by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Stralcio dal romanzo “Coeva”: Oltre la vigna

OLTRE LA VIGNA

(Dove Kama ed i suoi esplorano)

Oltre la vigna, impillaccherati come gli avanzi su un ricco plateau, giun- gemmo nei pressi d’una maremma: la palude di una biblioteca. Ivi, falene e zan- zare illustravano sgradevolmente il voltafaccia degli emigranti, eredi della sconfit- ta del vincitore dei giochi delfici. Una raccolta di libri all’aperto? Da sempre questi luoghi sono ben al chiuso. Com’era possibile? Ci soffermammo, dunque, a guardare cosa avvenisse là intor- no. Essa soggiogava il cuore e lo sguardo di chi fosse orbo o di chi ambisse a leg- gere troppo. Gli scaffali di noce massiccia, deteriorati da agenti atmosferici, tigno- le e muffe d’anni, risultavano difficilmente raggiungibili. L’imponente bibliothèke era permeata da un sapere distinto, che l’avvolgeva, la proteggeva e ne alimentava il mistero. Ogni volta che si provava a prendere un li- bro dalle mensole, o queste si sganciavano dai perni, sollevandosi, come per sfug- gire alla presa, o si sfaldavano diventando segatura. Uno schema doveva pur es- serci, uno schema che spiegasse l’arcano. I libri parlavano d’altri libri e si scambiavano pareri tra di loro. Bugie? Le più vel- lutate? V’erano testi consolatori, opere innovative, sperimentali, libri antichissimi ed altri scritti pensando con le dita. Era lapalissiano come l’esposizione ci rivelas- se il ricatto del passato. Nei momenti di maggiore debolezza avremmo voluto con- sultare molte, forse tutte le opere sottomano. Ma qui dentro questo può non signi- ficare nulla, disse con animo agitato Kama. Cosa vorresti trovare?, suggerì causti- co Strauss. Questo è ciò che non so, farfugliò Kama, con voce perplessa. Esistono anche cose prive di senso, redarguì il Topo. Qua ce n’è una bella collezione, dav- vero!, ghignò Kama, ed agganciò improvvisamente lo sguardo verso un punto. Te- niamolo d’occhio! Potrebbe essere un utile passaggio, c’incoraggiò. Questa imma- gine evocava una regione più a sud. Tanto valeva sconfinare, a questo punto.

Convinti, facemmo una capatina nel volume d’aggiornamento di una pre- stigiosa enciclopedia, miracolosamente integra. Un nerboruto libraio stazionava come un vigilante inamovibile, disparati lemmi indifferente. Incomprensibile, prensile, spremeva sostantivi calpestando manoscritti. Stava imparando a liberarsi dalla passione? Obbediva ciecamente a degli ordini? Una mattanza in piena rego- la, forse commissionata da esigenze matematico-algebriche? O semplicemente si configurava noi come una previsione? Proprio sotto i suoi piedi notammo un mo- nogramma: l’incipit di quella bislacca espressione, nell’enigmatico intaglio. I co- me Iguana. Ci persuademmo fosse l’inizio-indizio della nostra decifrazione. Il po- sato, erudito Accademia, in quel frangente, afferrò repentinamente un salacchino, allegato al tomo che più c’interessava. Iguana, dall’aruaco delle Antille. Iguana, quesito d’analisi dialettica, grafospasmo, distinzione tra la linea intermedia e la cresta sul dorso del sauro, si pronunciò, lasciando tutti noi ancor più basiti. Che

26svantaggioso guazzabuglio! Iwana, Aruaca, continuava nella consultazione degli etimi Accademia.

Mentre il libraio, in trance, non cessava la tribale danza, su pagine e pagine di lussuosa o gretta scrittura, il lesto compagno riuscì a trafugare un’ampollina, millimetri distante dagli arti assassini del posseduto. Una tentazione, disse rivol- gendosi con immediatezza a Kama. Gliela consegnò. Al tocco, Kama gli sorrise e ripetè frettoloso: “Andiamo via, presto.” Ci voltò le spalle sicuro che l’avremmo seguito. Così fu. Accipicchia, un ossidato esèrgo! Esclamò esterrefatta Kafkasìa, trovando sbadata- mente un altro suggerimento lungo il tragitto. Sì, una faconda testimonianza, le due facce di una stessa moneta. Ginger afferrò scattante dalle mani dell’amica lo spicciolo indiziante e cominciò a farlo volteggiare in aria. Testa cammello, croce occhio. Invocò guardandoci tutti. Al primo lancio ne seguirono altri, fin quando non si vide chiaramente ciò che l’occhio del cammello s’immaginava visualizzas- se. Distinguete un rettile da un rettilineo, potete finalmente? Incitò Strauss. Una suadente ninnananna, intanto, sormontava il pandemonio scatenatosi, atten- dendo il lampo che rarefacesse il significato. L’inscrizione continuava a risaltare sull’arenaria costruita per durare senza scrupoli. Sono così numerosi quegli arditi che inseguono, scavano, analizzano e trovano? Talismani, di quello avremmo proprio avuto bisogno. Il buon senso ci dice quanto siano labili le realtà.

Ginger: Avete visto? Qualcosa si sta muovendo. Assemblea: Facciamo quello che dobbiamo e subito. L’irresolutezza disturba il profitto. Kama: Fermi! C’è alcunché laggiù che lacera parole eccellenti. Accademia: Gli avvoltoi del significato, con ali di metallo fuso, sono sovraeccita- ti. Ora li scorgo: ci siamo spinti troppo in là. Kama: Non comprendo il linguaggio in cui si esprimono. Prendono i fonemi e li fanno ricadere. Ginger: Calma, ragazzi! Crescerà la confusione e saremo facili prede da scannare. Strauss: Ecco il vaticinio simboleggiato dalla splendente cicatrice sulle arrossate gote di un attributo. Kafkasìa: E i verbi, allora? Il loro uso improprio può far scompaginare le nostre a- zioni. Accademia: La lingua è una mera prova per accontentare l’orecchio. Strauss: E se inserissimo dei sostantivi? Accademia: O parole impronunciabili? Non un mutismo dell’anima, bensì del la- biale. Si chiama paura del lessico. Siamo consapevoli di avere a disposizione una gamma di vocaboli assai limitata, rispetto ai nostri moti interiori? O no?

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Kama: Mirate, hanno sciolto anche i cani della Grammatica. Usciti dalle loro tane, scorazzano inferociti. Presto! Dove, il traduttore, il traslatore, il decodificatore? Al continuum vocale? Kafkasìa: Attenzione! Distanti caravanserragli di nobel illustri e congiunzioni clo- chard abbeverano i loro dromedari.

Kama: Si mostreranno a noi a guisa di smorfie. Assemblea: Dovremmo praticare il digiuno degli avverbi, affinchè quei mammife- ri affoghino in un daiquiri di errata sintassi. Strauss: Ragazzi, questo è il terzo paradigma paradosso del dono: Il potere recide il grano nella valle dell’evidenza. Assemblea: Alcune soluzioni richiedono lustri, altre solamente pochi minuti. Non scoraggiamoci.

Immaginando l’errato avevamo pur trovato qualcosa. Intanto, in preda agli estenuanti dilemmi, eravamo oltre la vigna.

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