by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Articoli con tag “aforismi

TheCoevasOfficial

TheCoevasOfficial Blog


Extract from the novel “Coeva” – Estratto dal romanzo “Coeva”

STRANGE INHIBITIONS

 (Where the second mask is unveiled and Vèlle assumes a lesbian female jackal’s looks)

A hidden crocodile was on the moved steep bank with a bold heart. A naked Gentlewoman was training him with a palmed scourge, as it has always been. An elephants herd, ardently effervescents, psalmodized gigolo worm’s tale.

The second pretence was a Felis Pardus’ one. Shining hymenopterans, which they were used to prick meats at the Tropic of Capricorn, announced Her appearance. Like an evil enemy were shown, myself was compelled to conform myself to her looks, assuming the looks of a tawny Srgala. The Leopard Queen drew perceptions without any impediment, while she was sheltering in safety from the mind. She perceived places and times, revived boiling over and beating, provoking and assuaging. Transformed into very desirous nightmares, under this tension, my nerves began to relax. Lady Leopard of my devotion, dark angel, trail, fire-fly, solve my lechery! Cream of feedback the distorsion feeds me in every raw meal, wild, I wriggle. Might I be the myrrh-oiled Nubian, come to lay my bait. I spread traps with a spotted cage in my hand. My claws are full of resin. So she spoke to me. The apple-tree open thy mouth! I keep green in every season, my seeds are like thy teeth. The fig-tree open thy second mouth! Catechized the Queen.

Leopard Queen: To the water’d lands, to the virgin lands being whipped, my little, insignificant Jackal! Door-knockers are open, latchs are molten to th’ entrance of my canal. I can produce a good nectar and Tomorrow shall be the great day.

Jackal: O, ay, I faint to the merely imagination to be a slave and blindfolded destiny to an hard authoress. When you are in your best mood strip me, treat me as you asre used to and if you will relieve your fancy do it. I would creep on your gilded boat like a worm! Do not let me wither in a vessel but squash me in a tome.

Leopard Queen: I become inflamed with an orange magma. Feverishly I excite, tortuosly, to make totter an Amazon’s mane.

With the thirst no more hiss to the womb, some pillows reduced the wait while laid, I waited for the eclipse.

Leopard Queen: Be not fooled, I shall never tame my rebellious energy. I recall to my groin an unmentionable maze. I, queen, crowd in pockets passion and power.

Jackal: I have the fidgets. I pray thee, call the Monitor Lizard Prince! Sliding down, I sleep rocked within a fruit. We are cover’d with  lichens and bigger thy legs are.

Leopard Queen: Sleek the snakes on thy head. I am the estrous’d Queen, I can do everything, locking thy mean univers with a waxed padlock. I am clouds and rain, I am Yun yu. I am a bitter pompe jetsam and a glazed-leather’d lizard tongue. I roar in thy sphincter and the rice-field come straight in thy mouth. I am an intented fellatio. Thou gamblest, my foul Jackal.

Jackal: My desire of killer thigs is humour-pilloried, of violent lavative, drenched with fizzy calendula.

Leopard Queen: Don’t discredit me, thou dirty beast!

Jackal: When the sponge is high-water’d, I lick shameless.

Leopard Queen: I impose on th’ transgressor his transgression, on th’ sinner her sin.

Jackal: I receive brambles and thistles to rub on my skin.

Leopard Queen: Remember well! I shall punish thee if thou art not respectful with me.

Jackal: Tie me of total depilation.

Leopard Queen: Ha ha ha, with thirsty pleasure to scourge’s cure, in libido’s secret wardrobes, I dedicate and inflict thee.

Jackal: Broken and surmounted, I have no reserve.

Leopard Queen: This day shall not be repeated, time’s splinter, great gem. This day shall never return. Every instant is worth an invaluable gem.

Jackal: Expired blow comes out and inhaled blow comes into at will, my Queen.

Leopard Queen: When I’m throbbin’, I disclose the entire world, know that.

Jackal: A jackal, piece of meat to be used; ’tis just what I am now, a jackal.

Leopard Queen: Repetitiveness is devastating: bordo for motion, tragedy for th’ listener, intelligence’s prolapse.

Jackal: Arrogant and inflexible thou carriest me to th’ new. I am sucking fingers to an inquisitress.

Leopard Queen: A sluggard’s fruit is not granted at invasion’s first attempt.

Jackal: I am filled with magnesium and potassium.

Leopard Queen: Thou art almost without saliva! Let thee unclose. I will no more.

TheCoevas: all rights reserved.

STRANE INIBIZIONI

(Dove si disvela la seconda maschera e Vèlle prende le sembianze di una saffica sciacallo)

Un coccodrillo acquattato stava sulla mota ripa con cuore audace. Una Gentildonna nuda lo ammaestrava con un nerbo di palma, come era sempre stato. Un branco d’elefanti, d’ardore effervescenti, salmodiò la novella del bruco gigolò.

La seconda finzione fu quella di un Felis Pardus. Imenotteri luccicanti, che solevano punzecchiare carni al Tropico del Capricorno, annunciarono la Sua comparsa. Come se un malvagio nemico si manifestasse, io stessa fui costretta ad adeguarmi al suo sembiante, assumendo aspetto di fulvo Srgàlà. La Regina Leopardo disegnò percezioni senza remore, mentre si riparava al sicuro della mente. Percepì luoghi e tempi, ravvivò ribollendo e pulsando, provocando e sedando. Trasformati in incubi vogliosissimi, sotto tale tensione, i miei nervi co- minciarono a distendersi. Signora Leopardo della mia devozione, angelo atro, scia, lucciola, mia lussuria ri- solvi! Crema di feedback la distorsione mi alimenta in ogni pasto crudo, selvaggia, mi divincolo. Potessi essere la nubiana unta di mirra, venuta a tendere la mia esca. Dissemino trappole con in mano una gabbia maculata. I miei artigli sono pieni di resina. Così mi parlò. Il melo apra la tua bocca! Rimango verde in ogni stagione, i miei semi sono simili ai tuoi denti. L’albero di fico apra la tua seconda bocca! Catechizzò la Regina.

Regina Leopardo: Fino alle terre irrigate, fino alle terre vergini a colpi di verga, mia piccola, insignificante Sciacallo! I battenti sono aperti, i chiavistelli sciolti all’imbocco del mio canale. So produrre del buon nettare e domani è il gran giorno. Sciacallo: Oh, sì, svengo al sol immaginare d’esser destino schiavo e bendato di un’autrice hard. Quando sei di buon umore sfogliami, trattami come d’uso e se vorrai levarti la voglia fallo pure. Vorrei strisciare sulla tua aurea navicella come un lombrico! Non lasciarmi appassire in un vaso ma schiacciami in un tomo. Regina Leopardo: M’accendo di magma d’arancio. Febbrilmente mi stuzzico, in modo tortuoso, da far traballare la criniera di un’Amazzone.

Tra sete non più sibilo al ventre, cuscini attutirono l’attesa mentre distesa, attesi l’eclissi.

Regina Leopardo: Non illuderti, non domerò mai la mia energia ribelle. Richiamo al mio inguine un inconfessabile labirinto. Io, regina, stipo in tasche passione e potere.

54Sciacallo: Ho smania. Ti supplico, convoca il Principe Varano! Scivolando giù, dormo cullata all’interno di un frutto. Siamo ricoperte di licheni e più grandi sono le tue zampe. Regina Leopardo: Lisciati le serpi sulla testa. Io sono la Regina in calore, posso fare tutto, anche serrare il tuo miserabile universo con un lucchetto di cera. Io sono nuvole e pioggia, sono Yun yu. Sono amaro gettito di pompa e lingua lucertola di cuoio satinato. Ruggisco nel tuo sfintere e la risaia ti viene dritta in bocca. Sono fellatio d’intenti. Hai giocato d’azzardo, mia turpe sciacallo.

Sciacallo: In gogna d’umori langue il mio desiderio di cosce assassine, di purghe violente, intrise di frizzante calendula. Regina Leopardo: Non osare screditarmi, lurida bestia! Sciacallo: Quando la spugna è colma, lecco spudorata.

Regina Leopardo: Io impongo sul trasgressore la sua trasgressione, alla peccatrice il suo peccato. Sciacallo: Ricevo rovi e cardi da strofinare sulla pelle. Regina Leopardo: Rammenta bene! Ti castigo se non mi rispetti.

Sciacallo: Legami di depilazione totale. Regina Leopardo: Ah ah ah, con smaniosa goduria alla cura dello staffile, in ar- madi segreti della libido, mi dedico e t’infliggo. Sciacallo: Infranta e superata, non ho più alcun ritegno. Regina Leopardo: Non si ripeta due volte questo giorno, scheggia di tempo, grande gemma. Mai più tornerà questo giorno. Ogni istante vale una gemma inestima- bile. Sciacallo: Il soffio espirato esce e il soffio inspirato entra a proprio piacimento, mia Regina. Regina Leopardo: Quando io stessa fremo, dispiego il mondo intero, sappilo. Sciacallo: Uno sciacallo, pezzo di carne da usare; è proprio questo che sono ora, uno sciacallo. Regina Leopardo: La ripetitività è devastante: noia per il movimento, tragedia per l’ascoltatore, prolasso dell’intelligere. Sciacallo: Tracotante ed inflessibile mi trasporti nell’inedito. Succhio dita ad una inquisitrice. Regina Leopardo: Il frutto di un mollusco non si concede al primo tentativo d’invasione. Sciacallo: Mi riempio di magnesio e potassio. Regina Leopardo: Sei quasi senza saliva! Lasciati schiudere. Non ho voglia d’altro.

TheCoevas: Tutti i diritti riservati


TheCoevas on Events Tour 2011, Mercoledì 13 Luglio presso “Mondo Fitness”, h 18,30


Nabokov / Warhol

“Le somiglianze sono le sfumature delle differenze”
(Vladimir Nabokov, Fuoco pallido)


Allegoria

Allegoria: (dal greco allegoréin, “parlare diversamente”): figura retorica consistente nella costruzione di un discorso in cui i significati letterali dei singoli termini passano in secondo ordine rispetto al significato simbolico dell’insieme, che generalmente rinvia a un ordine di valori metafisici, filosofici e morali. La peculiarità di un simile procedimento consiste, quindi, essenzialmente nella capacità di trasformare nozioni astratte e significati morali in immagini spesso intensamente pittoriche, che vanno ben oltre il significato di base dei termini che le costituiscono e si sviluppano in una trama pregnante e allusiva. In questo senso, secondo alcuni, l’allegoria sarebbe una sorta di metafora continuata, estesa ad abbracciare un’intera composizione, come è il caso di apologhi, parabole e favole, nonché di opere quali la Divina Commedia di Dante e il Faust di Goethe. Oggi, a questa interpretazione, che affida all’allegoria il compito di trasmettere valori sovrasensibili e nascosti, ma comunque universalmente riconoscibili all’interno di un determinato codice, si sostituisce un’interpretazione più soggettiva, in cui personaggi, esperienze e situazioni particolari, rappresentati come reali e concreti, diventano allusivi di una realtà diversa e più generale senza caricarsi necessariamente di spiegazioni dimostrative e didattiche.


Platone. Filosofia è avere tempo in un mondo che non ne ha.

Questo brano contiene la celebre narrazione di Talete e della servetta tracia. All’indagine sulla dialettica aggiunge due elementi importanti: 1) la necessità di dedicare alla filosofia il tempo che le occorre; Platone qui è durissimo: solo i filosofi sono liberi, gli altri sono servi, “persone educate a servire paragonate a uomini liberi”; ma questo fa del filosofo una persona diversa dalle altre, e non è affatto detto che gli altri lo accolgano bene (si ricordi cosa è detto nella Repubblica a proposito dello schiavo liberato, che ricorda la figura di Socrate e la sua morte, e le stesse esperienza personali di Platone in Sicilia descritte nella Settima Lettera). Nel secondo brano del Sofista che qui riportiamo Platone torna a definire la dialettica “scienza degli uomini liberi”. 2) la dialettica non è percorso lineare, ma consente di seguire linee divergenti e non sempre linearmente coerenti (tanto che il discorso va lasciato lì, a volte, per prenderne un altro, con brusco salto): questo fatto richiama l’idea che il compito non sia terminabile, la ricerca non possa finire (e la dialettica sia uno stile di vita, oltre che pensiero). E’ comunque ricerca dalle molte vie.

Teodoro: “E non abbiamo dunque tempo a nostra disposizione, Socrate?”
Socrate: “Certo che l’abbiamo. A dire il vero, mio venerabile amico, mi è venuto di fare la stessa riflessione che adesso mi si impone a proposito di un’altra cosa: sembra proprio che le persone che hanno dedicato molto tempo della loro vita alle ricerche filosofiche quando vanno davanti ai tribunali fanno una figura ridicola come oratori”.
“Che vuoi dire?”
“Quelli che fin da giovani hanno frequentato tribunali e luoghi simili se messi in rapporto con coloro che sono stati allevati nella filosofia, e negli studi che essa ispira, rischiano proprio di sembrare persone educate a servire, paragonati a uomini liberi”.
“Come mai?”
“E’ che a questi ultimi il bene che tu dici è sempre presente: hanno tempo, e i loro discorsi sono fatti con calma, col tempo che ci vuole. Guarda noi adesso: è già la terza volta che prendiamo discorso dopo discorso; essi fanno la stessa cosa se un argomento, a loro come a noi, piace di più di quello che stanno trattando e non importa loro nulla della lunghezza o brevità dell’argomento: importa solo di raggiungere la verità. Gli altri non parlano mai che a gente a cui il tempo manca: l’acqua della clessidra che scorre davanti ai loro occhi non si ferma ad aspettarli. Non hanno libertà di andare a fondo a loro gradimento sull’argomento del loro discorso: la necessità è là, il loro avversario è implacabile con il suo atto di accusa, e gli articoli della legge una volta proclamati sono barriere che l’arringa non deve oltrepassare, consacrati da reciproco giuramento. Queste persone non sono mai altro che schiavi davanti al loro comune padrone che siede avendo nelle mani una qualche denuncia. I loro argomenti non hanno mai una portata indifferente, ma sempre immediatamente personale, e spesso la loro stessa vita è il prezzo della gara; così tutte queste prove rafforzano le loro energie, aguzzano il loro ingegno, li rendono abili a dir parole che adulano il padrone, insegnano loro la maniera di guadagnarne la benevolenza e le loro anime diventano piccole e contorte. Crescita, rettitudine, libertà, la stessa giovinezza, tutto la schiavitù porta loro via, costringendoli a pratiche tortuose; getta le loro anime ancora giovani in pericoli così gravi e in così gravi paure che non potendo contrapporvi il giusto e il vero, si rivolgono tutti alla menzogna, all’ingiustizia che si fanno gli uni con gli altri, e così si piegano, vivono in modo contorto, si rimpiccioliscono. Così non c’è più nulla di sano nel loro pensiero quando la loro adolescenza ha termine e diventano uomini, e credono di essere esperti e saggi. Ecco dunque il loro ritratto, Teodoro; quanto a coloro che formano il nostro coro, vuoi che li passiamo in rassegna o vuoi che senza fermarci torniamo ai nostri argomenti per evitare di esagerare in quel che abbiamo appena finito di dire, usando in eccesso la nostra libertà e passando facilmente da discorso a discorso?”
“Per nulla Socrate: passarli in rivista si impone, tu hai detto molto bene: non siamo affatto noi che formiamo questo coro legati ai discorsi come dei servi. Sono i discorsi ad essere nostri, come gente di casa, e ciascuno di essi aspetta finché a noi piace di finire con lui. Non c’è giudice infatti, non c’è spettatore, come ne hanno sempre davanti i poeti, che siano lì a valutarci e a comandarci.”
“Parliamo dunque dei maestri del coro visto che dobbiamo farlo, sembra, visto che tu giudichi questa una cosa da fare; perché di coloro che non apportano nessuna genialità nella loro pratica della filosofia, a che scopo parlarne? Dei veri filosofi posso dire questo, che nella loro giovinezza essi certamente ignorano quale sia la strada che porta alla pubblica piazza, a quale indirizzo si trovino il tribunale, la sala del consiglio e tutte le altre sale in cui in comune nella città si prendono le decisioni. Essi non hanno né la vista né l’eco delle leggi, delle decisioni, dei relativi dibattiti o della redazione dei decreti. Gli intrighi delle eterie per conquistare una magistratura, le riunioni, i festini, i giochi allietati da suonatrici di flauto, a tutto questo non si sognano nemmeno di prender parte. Ciò che è accaduto di bene o male nella città, i guai che a qualcuno hanno trasmesso i suoi anziani, uomini o donne, di tutto questo il filosofo sa meno, dice il proverbio, del numero dei boccali per riempire il mare, e tutto questo non sa affatto di non saperlo perché se si astiene da queste cose non è allo scopo di crearsi una fama: questo dipende dal fatto che soltanto la realtà del suo corpo ha nella città abitazione e sede. Il suo pensiero, invece, non tiene affatto conto di tutto ciò che vale poco o niente e guida il suo volo dappertutto come dice Pindaro, “sondando gli abissi della terra e misurandone le superfici, seguendo il cammino degli astri ‘nelle profondità dei cieli’ e, di ciascuna realtà, scrutando la natura nel suo dettaglio e nel suo insieme senza mai lasciarsi irretire da ciò che è immediatamente vicino”.
“Che vuoi dire con questo Socrate?”
“Voglio dir questo. Un giorno Talete osservava gli astri, Teodoro, e con lo sguardo rivolto al cielo finì per cadere in un pozzo; una sua giovane serva della Tracia, intelligente e graziosa, lo prese in giro, dicendogli che con tutta la sua scienza su quel che accade nei cieli, non sapeva neppure vedere quel che aveva davanti ai piedi. La morale di questa storia può valere per tutti coloro che passano la loro vita a filosofare, ed effettivamente un uomo simile non conosce né vicini né lontani, non sa cosa fanno gli altri uomini, e nemmeno se sono uomini o altri esseri viventi. Ma che cosa sia un uomo, in che cosa per sua natura deve distinguersi dagli altri esseri nella attività o nella passività che gli è propria, ecco, di questo il filosofo si occupa, a questa ricerca consacra le sue pene. Immagino che tu mi segua, Teodoro, o mi sbaglio?”
“Ti seguo e quel che dici è la verità.”
“E’ questo dunque, mio buon amico, nei rapporti privati il nostro filosofo; ed è così anche nella vita pubblica, come ti dicevo all’inizio. Quando nei tribunali o altrove bisogna che, contro la sua volontà, tratti di cose che sono davanti a lui, sotto i suoi occhi, finisce non soltanto per far ridere le donne di Tracia, ma cade effettivamente nei pozzi, non esce dalle difficoltà della vita, per mancanza di esperienza, e la sua terribile goffaggine gli fa fare la figura dello stupido. Infatti, se è costretto a subire le cattiverie della gente, non sa lanciare a nessuno degli insulti perché non sa nulla dei mali di ciascuno: non se ne è mai occupato. Messo così in difficoltà, appare ridicolo. Di fronte agli elogi, all’arroganza cui gli altri si gloriano, non fa affatto finta di ridere, ma ride davvero, e in modo così aperto da essere scambiato per uno stupido”.

(Platone, Teeteto, 172 c – 177 c)


LA CASA DEI DOGANIERI di E.Montale


AFRODISIACI BRUTALI: Caimani e Piranha

In piena Amazzonia, nel cuore dell’america del Sud, là dove ci si perde in una vegetazione venusiana, la scimmia è un piatto molto apprezzato. A seconda della stagione, la carne è dura o tenera, ma il sapore è sempre forte e dolciastro… La selva è un immenso labirinto caldo: ci sono liane che accumulano litri e ancora litri d’acqua da bere, cortecce curative per le febbri, foglie per il diabete, resine cicatrizzanti, latte d’albero che lenisce la tosse, lattice per incollare la punta delle frecce: insomma è la più grande riserva biogenetica del pianeta. Gli Indios rovesciano un veleno estratto dalle piante nell’acqua per assopire i pesci che vengono poi catturati quando emergono galleggiando in superficie; poi li mangiano senza correre nessun pericolo perché l’effetto del veleno svanisce quasi subito. A partire dal luogo in cui le acque del Rio Negro confluiscono in quelle del Salomoes, il fiume, ampio quanto il mare in Normandia, prende il nome di Rio delle Amazzoni, uno specchi scuro quando è calmo, spaventoso quando scoppiano i temporali. All’alba, quando il sole fa capolino, appaiono sempre pronti a giocare i delfini rosati, tra i pochi abitanti delle acque amazzoniche a non essere mangiati perché la loro carne è amara e la pelle inutile, ma che gli Indios uccidono ancora con gli arpioni per strappar loro gli occhi e i genitali che poi trasformeranno in amuleti per la virilità e la fertilità. In quel fiume…avevo visto un paio di turisti russi pescare una dozzina di piranha… I piranha sono saporiti e, stando a qualche palato brasiliano, anche afrodisiaci…In queste acque vivono più di trenta specie di mante, tutte molto pericolose, e vi dimora anche il leggendario anaconda, il più grande serpente d’acqua, un animale preistorico che raggiunge spesso i quindici metri di lunghezza… I caimani, altro boccone afrodisiaco della regione, vengono cacciati di notte. Sono uscita in canoa con una guida adolescente…avevamo con noi una potente torcia a pile che abbagliava i pipistrelli…l’indio puntava la torcia sulla vegetazione e, se vedeva un paio di occhietti rossi, si tuffava in acqua senza esitare. Si sentiva una zuffa e mezzo minuto dopo riappariva con un jacarè, il caimano amazzonico, preso a mani nude per il collo se era piccolo o con una corda al muso se più grande.

In un villaggio composto in realtà da un’unica famiglia di Indios saterè mauè, assaggiai per la prima volta il jacarè… Per  curiosità mi avvicinai al fuoco che ardeva sotto la tettoia comune e vidi un caimano lungo un metro e mezzo, diviso in quattro come un pollo, con unghie, denti, occhi e pelle che arrostiva tristemente. Dai ganci pendevano due piranha e un animale simile a un topo, ma poi gli vidi il pelo e capii che era un porcospino. Assaggiai tutto, ovviamente: il jacarè sapeva di baccalà secco e stracotto, ma non posso esprimere un giudizio sulla cucina indigena in base a quest’ultima e limitata esperienza.

(Isabel Allende) AFRODITA


Il Tempo

<<Il tempo è ciò che accade quando non accade nient’altro>>

(Richard Feynman, premio Nobel per la fisica 1965)

Il tempo è la rappresentazione del presente barcollando tra passato, ricordo e futuro, mai afferrabile.

L’idea del tempo può essere accostata a quella di infinito. Lo stesso atto del contare dà un esempio di tempo/infinito. In quanto all’Universo, l’uomo non sa se esso sia ‘infinito’ o meno.

Penelope incarna il tempo come lo ha descritto Nietzsche, ma anche Pirandello, ovvero nel suo fare e disfare la tela rimandava sempre la scelta… Questo è anche il tempo: il fluido che si lascia attraversare dall’imprevisto.

( Rivista Nuovo Happiness)

Margherita Hack: “Il cielo è il mio orologio

Sant’Agostino diceva che tutti sanno che cos’è il tempo, ma nessuno sa definirlo. Ed è così. Sembra qualcosa di chiaro (tutti abbiamo una concezione del ritardo e della fretta) ma in realtà non lo è. Si è infatti sempre pensato che vi fosse un tempo oggettivo, ma con Einstein tutto è cambiato: è stato introdotto il concetto di spazio-tempo. Quindi ci sono quattro coordinate da considerare, tre spaziali (latitudine, longitudine e altezza sul livello del mare) e una temporale (l’istante in cui avviene l’evento). Però con delle differenze: nello spazio si può andare avanti e indietro, in alto e in basso, il tempo va solo in avanti e si può guardare indietro solo guardando le galassie.

Per riassumere, lo spazio-tempo definisce appunto il fatto che ogni avvenimento avviene in un dato luogo e a un dato istante, ma in realtà è qualcosa di astratto.


La profezia degli Inka

Gli Inka fissano 7 livelli per lo sviluppo psico-spirituale che giace latente nel nostro ‘seme Inka’. I primi tre sono una sorta di infanzia e adolescenza spirituale, in cui si entra in sintonia con la famiglia e l’ambiente naturale circostante. Al quarto livello (a cui si viene tradizionalmente iniziati in un’antica grotta del Perù) si compiono i primi passi per diventare un vero adulto il cui campo energetico è in grado di risuonare dell’intero campo dell’energia vivente, di Madre Terra e dei suoi abitanti. È il livello in cui ogni essere umano diventa tuo fratello o tua sorella perché si è figli della stessa madre, Pachamama  e dello stesso padre, Inti-Taita, Padre Sole. I successivi tre livelli delineano il dispiegarsi del completo potenziale dell’umanità, fino al settimo livello nel quale un umano può acquisire pienamente l’energia creativa, manifestare l’equivalente di dio sulla terra e risuonare del campo di energia dell’intero universo.

Prendi il nettare della Natura L’iniziato al quarto livello assume la responsabilità di diventare un partecipante attivo non solo nella creazione della sua stessa vita, ma anche nel rivelarsi della profezia Inka, che richiede, appunto, partecipazione attiva. La saggezza del quarto livello è basata sul fatto che nell’universo pieno di vita non ci siano cose come energia  negativa o positiva, ci sono solo energie relativamente più pesanti, hoocha, e più sottili, sami, Sami, in lingua Quechua, significa nettare. È letteralmente un cibo spirituale che noi, in quanto umani dotati di libera volontà, possiamo scegliere di creare e di canalizzare, oppure no. La natura produce sami. Pensa a come, istintivamente, quando siamo un po’ giù, vogliamo scire a fare una passeggiata. Solo noi umani produciamo hoocha. Ma in quanto generatori di energie pesanti siamo equipaggiati per dirigere l’energia vivente e ‘mangiare e digerire’ o trasformare hoocha.

Al livello successivo, il quinto,  la condivisione del sami, il nettare che è una sorta di compost spirituale, il respiro comune con gli alberi e le piante, apre le porte alla cosmologia spirituale.  Questa è basata su preziose informazioni, autentici salva vita, per il mondo di oggi.


Vicini allo spirito di Koltès

B.-Marie Koltès

Nato a Metz nel 1948- morto a Parigi nel 1989

La lettura di un testo di Bernard-Marie Koltès è paragonabile l’innesto e al turbamento di una rivelazione…Una sola frase di quaranta pagine, emessa quasi d’un solo fiato, senza quei punti fermi che a ogni momento minacciano d’interrompere il bisogno lucido e poetico di un getto di parole…Koltès è corso via dalla pazza folla con infantile pervicacia, sempre. Ha descritto individui a volte pervenuti solo accidentalmente in relazione, sfioratisi come meteore (‹‹ Io mi interesso di gente normale che si conserva così com’è, poco disposta a cambiare, a integrarsi a emularsi››) Koltès è anche scappato via dalla conformità di ogni sano modello di scetticismo ( ‹‹ Pessimista io? Direi di no. Non credo in Dio, ma sono ottimista. Non penso alla morte ; lo trovo tremendamente banale ››) È rifuggito ovunque dagli schemi espressivi…È rifuggito ovunque dagli schemi espressivi (‹‹Incidere con un vocabolo o con una sintesi è di per sé un’azione di portata relativa; per dare senso anche a un unico sostantivo o aggettivo ci vuole un tessuto di parole, un ritmo di tanti altri fonemi, una specie di allitterazione musicale che abbia le cadenze di Bach o la serialità del reggae, fa lo stesso››) Crudele e generoso, lucido e ricco di utopia, con addosso la maschera appena matura di un adolescente di taglia forte pasoliniana, Bernard-Marie Koltès coltivò avidamente un gusto forsennato per il lirismo e per una modernissima Retorica…La gamma archetipica dei suoi personaggi, ha avuto, per sua stessa ammissione, un’unica fonte ispirativa: ‹‹ sette od otto persone realmente conosciute ››e che nel corso dell’esistenza ‹‹lo hanno colpito››

LA NOTTE POCO PRIMA DELLA FORESTA

…io malgrado tutto ho delle risorse e so riconoscere quelli non troppo forti, io, mi basta un’occhiata, la camminata, soprattutto, quel modo di camminare nervoso, come fai tu, con la schiena nervosa, e il modo di muovere le spalle, nervoso anche quello, qualcosa ne modo di camminare per cui non mi sbaglio, e poi i visi, coi lineamenti minuti, né sciupati né altro, ma sempre così nervosi! come il tuo: un qualcosa nel viso per cui non mi posso sbagliare, neanche quando camminano dondolando le spalle come fanno i macrò, ma dei macrò pieni di nervi, ragazzotti disinvolti ma usciti dritti dritti dalle gonne di mamma, che fanno dondolare tutto il torace, così, come se niente fosse, sotto la pioggia, ma io lo vedo subito, il nervosismo, che non si può nascondere – perché tutto il nervosismo che uno ha addosso viene dalla madre, dritto dritto, e la mamma, questi ragazzetti, non se la tolgono di dosso, qualunque cosa facciano…figli diretti delle loro madri, con la camminata dondolante da maschi tutti un fascio di nervi e che vanno in giro da soli, di notte, col rischi delle malattie – ed è proprio in questo che vedo l’inutilità delle vostre madri, guarda l’inutilità di tua madre: prima ti dà un sistema nervoso e poi ti molla a un incrocio qualsiasi, sotto uno schifo di pioggia, senza nessuna solidità, incapace di diffidenza…


Man Ray


Una profezia tibetana

Nel 1959, a un vecchio lama appena arrivato in India hanno chiesto:‹‹Come hai fatto a fuggire dal Tibet e attraversare a piedi le alte montagne coperte di neve dell’Himalaya?›› Lui ha risposto:‹‹Un passo alla volta›› La via, come sempre, incomincia sotto i tuoi piedi con il primo passo che fai. Dove ti trovi in questo momento? È proprio il punto da cui partiamo.

La verità può essere celata, ma è sempre presente per chi è pronto a percepirla.

È troppo vicina, perciò ci sfugge

Sembra troppo bella per essere vera, perciò non ci crediamo.

È troppo profonda, perciò non riusciamo a sondarla.

Non è fuori di noi, perciò non riusciamo a recuperarla.

Un istante di consapevolezza totale è un istante di perfetta libertà e illuminazione.(Manjusri, divinità della saggezza)


In attesa della Partenogenesi

Forte, coraggiosa e raggiante nel suo splendore, Atena incarna non soltanto il prototipo dell’efficienza, della messa in opera e dell’azione, ma, soprattutto, sembra capace di gridare l’esigenza del femminile di essere libero, capace di difendersi e di lottare per raggiungere i propri obiettivi.

Il mito di Atena propone un’immagine spettacolare della nascita di questa dea: sarebbe venuta alla luce direttamente dalla testa di Zeus e avendo già le sembianze di una donna. In alcune versioni la sua nascita assomiglia a una sorta di parto cesareo: poiché Zeus durante le ‘doglie’ soffriva di un’ atroce emicrania, fu aiutato da Efesto, Dio del Fuoco, che lo colpì alla testa con un’ascia a doppio taglio, aprendo la via per la fuoriuscita di Atena (Bolen,1984).

Forse in virtù di questa nascita così plateale – avvenuta senza alcun intervento da parte del maschile – Atena si ritenne sempre figlia di un unico genitore, Zeus…

Atena nasce già adulta e ciò non può che proporci un’immagine di indipendenza e di libertà. L’indipendenza implica anche l’autonomia, una delle dimensioni più difficili da conquistare… Simbolo della lotta femminile e della sua stupefacente tenacia e resistenza rispetto alle prevaricazioni del maschile, Atena rappresenta il prototipo della donna che non intende lasciarci soggiogare dall’uomo.

Lei era la dea della saggezza ma, al contempo, rappresentava un’immagine molto misteriosa… Misterioso è tutto ciò che ci sfugge, che non riusciamo ad afferrare, che sembra sottrarsi a ogni altra interpretazione. Soprattutto quando si tratta dei rapporti con l’altro sesso, si può avere l’impressione di non riuscire ad afferrare la verità dell’altro. Per antonomasia, il mistero viene collegato all’immagine del femminile, più che del maschile, e ciò probabilmente in funzione del fatto che è sempre molto difficile ‘afferrare’ l’altro, soprattutto quando si tratta di una donna… ma al di là del pensare comune…l’incontro con l’altro rappresenta sempre un momento piuttosto difficile, perché si ha la sensazione che qualcosa ci sfugge… Molto spesso l’Altro è visto come un nemico, come qualcosa che se dovesse penetrare all’interno della nostra dimensione psicologica, la distruggerebbe…voler prescindere dal rapporto con l’altro sesso significa in realtà pensare di poter fare a meno della dimensione emotiva, di una dimensione che in questi ultimi anni sembra davvero essere entrata in crisi…la nostra vita di esseri umani è legata alla relazionalità, alla dimensione del rapporto: nel momento in cui si dovesse avvertire il desiderio di prescindere completamente dalle relazioni interpersonali, questa necessità indicherebbe la presenza di difficoltà molto serie e profonde. Atena è l’unica dea fornita di corazza…fu Reich il primo a parlare di ‘corazza caratteriale’ – particolare atteggiamento psicologico che la persona assume proprio per evitare i rapporti, i contatti significativi. Ma perché certe persone scelgono di indossare una corazza? La corazza serve a proteggere la persona dal rapporto, ma se si avverte il bisogno di protezione, evidentemente esiste anche la paura di qualche cosa, la sensazione di essere minacciati. In questo caso si ha paura dell’Altro, e l’Altro ci fa paura perché è in grado di portarci altrove, di metterci in difficoltà, di destabilizzarci sino al punto di farci perdere le coordinate della nostra esistenza…continua (A.Carotenuto)


Missili: Hors-D’oeuvre

Sulla guerra come intervento di chirurgia estetica. L’UBU La Russa, eco deformante, discorre di interventi militari  adeguando contenuti bellici alla cultura e ai gusti del pubblico ai quali essi sono destinati ascrivendo così il popolo italiano a categoria di spettacolo. Con concetti da punturine vitaminiche o all’acido Jaluronico, missili colpiranno obiettivi mirati, localizzati. Merdre! Non veri e propri bombardamenti, non una vera e propria guerra, non s’entra propriamente in guerra, non ammazziamo propriamente tutti o quasi ma forse pochi, così da non sembrare…Ma ci hanno preso propriamente per mentecatti. Oh Nume qualsiasi scampaci e liberaci dai vari Ubuculi con tutta l’autorità che deriva dall’essere stupidi.


I porci governativi (un nuovo linguaggio)

Ciorgeni accalliti con prestazze incornurite melmavasi

nella curdizognola feniosa

Dirimpicco aureotempoli sdliti

S’ampiroccavan perduti

Aspergici miofalli

Giambutamente postici

Gli ertoli onissergici

S’aggarbiavan nella nottura

Erpegando obliti.

Contempori e grascosi

Non pernavan altro che arruzzafar dinespoli

E i putri omiseri

Lastrevano insanosi.

(Maria Pia Carlucci)


“Il simposio” di Platone

Lo studioso Giovanni Reale, nell’introduzione al libro “Il simposio” di Platone, ci presenta l’opera come un gioco di maschere. Di fatti, dietro ad ogni personaggio Platone nasconde una categoria di persone o una corrente di pensiero. La storia narrata da Apollodoro parla di un banchetto s 242f55c voltosi nella casa di Agatone, famoso attore drammatico. Dopo il pasto Fedro invita tutti i presenti a fare un elogio a Eros.

Primo discorso: Fedro

Fedro rappresentava la corrente dei retori. Egli sostiene che Eros sia il dio più antico e che porti agli uomini le cose più belle, più buone e più giuste. Inoltre ritiene che il dio dell’amore spinga l’uomo a compiere azioni giuste. Fedro sottolinea quindi l’importanza politico-sociale di Eros.

Secondo discorso: Pausania

Pausania, con il suo discorso, presenta la pratica dell’omosessualità, pratica largamente diffusa nell’antica Grecia. Egli presenta due tipi di Eros:

 Eros Volgare: rivolto alle cose materiali e al corpo;

 Eros Celeste: rivolto ai sentimenti e all’anima.

 Solamente l’Eros Celeste portava gli uomini verso la giustizia, donando loro le cose più belle e buone.

Terzo discorso: Erissimaco

Erissimaco è la maschera dei medici e si ispira ai filosofi naturalisti. Questo personaggio parla di Eros in senso cosmico. Ammette che esistono due dimensioni di Eros e che l’importanza di questo dio sta nel fatto di instaurare l’armonia tra le parti di una cosa.

Quarto discorso: Aristofane

Aristofane è la maschera della commedia e Platone lo usa per esporre alcuni elementi propri della sua dottrina. Aristofane parla della dottrina “dell’Uno e della Diade”. Spiega cioè che l’uomo venne diviso in due parti e che Eros permette loro di riunirsi al proprio complementare. L’amore è la ricerca della propria metà, è il ritrovare ciò che si era perso.

Quinto discorso: Agatone

Agatone era un poeta tragico ed è questa la categoria che rappresenta. Egli afferma che nessuno ha definito Eros e che lui, con il suo discorso, tenterà di farlo. Nonostante tutto, anch’egli si limita a dare una serie di caratteristiche del dio non riuscendo quindi a raggiungere il suo scopo. Egli sostiene che Eros è il più bello, il più giusto, il più felice, il più delicato e il più buono fra tutti gli dei, ma non dice chi è Eros.

Sesto discorso: Socrate

Socrate inizia il suo discorso dichiarandosi ignorante e completamente incapace di organizzare un discorso abbastanza elegante e colto da poter fare elogio ad Eros. Poi interviene con la pratica dell’ironia, sbriciolando il discorso di Agatone attraverso le sue brachilogie. Dopo aver smentito tutte le teorie dei commensali, Socrate inizia a definire Eros:

 Eros è desiderio di qualcosa che si aveva e non si ha più, quindi è mancanza.

 Eros non è il più virtuoso tra tutti gli dei ma è un intermedio fra tutte le cose. Se egli fosse virtuoso non avrebbe nessun desiderio, poiché non avrebbe nessuna mancanza.

 Eros non è un dio ma un demone, cioè un semidio, poiché nasce dal dio Poros (l’Inganno) e dalla mortale Penia (la povertà).Questo demone è responsabile dei rapporto tra gli dei e gli uomini.

 Eros è molteplice poiché ogni uomo chiama amore l’oggetto dei suo desideri.

 Eros è aspirare all’immortalità di fatti, grazie all’Amore, l’uomo può generare e la generazione è ciò che più avvicina il mortale all’immortalità.Eros fa generare cose buone non solo al corpo, ma anche all’anima spingendo alle giustizia.

 Eros si presenta su vari livelli. Il primo grado dell’amore è l’amore dei corpi, poi c’è l’amore delle anime e delle leggi e, in fine, l’amore per le conoscenze.

 All’apice della gerarchia dell’Amore c’è l’amore del Bello-in-sé, cioè del Bene. Chi arriva al vertice della piramide raggiunge il momento più importante della sua vita.

 Eros è importante sotto tutti i punti di vista ed è per questo che gli dei gli avrebbero permesso l’immortalità.

Intervento di Alcibiade

Alcibiade arriva al banchetto ubriaco e viene invitato a fare anch’egli un discorso per elogiare Eros. Egli però non elogia Eros ma Socrate, fa cioè un elogio all’amante e non all’amato. Dice che Socrate, pur essendo brutto d’aspetto, è meraviglioso nell’anima. Inoltre dichiara di essere innamorato della sapienza del maestro. Alcibiade racconta che, essendo egli un bel ragazzo, si era illuso di poter dare a Socrate la sua bellezza in cambio della sua sapienza. Il filosofo però non accettò e ritenne la bellezza una virtù frivola e temporanea. Alcibiade dice che Socrate possiede molto coraggio, una grande forza e un grande pensiero, ma ciò che lo contraddistingue da tutti gli altri virtuosi sono i suoi discorsi. In fine, Alcibiade si rivolge ad Alcibiade e lo avvisa di non farsi ingannare da Socrate o lo farà soffrire.


Bertold Brecht e la poesia dell’impegno

La produzione poetica di Brecht è vasta ma assai disordinata: in parte non raccolta in volume, in parte intrecciata alla struttura dei drammi teatrali, entro i quali trovano posto non di rado canzoni in versi. D’altra parte la poesia doveva essere, nelle intenzioni dell’autore, un utensile, uno strumento di azione e di insegnamento, un momento dunque tutt’altro che assoluto e supremo dell’attività intellettuale. Dalla poesia brechtiana è esclusa la figura dell’io quale centro emotivo del discorso: l’io, quando esiste, è esso stesso parte in causa e oggetto di riflessione e di analisi. Manca inoltre ogni effetto di scoperta del mondo nell’atto della scrittura: i versi si misurano piuttosto con la dura esistenza della realtà, prendendovi posizione con nettezza. In questo modo vengono meno due dei caratteri fondamentali della struttura lirica della tradizione moderna. Quanto al linguaggio, l’interesse brechtiano non è mai per la suggestione analogica, per la raffinatezza retorico-formale, per lo scontro tra significante e significato; possono esservi giochi di parole, ma la lingua non è mai oggetto di interesse in se stessa: al contrario, la lingua è asservita a un fine pratico di conoscenza, di dimostrazione e di persuasione. La parzialità è il punto d’onore della lirica brechtiana, ma, essendo escluso ogni privilegio soggettivo, si tratta di una parzialità fondata su valori non personali ma politici e ideologici. Da questo punto di vista ben si mostra la connessione organica tra posizioni di poetica e posizioni ideologiche, che per Brecht significano adesione alla prospettiva marxista della lotta di classe: la poesia è al servizio di questa parzialità di classe. I temi brechtiani prendono spesso spunto dalla cronaca, soprattutto la più comune e bassa, con un gusto anche del grottesco e del macabro e della deformazione di marca espressionistica. Gli episodi di cronaca assumono un rilievo allegorico grazie al caricamento di senso che il poeta s’incarica di compiere, generalmente in modo del tutto esplicito e dichiarato. A volte a essere soggetto dei testi sono direttamente le grandi questioni storico-politiche che riguardano il presente, come la vittoria del nazismo e la scelta della guerra; in questi casi la posizione dell’autore, identificata con quella di classe del proletariato, è fatta risaltare o per mezzo del contrasto ironico o attraverso l’impiego di tecniche epigrammatiche di grande efficacia, senza escludere tuttavia la possibilità dell’apostrofe e dell’invettiva. Brecht dunque ha operato una vera e propria inversione di tendenza rispetto agli orientamenti otto-novecenteschi. Alle suggestioni dell’ineffabile e alla dilatazione semantica della parola ha sostituito la concretezza del linguaggio preciso e, come è stato detto, «oltraggiosamente prosastico», all’ansia dell’ignoto il rapporto con concrete situazioni storico-sociali, alle disperazioni solipsistiche il dovere per il poeta di assumere nel suo lavoro precise responsabilità sociali, all’evasione dalla realtà i concreti interrogativi sulla realtà. Moltissime delle sue canzoni, songs, ballate e liriche sono state musicate da Kurt Weil.

Lob der Dialektik

Das Unrecht geht heute einher mit sicherem Schritt.

Die Unterdrücker richten sich ein auf zehntausend Jahre.

Die Gewalt versichert: So, wie es ist, bleibt es.

Keine Stimme ertönt ausser der Stimme der Herrschenden

Und auf den Märkten sagt die Ausbeutung laut: Jetzt beginne ich erst.

Aber von den Unterdrückten sagen viele jetzt:

Was wir wollen, geht niemals.

Wer noch lebt, sage icht: niemals!

Das Sichere ist nicht sicher.

So, wie es ist, bleibt es nicht.

Wenn die Herrschenden gesprochen haben

Werden die Beherrschten sprechen.

Wer wagt zu sagen: niemals?

An wem liegt es, wenn die Unterdrückung bleibt? An uns.

An wem liegt es, wenn sie zerbrochen wird? Ebenfalls an uns.

Wer niedergeschlagen wird, der erhebe sich!

Wer verloren ist, kämpfe!

Wer seine Lage erkannt hat, wie soll der aufzuhalten sein?

Denn die Besiegten von heute sind die Sieger von morgen

Und aus Niemals wird: Heute noch!

Lode della dialettica (trad. di F.Fortini)

L’ingiustizia oggi cammina con passo sicuro.

Gli oppressori si fondano su diecimila anni.

La violenza garantisce: Com’è, così resterà.

Nessuna voce risuona tranne la voce di chi comanda

e sui mercati lo sfruttamento dice alto: solo ora io comincio.

Ma fra gli oppressi molti dicono ora:

quel che vogliamo, non verrà mai.

Chi ancora è vivo non dica: mai!

Quel che è sicuro non è sicuro.

Com’è, così non resterà.

Quando chi comanda avrà parlato,

parleranno i comandati.

Chi osa dire: mai?

A chi si deve, se dura l’oppressione? A noi.

A chi si deve, se sarà spezzata? Sempre a noi.

Chi viene abbattuto, si alzi!

Chi è perduto, combatta!

Chi ha conosciuto la sua condizione, come lo si potrà fermare?

Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani

e il mai diventa: oggi!



“Making Mask” Corso realizzazione maschere – Prof. Agostino Dessì – Via Faenza, 72 Firenze

Mask Course

Five Days – Mask Making Worshop
Including theory and hands-on construction of antique, papier mâchè art. Taught in English.
By Prof. Agostino Dessì and his daughter Alice.

The course cover the following subjects:
– Hands on costruction in chalk of a model of mask to student’s liking.
– Plaster negative of mask.
– Papier – Make print.
– Finishing, cutting, affixing laces.
– Colouring, gliding, aplication of gold or silver leaf.
– Colouring wich acrilics, coating or antiquing.

(5 LESSONS IN 1 WEEK FOR A TOTAL OF 20 HOURS, INCLUDING ALL THE MATERIALS. THIS COURSE IS OPEN TO ANYBODY WHO IS INTERESTED IN AN ENTHUSIAST OF THIS TYPE OF ART)

Professor Agostino Dessì as been creating and producing mask in Florence since 1973. His work and art continue to provide unique creation also used for the theatre, plays, films, festivals, show and the Venice Carnaval.

ALICE ATELIER
Via Faenza, 72r – 50123, Florence – Italy
Tel/Fax. 00 39 055 287370
Mobile. 00 39 347 4829303
E- Mail. agostinodessi@gmail.com
Web. http://www.alicemasks.com


Jethro Tull & J. S. Bach: Bourée


Il flauto nel bosco – Grazia Deledda

Per sfuggire, o tentare almeno di sfuggire ad una infelicità che la sorte le aveva mandato gratis, la giovine donna se ne procurò un’altra al prezzo di lire sei mila. Sei mila lire per due mesi d’affitto di una villa in una stazione climatica di lusso non è molto: il guaio è che la stazione climatica era lontana tre chilometri, e la villa si riduceva ad una casetta bella di fuori con la sua brava torre merlata e la loggia di marmo, e dentro una topaia senza luce, senza acqua, col nido della civetta nella terrazza, le pareti schizzate di zanzare morte, e una temperatura da fornace.


Lettere Persiane: Charles Louis de Secondat de Montesquieu (La Brède 1689 – Parigi 1755)

Filosofo e sociologo francese. Membro dell’Acadèmie Francaise dal 1728, svolse una intensa attività intellettuale, divenendo uno dei più popolari pensatori dell’Illuminismo francese. Nelle Lettere persiane (1721), la sua prima importante opera, Montesquieu dipinge con tratti grotteschi mentalità e istituzioni della civiltà francese ed europea a lui contemporanea. Fu il primo a formulare la teoria, poi divenuta classica, della divisione dei poteri in esecutivo, legislativo e giudiziario come garanzia di equilibrio istituzionale e di libertà nella sua opera più importante, Lo spirito delle leggi (1748).

 Lettere persiane (Lettres persanes)

Romanzo epistolare dello scrittore francese Charles-Louis de Secondat de Montesquieu (1689-1755), pubblicato nel 1721 sotto la falsa indicazione di Pierre Marteau a Colonia, in realtà ad Amsterdam presso Jacques Desbordes.

Desideroso di conoscere il mondo, il persiano Usbek, grande signore di Ispahan, parte con un amico, Rica, alla scoperta del mondo occidentale. Durante il loro lungo viaggio scambiano con diversi amici delle lettere per riferire loro le proprie impressioni sulla civiltà occidentale, sui costumi e sulla vita quotidiana di Parigi e per ricevere notizie dalla Persia, in particolare dall’harem di Usbek, a Ispahan, dove regna il disordine dopo la partenza del signore. Un terzo personaggio, Rhèdi, risponde loro da Venezia. Usbek fa dissertazioni sulla popolazione della terra, sui benefici della civilizzazione, sul diritto delle genti, sullo spirito di tolleranza, sulla decadenza dell’impero turco, sull’incomprensibilità della natura di Dio. Rica, a sua volta, descrive scene di vita parigina: l’Oèpra e la Comèdie, le passeggiate lungo le vie fra una folla variopinta, la curiosità dei parigini alla vista di questi stranieri, i capricci della moda. Rica e Usbek fanno scorrere dinanzi a noi tutta la storia della Francia dal 1711 al 1720, durante il regno di Luigi XIV e contemporaneamente vivono una storia d’amore e di morte. Le mogli di Usbek, abbandonate a se stesse nell’harem, tradiscono il marito e quest’ultimo, prima di rientrare in tutta fretta a Ispahan, ordina ai suoi eunuchi di uccidere le infedeli. Prima di avvelenarsi, Roxane, la moglie più amata, confessa a Usbek il suo amore per un altro uomo. Le Lettere persiane sono un piccolo capolavoro di umorismo, in cui trovano il loro equilibrio diverse componenti come l’esotismo, l’erotismo e l’elemento romanzesco, accanto a ben più profonde preoccupazioni sociologiche e filosofiche. La componente esotica orientale, assai di moda allora, serve a Montesquieu per nascondere il suo intento satirico, le sue critiche alquanto ardite contro la società del tempo. Con uno sguardo nuovo, divertito e a volte stupefatto, i due persiani osservano i costumi e le istituzioni occidentali, giudicando a volte ridicole e assurde parecchie usanze a cui i Francesi da lungo tempo si sono abituati. Sotto questa finzione epistolare l’autore abilmente si attacca con ironia alle manie, ai pregiudizi e agli abusi, traccia una serie di ritratti mordenti, non rispettando nessuno; fa il processo a tutto il regime e soprattutto si volge con sdegno contro il potere monarchico mutato in dispotico, contro l’abuso dei privilegi della nobiltà e del clero, contro il potere clericale e papale. Risale all’origine delle società narrando una specie di mito per provare come non sia possibile una vita sociale senza virtù morali: è la storia dei Trogloditi, popolo immaginario, che si distrussero abbandonandosi agli istinti naturali; solo due famiglie si salvarono e fondarono un nuovo popolo, la cui prosperità risiedeva nelle virtù domestiche e militari e nella religione. Montesquieu giudica amaramente la civiltà moderna, l’uso cattivo cui gli uomini rivolgono le nuove scoperte delle scienze e della ragione umana, rivelandosi uno spirito attento anche a fatti sociali nell’affrontare i problemi dello spopolamento, della schiavitù, delle colonie. Egli segna con questa opera la vittoria della nuova mentalità, l’inizio della “rivoluzione sociologica” (R. Caillois), cioè la necessità di rendersi estraneo alla società in cui si vive e di osservarla dal di fuori e come se la si vedesse per la prima volta. Il procedimento di Montesquieu sarà sovente ripreso dai filosofi del XVIII secolo (in particolare da Voltaire), aperti agli ideali di libertà, di tolleranza e di giustizia.


Metropolis – Fritz Lang


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 337 follower