Gauguin, ai quali si aggiungono presto Verlaine e Paul Adam. Verranno in seguito Jules Laforgue, Gustave Kahn, Henri de Régnier, Marcel Schwob, Alfred Jarry, Stuart Merril, il tedesco Stefan George, il belga Georges Rodenbach o anche Claude Debussy, ed infine, negli anni ‘90, André Gide, Paul Claudel, Paul Valéry e Léon-Paul Fargue. Dinanzi ad un pubblico in estasi, il padrone di casa esibisce finalmente i propri talenti di pedagogo quando espone la propria poetica. Inoltre, quando Jean Moréas pubblica nel 1886 l’articolo-manifesto sul simbolismo, dove invoca la necessità di costruire una lingua propria alla poesia, non fa che riprendere, in effetti, le idee di Mallarmé, che comincia quest’anno «La crise de vers», dove raccomanda una poesia libera da ogni tentazione descrittiva e mirante solo alla suggestione.

 “Le Livre”

Di Poésies, apparse fin dal 1887 (edizione definitiva nel 1923), il poeta prepara una versione aumentata, che sarà pubblicata soltanto dopo la sua morte. Alle opere di gioventù sono venuti ad aggiungersi “versi di circostanza”: sonetti ispirati dalla sua amicizia innamorata per Méry Laurent, “ventagli”, “brindisi funebri” o “tombe” – di Edgar Poe, di Théophile Gautier, di Charles Baudelaire, di Paul Verlaine (alle quali vengono ad aggiungersi le note “per una tomba di Anatole”, ispirati dalla perdita, nel 1879, del figlio). Da alcuni sonetti («Quand l’ombre menaça… »; «Le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui… ») Mallarmé tenta di far sgorgare la lingua poetica «dall’impiego elementare del discorso», incaricato di assicurare gli scambi banali del pensiero. Al fine di «lasciare l’iniziativa alle parole» le organizza secondo una sintassi sconvolta dalle inversioni, dai tagli e dalle ellissi, creando degli accostamenti inusitati che sottopone « all’intelligenza del lettore che mette le cose in scena, da sole». Alcuni (Tolstoj e Croce per esempio) rimproverarono a queste poesie la loro oscurità ed il loro ermetismo. Ma per Mallarmé, per cui scrivere è « sconfiggere il caso parola dopo parola», e che vuole «dare un senso più puro alle parole della tribù» -se le parole sono svalutate dall’impiego utilitario che se ne è fatto -, è necessario allora fare appello alle combinazioni sempre più sottili che esse possono ancora offrire, alle loro naissances latentes come avrebbe detto Rimbaud. Immagini, analogie, “corrispondenze” faranno dunque appello alle risorse nascoste delle parole, al loro “halo” (alone, aura). Lo scopo assegnato alla poesia non è più quello di nominare gli oggetti, ma di suggerirli; e quest’oscurità stessa, diventata una delle componenti della magia poetica, desterà nel lettore, «senza l’imbarazzo di un appello esplicito», la nozione pura degli oggetti evocati. Si tratterebbe di un vano esercizio se Mallarmé non avesse assegnato al poeta la missione, insensata forse, di concepire la scrittura come «spiegazione orfica della Terra», e di sottoporre all’impero dello spirito umano il caso, simbolo dell’imperfezione stessa di questo spirito. «Un coup de dés jamais n’abolira le hasard» – Un colpo di dadi non abolirà mai il caso (1897), tentativo «di elevare una pagina alla potenza del cielo stellato» come dirà Paul Valéry, è la confessione patetica del fallimento di tale ambizione. Contrappunto alle poesie, la raccolta di testi in prosa «Divagations» è pubblicata nel 1897. Oltre a dodici poemi in prosa («le Phénomème futur»; «le Démon de l’analyse»; «le Nénuphar blanc»; «Quelques médaillons et portraits en pied»), raccoglie gli scritti sugli argomenti più diversi, da un testo sullo scandalo di Panama fino ai ritratti di contemporanei, una fantasticheria su Wagner e alcuni testi sul balletto e il teatro. Vi riunisce anche il saggio «Quant au Livre», dove Mallarmé evoca la Grande Opera cui intende dedicarsi. «Igitur» sarebbe stato una sorta di preambolo teso a stabilire l’assoluto, condizione necessaria all’esistenza di questo «Livre», e di cui «Un coup de dés jamais n’abolira le hasard» doveva costituire la prima parte. Sintesi di tutte le arti ed di tutti i generi, di volta in volta giornale, teatro e danza, le Livre, costituito da strati distinti, doveva essere letto in pubblico dal suo autore, che avrebbe variato all’infinito le combinazioni dei vari fogli, secondo un rituale quasi religioso. Scomparso prematuramente il 9 settembre 1898, colpito da uno spasmo faringeo, Mallarmé lascia le Livre allo stato d’enigma. Ma già, con le sue ricerche sulla lingua, ha aperto la letteratura a tutti i possibili, a tutte le rivoluzioni. Secondo le parole di Jean-Paul Sartre, Mallarmé «merita di morire alle soglie del nostro secolo: perché lo annuncia ».


Niente è più vicino alla mente che la mente stessa


Man Ray


Umberto Boccioni e il Futurismo Italiano


“Making Mask” Corso realizzazione maschere – Prof. Agostino Dessì – Via Faenza, 72 Firenze

Mask Course

Five Days – Mask Making Worshop
Including theory and hands-on construction of antique, papier mâchè art. Taught in English.
By Prof. Agostino Dessì and his daughter Alice.

The course cover the following subjects:
- Hands on costruction in chalk of a model of mask to student’s liking.
- Plaster negative of mask.
- Papier – Make print.
- Finishing, cutting, affixing laces.
- Colouring, gliding, aplication of gold or silver leaf.
- Colouring wich acrilics, coating or antiquing.

(5 LESSONS IN 1 WEEK FOR A TOTAL OF 20 HOURS, INCLUDING ALL THE MATERIALS. THIS COURSE IS OPEN TO ANYBODY WHO IS INTERESTED IN AN ENTHUSIAST OF THIS TYPE OF ART)

Professor Agostino Dessì as been creating and producing mask in Florence since 1973. His work and art continue to provide unique creation also used for the theatre, plays, films, festivals, show and the Venice Carnaval.

ALICE ATELIER
Via Faenza, 72r – 50123, Florence – Italy
Tel/Fax. 00 39 055 287370
Mobile. 00 39 347 4829303
E- Mail. agostinodessi@gmail.com
Web. http://www.alicemasks.com


Venere di Milo & Inno al Sole – Gregorio Paniagua


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