by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Nota su Coeva… Ruggero Guarini

Gioco, ripetizione e poesia

di Ruggero Guarini

Chissà perché leggendo questo testo, mentre mi chiedevo quale dispositivo misterioso presiedesse al continuo rilancio del mio interesse da un suo capitolo all’altro, è tornato a stuzzicami un antico dubbio sulla vera ragione per cui i tempi del gioco e della poesia sono profondamente governati da quel “meccanismo” psichico che Freud denominò “coazione a ripetere”. Da un pezzo infatti sospetto che questa ragione, riconosciuta ovviamente la genialità delle pagine in cui Freud pose per primo il problema, sia un pochettino diversa, anzi del tutto opposta, a quella proposta da lui stesso. Freud, com’è noto, concluse la sua indagine sulla “coazione a ripetere” affermando che essa  è figlia di Thanatos, l’istinto di morte. Io credo invece che anch’essa sia figlia di Eros, della pulsione di vita. E spiego subito perché. A Freud l’idea della causa di quel meccanismo venne osservando i giochi di un  bambino di un anno e mezzo. Su questo arcinoto argomento permettetemi qualche succinto ragguaglio. Come egli raccontò in quel saggio strepitoso che è “Al di là del principio del piacere”, l’intuizione gli venne quando si accorse che quel bambino, seduto sul suo lettino, munito di un rocchetto annodato a un filo stretto fra le sue dita, ripeteva continuamente uno strano gioco: lanciava il rocchetto facendolo sparire dietro il letto e poi con quel filo lo ritirava a sé accompagnando ogni volta i due tempi del gioco – lancio e recupero del rocchetto  – con le parole “fort!” e  “da!” (“via!” e “qui!”) Dall’osservazione di questo giochetto Freud com’è noto dedusse che quel bambino vi riproponeva ripetutamente, oscillando nella sua recita tra la rabbia e il giubilo, la vicenda dell’alternarsi delle angosce di perdita e abbandono suscitate in lui dagli allontanamenti della sua mamma e dei sentimenti di rassicurazione e appagamento procuratigli dai di lei ritorni. Gli sembrò quindi che quel gioco permettesse a quel piccino di placare la propria angoscia trasformando la sua penosa condizione di dipendenza assoluta in una situazione controllata e governata da lui stesso. Qualcosa, tuttavia, in questo passatempo, evidentemente escogitato a fini di soddisfazione e diletto, e pertanto presumibilmente fomentato dal famoso “principio del piacere”, invece a Freud sembrò che lo contraddicesse. Perché inserire nel gioco della ripetizione, insieme al tempo conclusivo del tripudio anche e soprattutto quello dell’angoscia? Questa volontà di ripetizione del dolore, alla luce delle sue precedenti teorie, gli pareva inspiegabile. E fu appunto per determinare la causa di quello che gli sembrava, ed era realmente, il paradosso della “coazione a ripetere”, che decise di introdurre nella sua teoria delle pulsioni, accanto alla pulsione di vita, una pulsione di morte. Ne nacque, non solo nel campo analitico, una controversia che in diverse forme dura ancora oggi. Su questa intricata questione non ho certamente nessun titolo per pretendere di poter dire qualcosa di pertinente. Tuttavia il mio carattere, i miei gusti letterari e una briciola di buon senso, anzi di logica spicciola, mi dicono che a esigere, in tutti i possibili giochi umani – dagli antichi giochi infantili (nascondino, mosca cieca, guardie e ladri) ai giochi sportivi degli adulti (che comportanol ovviamente una continua tensione fra il timore della sconfitta e la speranza della vittoria), ai loro giochi d’azzardo (roulette russa compresa) fino alle grandi  architetture “letterarie” della fiaba, della poesia, della musica, dell’arte e del pensiero – la ripetizione simbolica di tutti gli aspetti dell’esistenza, e perciò anche di quelli più penosi e minacciosi, non può non essere altro che la volontà della vita stessa di onorare se stessa con un ostinato, ripetuto, onnibenedicente Sì. Giacché quale misero Sì potrebbe sembrare alla Vita quello che non osasse abbracciarla tutta, compresi i suoi lati più atroci, compresa dunque la morte, e perciò non fosse appunto incondizionato e assoluto come quello che quel visionario di Nietzsche pronunciò nella sua folle e disperatissima dottrina dell’Eterno Ritorno dell’Uguale.Spero che a questo punto si sarà capito che nella strana energia che vibra in ogni segmento di questo racconto stravagante, benché esso si pretenda ufficialmente concepito da un agguerrito terzetto di autori affiancato da un coadiutore, credo di aver intravisto il sorriso di quell’unico eterno puer che è lo spirito della fiaba.

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