by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole

Italo Svevo: La coscienza di Zeno

La cosa più importante, prima di esaminare dettagliatamente la personalità e l’opera di Svevo, è che la sua opera, insieme a quella di Pirandello, esprime la demolizione più coerente e più definitiva delle certezze positiviste e borghesi con le quali si era chiuso il secolo XIX. Con Svevo e Pirandello la rappresentazione letteraria dell’uomo finisce col dipingere l’immagine di un essere senza verità, senza unità, senza speranza, scaraventato in un mondo caotico, malato, assurdo. Parallelamente alla dissoluzione dell’immagine umana, questi due scrittori hanno scompaginato radicalmente le strutture stesse della rappresentazione letteraria, innovando profondamente il romanzo e il teatro nelle loro tecniche espressive. A buon diritto, quindi, Svevo, con Pirandello, deve essere considerato uno degli autori più “rivoluzionari” della nostra storia letteraria e uno degli esponenti più alti della letteratura italiana ed europea.

Il romanzo “La coscienza di Zeno” mette in scena una terapia psicanalitica, ma il paziente, Zeno, non presta fede alla nuova scienza e la tradisce, dichiarandosi, alla fine, “guarito”, ma in modo ambiguo: da un lato, cioè, egli ha trovato quello che cercava non nella cura ma nella “vita” (guerra, affari fortunati), dall’altro si è convinto che la malattia (mancanza di decisione, di forza, di verità, di vitalità cioè inettitudine ) sia non soltanto sua, ma di tutti gli uomini, di tutto il mondo; la struttura della narrazione prevede, come nel Mattia Pascal, un narratore interno che, però, si sdoppia perché racconta in due fasi distinte, e tra l’una e l’altra è piuttosto cambiato, e poi racconta se stesso e le sue vicende: esiste perciò uno Zeno che racconta (verso il 1913 prima e verso il 1916 dopo), un altro che è “raccontato” dal 1857 al 1916 appunto: questo complesso sistema porta alla conseguenza della frantumazione dell’unità psicologica del protagonista. Non per caso il romanzo non si intitola: Zeno Cosini, ma la coscienza di Zeno. La struttura del romanzo e l’oggetto del racconto (una coscienza non una persona immersa in un ambiente) ci dicono che siamo pienamente nel Novecento e che la narrativa ottocentesca è ormai archiviata. Oltre alla dissoluzione del personaggio, e, anzi, intrecciata con questo processo, si dispiega anche la frantumazione del tempo lineare del racconto: da un capitolo all’altro non si procede avanti nel tempo, anzi si torna indietro, per poi riandare avanti in un continuo oscillare tra passato e presente, fino a rendere difficile ricostruire, durante la lettura “semplice” del lettore comune, il vero filo conduttore di tutte le vicende raccontate; in altri termini è difficile ricostruire la fabula. Altamente significativo, poi, è che il narratore – uomo tormentato da dubbi, reticenze, incertezze ecc. – scrive spesso senza molta convinzione, convinto anzi che l’atto dello scrivere non sia veritiero interamente (Zeno dice che l’uomo facilmente adatta la verità alle parole che ha a disposizione e, ironicamente, aggiunge: come sarebbe diversa la vita se la raccontassimo in dialetto.) Questo significa che chi racconta non è, per il lettore, garanzia di verità, anzi, tutto al contrario, ciò che è dato per vero, per attendibile, può non esserlo, come possono essere fuorvianti le spiegazioni fornite per gli eventi e le azioni dei personaggi. Commenta Grosser : quel sovvertimento che tutta la narrativa novecentesca ha come obiettivo implicito, trova nella Coscienza di Zeno una realizzazione strutturale perfettamente conseguente, che è la prima in Italia e fra le prime in Europa. A questo clima di ambiguità si aggiunge la complessità dei rapporti fra Svevo e Zeno. Zeno è un personaggio autobiografico? Per capirlo dobbiamo indagare sulla persona del suo autore? La verità è che Zeno non si risolve nel suo autore, anzi spesso si è indotti a pensare che Svevo si rivela sì, ma si nasconde anche dietro la sua creatura. Un altro tema fondamentale del romanzo è quello del rapporto tra salute e malattia, nel quale gioca un ruolo decisivo la figura della moglie di Zeno, Augusta. Se Zeno è la malattia, cioè il dubbio, l’insincerità, la volontà debole, la mancanza di convinzioni assolute, la donna ne è il rovescio: la tranquilla certezza, la solidità di alcuni principi tradizionali, il buon senso, la diffidenza verso tutto ciò che non è normale, consueto, convenzionale, come, per esempio, verso l’arte. Eppure, non dimentichiamolo, questa è Augusta vista da suo marito, che come narratore veritiero e attendibile non ci soddisfa davvero. E poi: il romanzo non si chiude con l’affermazione che la malattia è dovunque nel mondo? Chi sarà la vera Augusta? Per questa dialettica salute / malattia si possono leggere le pagine seguenti dedicate ad una lettura del romanzo fatta seguendo appunto questa e altre idee – guida. Un aspetto importante de La coscienza di Zeno è la mancanza di tragicità come conclusione della vicenda del protagonista: mentre Alfonso si suicida, ed Emilia muore comunque drammaticamente lasciando un Emilio svuotato e “morto” completamente dentro, Zeno, al contrario, vive una vita coronata dal successo economico e riscaldata da una famiglia impeccabile (moglie, figli). Egli insomma è un arrivato. Tutto gli riesce bene, nonostante tutto faccia sembrare, all’inizio, che finirà male: il fumo non lo danneggia seriamente, “sbaglia” fidanzata ma fa un eccellente matrimonio, è pasticcione ma riesce bene negli affari quasi per caso. Grosser non sviluppa questa osservazione cercandone il significato. Io credo che si potrebbe tentare di trovarne uno riflettendo sul fatto che i personaggi pieni di “salute” (bellezza, fascino, sicurezza) periscono e sono travolti (Ada, Guido) – laddove erano gli inetti, non i Balli, a perire prima – e utilizzando una incisiva e rivelatrice definizione della vita fatta da Svevo: la vita non è né bella né brutta, è originale. Insomma il vecchio Zeno, ormai saggio e disincantato, crede che la vita sia quello che è, malata e inguaribile, ed è tanto bizzarra che riesce a restare a galla proprio chi ad essa sembra più inetto. Sconfitta, questa, di ogni certezza e di ogni valore che sembra il passaporto di ogni vita riuscita e vincente. A questo proposito è profondo, sebbene qualche volta poco perspicuo il commento di S. Maxia alla dialettica salute / malattia in Augusta, fino al rovesciamento ironico: dovevo forse guarire Augusta dalla sua malattia. Malati dunque quelli come lui, malata la salute della moglie, da lui diversissima, il cui sistema di certezze è in realtà un castello di carta, un nido in cui rifugiarsi nascondendosi dai problemi. Eppure lui e lei, alla fine, non hanno vissuto una vita tragica.

 

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